Sono settimane decisive per il futuro dell’economia e del welfare italiano. Con l’Italia appena uscita dalla procedura di infrazione della Commissione europea a causa del deficit eccessivo, si aprono davvero spiragli per intervenire con più ricorse e decisione sul comparto più martoriato dalla terapia shock del governo Monti e del rigore economico di ispirazione comunitaria? E mentre la disoccupazione giovanile raggiunge livelli mai visti in settant’anni – alle soglie del 40% – come è possibile conciliare queste operazioni con il ripristino di un tasso di popolazione attiva al passo delle maggiori economie?

Ne discutiamo con Luigi Pelliccia, avvocato giuslavorista del Foro di Siena e professore incaricato di Diritto della sicurezza sociale e diritto della previdenza sociale, docente di diritto del lavoro nella Scuola di specializzazione delle professioni legali e collaboratore pluridecennale di riviste specializzate.

Il governo Letta sta meditando di intervenire decisamente sulla riforma delle pensioni in vigore. A un anno e mezzo di distanza dalla sua approvazione, la legge Fornero ha davvero fallito tutti i suoi obiettivi o è riuscita comunque a portare qualche beneficio?


Nelle intenzioni del Governo, la legge n. 92/2012 avrebbe dovuto garantire risparmi per 20 miliardi di euro fino al 2020 sul versante della spesa pensionistica. Questa stima non poteva ovviamente tener conto delle risorse resesi poi necessarie per fronteggiare le problematiche sorte con riguardo ai cosiddetti esodati. Trattandosi però appunto di stime, con l’Inps che al momento ha confermato buoni livelli di contenimento per quanto attiene all’impatto del primo periodo di riforma della legge, non è possibile avere la certezza dei pronosticati valori. E’ però chiaro che, quanto meno a legislazione invariata, è abbastanza probabile che, fatto ovviamente salvo il diverso impatto conseguente alla non preventivata emergenza esodati, la cifra stimata divenga effettiva.

Sul tema degli esodati, il governo precedente a suo avviso ha fatto abbastanza per rimediare all’errore o ci sono ancora troppi contribuenti ai margini del welfare in età avanzata?

La problematica è stata sicuramente sottovalutata dal precedente Governo o quanto meno solo velatamente ipotizzata in ragione della scelta di operare un intervento correttivo del sistema pensionistico fortemente incisivo e senza la previsione di norme transitorie. Successivamente ha influito anche l’opinabile “balletto” delle cifre riferiti ai lavoratori anche solo potenzialmente interessati dalle più rigide disposizioni normative e, di conseguenza, destinati a rientrare loro malgrado nella citata categoria. Questo aspetto, legato alle successive, progressive valutazioni dell’impatto sui conti pubblici dei costi finalizzati a risolvere la problematica, hanno sicuramente inciso sulle scelte e sulle conseguenti modalità attuative del tentativo di recuperare al precedente errore. La soluzione scelta dal precedente Governo e per ora proseguita da quello attualmente in carica dovrebbe portare ad una definitiva risoluzione della problematica. Ciò non sta ovviamente a significare che vengano eliminate del tutto le situazioni in cui, anche per altre ragioni – occupazionali, sociali, territoriali – rimangano pur sempre soggetti di età prossima all’accesso alla pensione che rimangano confinati ai margini del nuovo sistema.

Tra le ipotesi di modifica alla riforma, quella più in voga è la proposta Damiano, ovvero l’uscita flessibile dall’età lavorativa, con penalizzazioni sotto i 65 anni e bonus al di sopra. Basterà per rendere il sistema meno incline a nuovi shock come quello degli esodati?

La proposta dell’onorevole Damiano non è una novità assoluta, essendo stata più volte ipotizzata una soluzione del genere, ossia un meccanismo di tipo bonus/malus, teso rispettivamente ad incentivare il prolungamento dell’accesso alla pensione e a disincentivare (ma non vietare) lo stesso. Nella realtà, anche se limitato alle sole donne e con termine dell’accesso al 31 dicembre 2015, già esiste una possibilità analoga. Infatti, le lavoratrici in possesso di almeno 57 anni di età e 35 di anzianità contributiva potranno accedere alla pensione in deroga agli attuali requisiti, ottenendo però un trattamento pensionistico calcolato totalmente con il sistema contributivo. La soluzione proposta da Damiano non dovrebbe avere significato impatto sui conti previdenziali, alla luce del fatto che la penalizzazione ipotizzata, oltre a rappresentare un buon “deterrente”, avrebbe il pregio di auto garantirsi la necessaria tenuta economica. Una tale soluzione, magari affiancata da altre disposizioni di più specifica e mirata regolamentazione – ad esempio, strumenti di sostegno al reddito e/o la staffetta generazionale – avrebbero buone possibilità di garantire il non riverificarsi di situazioni analoghe a quella degli esodati.

Quanto potrebbe pesare nelle mensilità dei pensionati coinvolti una modifica di questo genere?

Il calcolo è abbastanza semplice, ipotizzando la proposta di legge una diminuzione (o maggiorazione nelle ipotesi di posticipazione della pensione) percentuale sul trattamento pensionistico dovuto alla data del pensionamento. Ad esempio, l’accesso alla pensione a 62 anni di età (fatta ovviamente salva la compresenza di un’età anagrafica di almeno 57 anni) – che rappresenta la soglia di accesso minimo – con previsione di un importo di pensione di 1000 € lordi, sconterebbe una riduzione di 80 € (8%). 

Per coprire i 130mila salvaguardati finora, basteranno le risorse che potrebbero accumularsi in questa maniera o ne serviranno altre? Il governo ha promesso di erogare le pensioni già in preventivo entro l’anno, ma le raccomandazioni dell’Ue in questo senso sembrano parecchio sconfortanti…

L’Inps sta accelerando il conteggio definitivo degli esodati. Al momento la problematica principale sul punto è l’esatta e conclusiva definizione da dare al termine, con immaginabili riflessi, quindi, sul correlato piano dei conti. In altre parole occorre individuare, in una definitiva condivisione, i soggetti da considerare “esodati”, pena un inevitabile progressivo ampliamento dei destinatari della salvaguardia pensionistica allo stato posta in essere. Stando a quanto garantito sia dal Ministero del Lavoro che dall’Inps, la citata salvaguardia è pienamente garantita dalle risorse messe appositamente a disposizioni e dai sottesi criteri di autorizzazione. Anche in ragione della recentissima decisione della Commissione Ue di uscita dell’Italia dalla procedura per deficit eccessivo (nella quale era entrata nel 2009), non dovrebbero esserci problemi sul piano dei conti riguardo le risorse stanziate per la gestione degli “esodati”.

Tra le misure possibili, figura anche il turnover tra giovani in cerca di occupazione e lavoratori prossimi alla pensione: oltre alla solidarietà generazionale che questo meccanismo potrebbe riportare, ci sarebbero dei benefici o il mercato si troverebbe più rigido?

Il ddl Santini-Ghedini del 21 marzo 2013 sulla staffetta generazionale (turnover tra giovani in cerca di occupazione e lavoratori vicini alla pensione) rappresenta la riposizione di almeno tre soluzioni normative già adottate, invero con scarsissimo risultato, nel passato. Premesso che l’idea, analogamente alle disposizioni di legge precedenti, è di per sé valida, lo è meno la previsione di un positivo impatto sui livelli occupazioni. A ben vedere, infatti, avendo anche quale riferimento le precedenti esperienze, è da dubitare che la soluzione ora proposta possa risultare risolutiva. Vi è comunque da dire che, rispetto al passato, l’attuale situazione del mercato del lavoro e le rimodulate previsioni di incentivi, potrebbero “solleticare” i soggetti interessati a creare i necessari equilibri per l’applicazione della ipotizzata solidarietà generazionale. Nella sostanza, il principale ostacolo alla soluzione proposta è rappresentato dalla necessità che tre soggetti (lavoratore “anziano”, datore di lavoro e giovane in cerca di occupazione) trovino il giusto equilibrio e la necessaria convenienza. Specie quest’ultima, quanto meno dal lato datoriale, potrebbe non essere adeguata in ragione dei possibili maggior costi che l’azienda dovrebbe sostenere.

A questo proposito, la legge sul lavoro ha scoraggiato il ricorso ai contratti cosiddetti atipici e ora invece sembra si stia per fare dietrofront: meglio avere molti giovani occupati ma precari, invece di lasciarli in naftalina? Così facendo, però, non si rischiano le storture del passato, con tipologie di somministrazione improbabili anche a lavoratori non più giovanissimi?

L’equilibrio e la condivisione dell’assioma “meglio più lavoratori precari che lavoratori garantiti ma inoccupati” rappresenta un terreno ed un esercizio di forte suggestione e di ampia e diversificata lettura ed analisi. Bisogna preliminarmente intendersi sul significato di precariato. Se questo è riferito a lavoratori occupati regolarmente, ma con contratti di lavoro a tempo determinato e comunque non standard, è un conto; se il termine è invece riferito, nel senso più dispregiativo dello stesso, a soggetti solo formalmente occupati nelle appena richiamate modalità, ma nei fatti sotto remunerati e, comunque, utilizzati in chiara elusione delle norme di legge che tutelano il rapporto di lavoro subordinato e parasubordinato, è un altro. A mio avviso, è sicuramente meglio un contratto di collaborazione a progetto reale e concreto che una inoccupazione “forzata” a causa dell’irrigidimento normativo sulla cosiddetta flessibilità in entrata. La riforma Fornero, in una -anche condivisibile – logica di fondo, ha operato una importante scelta su quest’ultima, scelta che, però, anche in ragione della persistente congiuntura economica, ha inevitabilmente compresso anche la “parte sana” del mercato del lavoro non standard, riducendo quindi eccessivamente le possibilità di trovare occupazione precaria, nel senso positivo del termine. La possibilità che l’attuale Esecutivo riveda, magari solo parzialmente, alcune delle rigidità della legge n. 92/2012, è a mio avviso positiva e propositiva in chiave rivitalizzante del mercato del lavoro, andandosi tra l’altro a collocare nel più ampio novero delle misure legislative a sostegno dell’occupazione al momento fortemente penalizzata. Il paventato rischio di ricaduta nelle “storture” del passato è chiaramente sempre dietro l’angolo e, come avviene per la quasi totalità delle previsioni legislative, non può essere evitato con il solo strumento normativo. Un idoneo equilibrio potrebbe essere forse raggiunto attraverso un più incisivo riallineamento delle disposizioni che incidono sui costi e sull’utilizzo di queste tipologie contrattuali (e, quindi, sul sottostante criterio di convenienza o meno ad adottare un modello contrattuale piuttosto che un altro) che, da un lato, sarebbero un buon deterrente all’utilizzo strumentale ed elusivo delle forme di lavoro c.d. atipiche, dall’altro garantirebbero il necessario equilibrio delle tutele e delle prerogative dei lavoratori interessati, attualmente poco organiche ed ancora disomogenee.

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9 COMMENTI

  1. Per la “staffetta generazionale” si invita il lavoratore “anziano” ad accettare un part-time, quindi con una riduzione di circa la metà dello stipendio negli anni che gli mancano per accedere al trattamento previdenziale.
    I contributi vengono calcolati per metà essendo un part-time
    Ricordo che il calcolo pensionistico si basa sulla media delle retribuzioni percepite negli ultimi anni di vita lavorativa.
    E visto che gli stipendi dei lavoratori dipendenti del settore privato sono bassi in pratica con la staffetta generazionale non si fa altro che estendere la povertà su più soggetti non risolvendo comunque il problema delle nuove generazioni.

  2. Perché non rispondete a de chellis

    Eugenio Alessi
    Giuseppe Alfano
    Giovanni Antoci
    Franco Antoci
    Stefano Aterno
    Michele Barbera
    Valeria Battaglia
    Ernesto Belisario
    Stefano Bertuzzi
    Stefano Biagioli
    Andrea Biekar
    Franzina Bilardo
    Francesco Brugaletta
    Angela Bruno
    Federica Busetto
    Mariangela Claudia Calciano
    Giovanni Battista Camerini
    Alessandro Camillini
    Giuseppe Campanelli
    Carlotta Cannizzo
    Eleonora Cannizzo
    Antonio Capitano
    MariaGrazia Capolupo
    Giuseppe Caristena
    Renata Carrieri
    Giuseppe Cassano
    Alice Castrogiovanni
    Carmelo Cataldi
    Luciano Catania
    Alberto Fabio Ceccarelli
    Francesca Ciangola
    Pietro Ciarlo
    Antonino Cimellaro
    Francesco Ciotti
    Alberto Cisterna
    Miriam Cobellini
    Antonello Cocco
    Luisa Codeluppi
    Gianluigi Cogo
    Domenico Corradini H. Broussard
    Antonio Cortese
    Anna Costagliola
    Fortunato Costantino
    Giovanna Cuccui
    Giuseppe D’Alessandro
    Giovanni D’Elia
    Massimiliano De Conca
    Laura De Francesco
    Valeria De Luca
    Matteo de Paolis
    Fabiola Del Torchio
    Giovanni Di Blasi
    Roberta Di Giorgio
    Dario Di Maria
    Massimiliano Di Pace
    Giulia Facchini
    Dario Fazzi
    Alessandro Ferretti
    Andrea Ferruti
    Francesco Filippetti
    Andrea Fiore
    Giovanni Formica
    Rosa Frullone
    Bruno Fuoco
    Alessandro Gagliardi
    Maria Grazia Galbiati
    Claudia Galli
    Salvatore Gallo
    Giovanni Battista Gallus
    Samantha Gamberini
    Giuseppe Gambuzza
    Mirco Gazzera
    Marina Gennaro
    Giovanni Gentili
    Fabio Giambi
    Marina Giangiuliani
    Giuliana Gianna
    Marco Tullio Giordano
    Francesca Giuliani
    Carmelo Giurdanella
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    L’Italia che vorremmo
    Luca La Camera
    Stefano Laguardia
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    Francesco Licenziato
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    Marco Lo Monaco
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    Ius On line
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    Guido Scorza
    Tiziano Solignani
    Massimiliano Spagnuolo
    Paola Sparano
    Valentino Spataro
    Matteo Spatocco
    Gerardo Spira
    Giuseppina Squillace
    Silvia Surano
    Gerolamo Taras
    Luciano Taurino
    Giampaolo Teodori
    Daniele Trabucco
    Guglielmo Troiano
    Elena Tugnoli
    Giorgio Tugnoli
    Gian Paolo Turcato
    Federico Urbinati
    Stefano Usai
    Giuseppe Vaciago
    Roberto Valdi
    Erica Venditti

  3. Caro Presidente della Commissione lavoro della Camera Dott. Cesare Damiano,
    ritengo che la flessibilità, cioè la possibilità di uscita dal lavoro, in cambio di penalizzazione non sia giusta ed equa.
    Le ricordo, Dott. Damiano, che già con il decreto Salva Italia dal retributivo siamo passati, solo per gli ultimi anni di lavoro, al contributivo per tutti i lavoratori.
    Non dimentichiamo che i coefficienti utilizzati per calcolare l’ammontare della pensione sono già stati cambiati e sono sfavorevoli, (ad es. a 62 anni il coefficiente ora è 4,940%, il precedente era 5,09%) come sono stati già aumentati i mesi per l’aspettativa di vita sempre dalla ex Ministro Fornero.
    La Ministra Fornero ha previsto, tutt’ora in vigore, la pensione a 66 anni ma ha anche previsto la pensione anticipata, senza nessuna penalizzazione, solo e soltanto per quei lavoratori che hanno 42 anni più 9 mesi (per l’aspettativa della vita) di contributi versati e 62 anni di età.
    Ora è nata una nuova proposta, cioè la Sua,
    che permetterebbe di andare in pensione tra i 62- 70 anni con almeno 35 anni di contributi (in pratica Lei cambia il vincolo Fornero cioè quello dei 42 anni di contributi versati e dimenticando tra l’altro anche il calcolo dell’aspettativa della vita).
    Ritengo che Lei dovrebbe capire che c’è una differenza tra chi ha lavorato 42 anni ,di effettivo lavoro, con 42 anni di contributi versati rispetto a chi ha lavorato 35 anni, di effettivo lavoro, con 35 anni di contributi versati.(differenza 7 anni)
    Con la Sua proposta Lei non tiene conto di chi ha lavorato 7 anni in più, cioè 42 anni di contributi versati rispetto ai 35 anni di contributi versati (vincolo che Lei ha imposto) e ha 62 anni poiché di fatto, con questa Sua proposta, chi ha lavorato di più e ha versato di più viene con lo stesso identico metodo penalizzato, con la “generosità” di farti andare prima in pensione, con un’ulteriore penalizzazione che incide 8% in meno sull’ammontare dell’assegno del corrispettivo pensionistico.
    Pertanto vorrei capire, caro Presidente, cosa succede se questa Sua proposta viene approvata a tutti quei lavoratori che hanno lavorato e versato 7 anni di contributi in più cioè 42 anni di contributi versati poiché hanno iniziato a lavorare a 20 anni e hanno 62 anni di età, in pratica anche questi lavoratori saranno penalizzati pur avendo versato i 42 anni di contributi ????????
    e il calcolo dell’ aspettativa di vita che fine fa??????
    Le rammento che in passato ci sono stati lavoratori che hanno potuto andare in pensione con solo 20-25 anni di contributi versati e visto l’aspettativa di vita su questi pensionati precoci, secondo me, sarebbe giusto ma soprattutto equo, prevedere, senza chiedere, tramite un decreto, come è stato fatto per il Salva Italia, un contributo mensile per aver beneficiato di una situazione ora insostenibile.
    Questo contributo mensile, solo per i pensionati baby/precoci, è doveroso prevederlo per rispetto verso chi ancora deve continuare a lavorare, pur avendo già fatto il suo dovere verso la società, come stabilisce il decreto Salva Italia, per rispetto verso chi il lavoro non lo trova, e per rispetto nei confronti delle nuove generazioni.

  4. Ho maturato 40 anni di contributi nel 2012.
    dal 2008 sono stato in mobilità in deroga per 4 anni.
    Lo sono ancora senza mai un interruzione.
    Rientro secondo voi nel 3 decreto fornero di salvaguardia?
    Mobilità(artt.4 e 24 della legge 233/1991.
    Se avete un esperto potete farmi questo piacere.
    Anticipatamente ringrazio.
    e-mail rinaldodechellis@libero.it

  5. piccola riflessione personale:
    61 anni di età
    ,40 anni di servizio,
    costo complessivo lordo mensile del mio datore di lavoro pubblico:circa 10.000 euro.
    ammontare presunto del costo della pensione -dai 2500 ai 3000
    Potendo optare per la pensione lo Stato potrebbe utilizzare i 7000 euro di risparmio per assumere 2 o più giovani.
    moltiplicando il mio caso per migliaia di altri casi – per molti dei quali il costo lordo sopportato dallo Stato,ad oggi,è anche superiore al mio- si potrebbe dare qualche risposta a questa generazione di ragazzi,che una classe politica inetta sta condannando alla disperazione.

  6. sono del tutto inutili i vari suggerimenti che si vogliono adottare e non solo poichè anche le relative proposte sono ingiustificabili a fronte di persone che sarebbero dovute andare in pensione con 40 anni di contributi o con le famose quote e si ritrovano anche il sistema contributivo, tutto ciò è iniquo, ingiusto e francamente viola un principio costituzionale, in quanto non hanno previsto per il cittadino comune una benchè minima deroga a questo scempio della Fornero. avrei voluto per un solo istante i sigg. politici, ministri ecc, ecc, i quali non pagano neppure le tasse sulle loro liquidazioni, non capendo il motivo per cui non debbano pagare, ma hanno fatto anche i soldi per loro attività di parlamentare ed in più dobbiamo elargire pensioni d’oro, per che cosa poi, per quale lavoro, per avere portata l’italia a questo stato? E’ una vergogna dovrebbe tutti i parlamentari che si sono succeduti in quetsi ultimi anni pagare di tasca propia per non hanno saputo governare.

  7. Ad esempio, l’accesso alla pensione a 62 anni di età (fatta ovviamente salva la compresenza di un’età anagrafica di almeno 57 anni)

    perdoni ma non capisco cosa significa.

  8. Bene l’uscita flessibile, ma chi ha già versato 40 anni di contributi e ha la sfortuna di non avere ancora 62 anni? Dove è l’equità?
    Io ho rispettato i termini del contratto che il governo Italiano mi ha imposto quando ho iniziato a lavorare (a fronte di un prelievo mensile scelto unicamente dal governo dopo 35 anni avrei avuto diritto ad un assegno mensile (chiamasi pensione).
    I termini sono stati cambiati, unilateralmente, da 35 a 40 anni, e noi zitti, ma adesso basta.
    Come è possibile che alcuni abbiano più pensioni? Una ogni 40 anni di contributi?
    E’ questa l’equità?

  9. Mi chiedo perchè Damiano continua a insistere sulla proposta del 62 e 35 che, chiaramente, è indirizzata a chi ha un lavoro. Ma non deve dimenticare che esiste una platea di esodati (per licenziamento, per accordi con incentivo all’esodo, fine mobilità, ecc.) che è senza lavoro. Ed è a costoro che dobbiamo consentire l’accesso alla pensione prima ancora che a coloro che hanno ancora la fortuna di uno stipendio. Quanti 58/60 enni, magari con più di 35 anni di contributi, sono alla disperazione. Esiste fino al 2015 l’opzione donna. Ebbene la si estenda anche agli uomini (senza lavoro), magari con un leggero aumento dei parametri del tipo 58 anni e 37 di contributi. Ma per favore che si trovi una soluzione idonea anzichè cincischiarsi con proposte che nulla hanno a che vedere con gli esodati. Non si possono spacciare la flessibilità in uscita e la staffetta generazionale come una soluzione per gli esodati. Con chi la fanno la staffetta?

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