Sono passati ormai quasi 8 anni dall’omicidio di Francesco Fortugno, il politico calabrese ucciso in pieno giorno a Locri il 16 ottobre del 2005, nel centralissimo seggio elettorale delle Primarie dell’Unione, in occasione delle elezioni politiche del 2006.

Se ne sono scritte e dette di cose circa quella pagina triste della nostra Storia repubblicana, e probabilmente ne verranno dette, un giorno, molte altre e, magari, più vicine alla realtà. Perché ciò che ci hanno comunicato i media finora, solo per la semplice deduzione, è difficile che corrisponda al vero.

Era una domenica mattina a Locri, e Fortugno era appena entrato nel seggio delle Primarie dell’Unione, stracolmo di gente, quando un uomo incappucciato da un passamontagna gli sparò 5 colpi di proiettile a bruciapelo che lo uccisero all’istante.

Il Corriere della Sera incaricò Fiorenza Sarzanini, eccellente giornalista, di recarsi a Locri per addentrarsi nei risvolti oscuri di quell’omicidio. Tanto si addentrò che, senza neanche troppa resistenza, trovò la traccia di un appalto di qualche mln di euro alla cui stipula da parte dell’Asl di Locri Fortugno si opponeva. Tanto bastò, magicamente, all’intera classe politica calabrese (ed anche a quella nazionale) perché il movente fosse individuato in un torto subito dalla Cosca Cordì (la reggente in quel di Locri) per sbandierare ai quattro venti l’argomento Sanità come causa di un omicidio tanto plateale e manifesto. Poi arrivarono altre spiegazioni, tra cui quella della costruzione della caserma dei Carabinieri di Lamezia.

Per entrare bene nella vicenda dell’omicidio Fortugno occorre prepararsi a navigare in rapide da rafting, visto che il costellare l’argomento di rocce che possono deviare o addirittura bloccare il percorso è stato enorme in quell’occasione. Non tutte le notizie infatti, seppur vere, hanno attinenza con l’omicidio Fortugno, anzi, molte sono state inserite con il preciso intento di svolgere un ruolo distraente.

Andiamo con ordine e tutto si dipanerà, così che si possa vedere ciò che sarebbe macroscopico se non fosse stato messo volontariamente in terza fila a vantaggio di castronerie che avevano e continuano ad avere l’unico scopo di distrarre chi si avvicini alla vicenda. Chi scrive non si sta occupando di questo omicidio per la prima volta, ma nel 2006 presiedette una conferenza universitaria a Pisa nA distanza ella quale venne alla luce tutto il marcio delle ricostruzioni giornalistiche (allora) e giudiziarie (dopo) circa l’omicidio Fortugno.

Mentre tutti si domandavano – siamo alla fine dell’estate 2006 – il perché dell’omicidio ecco spuntare un politico calabrese, primo dei non eletti in Consiglio Regionale della lista di Fortugno (La Margherita), che avrebbe tratto dall’omicidio del politico il vantaggio di entrare in Consiglio Regionale. Guarda caso gli esecutori del delitto facevano parte dell’entourage del politico in questione. La Corte di Appello di Reggio Calabria sentenziò che in tre parteciparono all’omicidio ed uno fu il mandante, con il movente di fare un favore al politico che è subentrato a Fortugno in Consiglio Regionale.

Il libello preparato dalla Corte di Appello di Reggio Calabria non apparse sufficientemente motivato in ordine al movente del mandante, tale Alessandro Marcianò, infermiere dell’Asl di Locri, e i giudici della sesta sezione penale di Cassazione confermarono le condanne del team omicida ma chiesero alla Corte di Appello reggina di incrementare l’istruttoria circa il mandante. Infatti  gli inquirenti, e in particolare il Dott. Gratteri, avevano dimostrato l’esistenza di una specie di cupola della ‘Ndrangheta, chiamata la Sancta; per cui era molto difficile credere che un semplice infermiere avesse potuto commissionare un delitto eccellente in un luogo che non era meno eccellente della vittima.

Sono tesi che quando vennero sostenute a Pisa nella conferenza “Ndrangheta e delitto politico – Nuove Strategie?” crearono un poco di maretta nella politica calabrese e portarono alla dimissioni del rappresentante della Giunta Regionale che partecipò alla conferenza. Niente di grave ovviamente, poiché la giunta di allora scelse di farsi rappresentare da un politico che era prossimo a subentrare ad Achille Occhetto nel Parlamento Europeo, e nonostante le polemiche che si possono leggere tuttora sui giornali calabresi (Calabria Ora in primis) del periodo di fine autunno 2006, quello che passò ad un’opinione pubblica poco attenta fu che le dimissioni del politico che aveva partecipato il 27 di ottobre del 2006 a “Ndrangheta e delitto politico” dipendevano dal subentro ad Achille Occhetto au sein du Parlement. Quello che però destò polemiche in Calabria della partecipazione dell’assessore fu che il politico avesse ammesso la validità delle tesi di un giornalista inglese, John Hooper, circa il movente dell’omicidio.

Il quadro di sé stessa che la ‘Ndrangheta aveva voluto dare fino al momento in discussione in questo testo era un’immagine povera, di ‘ndrine separate l’una dalle altre, della mancanza di una strategia che le accomunasse. Teniamo presente che si iniziò a parlare della Sancta solo qualche mese fa e che quella di cui sopra, per quanto improbabile, è stata l’immagine della ‘Ndrangheta che avevano gli inquirenti.

John Hooper, in una inchiesta apparsa sul Guardian dal titolo More over Cosa Nostra (Più forte di Cosa Nostra), sostenne che il movente, indagato terribilmente male dai giornalisti italiani (per non parlare degli inquirenti), fosse da ricercare nell’appalto per la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina.

Il calo di pressione conseguente a questa affermazione può essere combattuto sedendosi comodi e bevendo un bicchiere di acqua e zucchero.

Effettivamente l’appalto venne vinto da un consorzio di imprese di varia nazionalità capitanato dalla italiana Impregilo per la cifra di 3,9 Mld di euro in data 12 ottobre 2005. Il 16 ottobre Fortugno venne ucciso, non sotto casa di notte, magari rientrandovi, ma nel centralissimo ed affollatissimo seggio delle primarie dell’Unione di Palazzo Nieddu, da un commando di tre uomini a volto coperto, alla luce del giorno.

Tutto il resto che si è andato a legare a questa vicenda, se tralascia la ragione per la quale Beniamino Donnici venne costretto a seguito di una feroce polemica a dimettersi dalla Giunta Regionale, che fu l’ammissione in una antica ed importante aula universitaria pisana, che le tesi di John Hooper potevano essere una spiegazione del movente dell’omicidio, è solo una artificiosa distrazione. La Corte di Cassazione, che rispedisce a Reggio Calabria la sentenza di condanna del mandante Marcianò non ha potuto far finta di credere che un infermiere avesse, nella struttura della ‘Ndrangheta calabrese, il potere di commissionare un omicidio eccellente.

Salvo Lima venne ucciso per la conclusione, a dire di Totò Riina, sbagliata del maxiprocesso di mafia, e quindi per dare un segnale ad Andreotti, visto che Lima ne era uno dei luogotenenti in Sicilia. Dimenticare tutto ciò può fare comodo, indubbiamente, ma non è la forma di rispetto che la lotta a tutte le mafie si merita, visto che molti cittadini onesti e coraggiosi, che avrebbero potuto continuare ad utilizzare il proprio valore per servire lo Stato, che è di tutti i cittadini, ora non ci sono più, uccisi dalla violenza mafiosa. Dimenticare perché si sia generata la violenza mafiosa è soprattutto un modo per riverberarla, e per dare alla politica ancora una volta carta bianca per poter svolgere qualunque trattativa con la criminalità. Non è la ripetizione di questi errori che ci traghetterà verso il futuro, e questa è la sola ragione per la quale, a distanza di quasi 8 anni, è ancora il caso di indagare su quell’omicidio.

Con questi scheletri nell’armadio che ci portiamo non saremo mai un Paese degno di poter parlare da pari con gli altri Stati europei, ed una risoluzione che punti a conoscere il reale movente dell’omicidio Fortugno è necessaria per la tenuta dello Stato di Diritto.

Chi scrive non ha mai votato né Fortugno né la Margherita, ma vorrebbe continuare ad andare a votare senza zignignare i denti ma con il sorriso di chi si può fidare non solo di chi vota ma di tutto il sistema, in grado di auto correggersi, come diceva Bobbio, proprio perché democratico.

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