Può darsi che la giornata di oggi non venga iscritta nella storia delle grandi conquiste del lavoro, ma indubbiamente la decisione a cui è chiamata a rispondere la Conferenza Stato-Regioni è di quelle che promettono di segnare una svolta di primo piano.

Ancora, se si considera che la scelta di questo organo intermedio tra amministrazione centrale e locale, avrà, senza alcun dubbio, ricadute sul futuro della popolazione giovanile, il cui tasso di disoccupazione è ai massimi dal Dopoguerra, oltre il 37%, allora è facile comprendere la rilevanza di un dossier sul quale, proprio oggi, la Conferenza è chiamata ad esprimersi.

Il tema che oggi verrà discusso riguarda, infatti, nientemeno che i vituperati stage o tirocini, una piaga mai regolamentata a dovere, almeno da quando il ricorso a questo genere di introduzioni in ambito lavorativo sono diventate la normalità.


Chi, al di sotto dei 35 anni, non ha svolto almeno un semestre da tirocinante, sicuramente mal pagato, forse addirittura per nulla, spesso svolgendo mansioni avulse da qualsiasi aspetto formativo o di inserimento al lavoro?

I dati di Unioncamere sono inequivocabili: nel corso del solo 2011 sono stati attivati 307mila stage, con poco meno di 215mila imprese che hanno fatto ricorso a questo strumento, a parole poco amato, ma nei fatti molto conveniente per accogliere una nuova risorsa.

Indubbiamente, questo affidamento selvaggio ai tirocini è stato favorito da una normativa pressoché assente in materia, che ha consentito a datori di lavoro senza scrupoli di inventarsi a proprio piacimento durate, retribuzioni e qualifiche degli stage attivati: una vera e propria giungla, dove migliaia di neolaureati non avevano alternative a lasciarsi sbranare senza alcun potere negoziale o di contratto.

Ora, in applicazione della riforma Fornero, che ha dedicato spazio ai contratti flessibili e, ancor più alle nuove forme di apprendistato, delegando di fatto la materia, approdano alla Conferenza Stato-Regioni le linee guida per lo svolgimento dei tirocini.

Sarà rivoluzione? Forse no, ma indubbiamente, se il parere si rivelasse favorevole, saremmo di fronte e un nuovo inizio per la disciplina dei periodi di inserimento al lavoro in Italia, uno dei grandi flagelli che hanno sbarrato ai giovani le porte di un futuro ancora tutto da costruire.

Nonostante anche la Corte costituzionale abbia determinato come la legiferazione spetti sostanzialmente alle Regioni, il documento congiunto oggi al vaglio contiene alcuni, importanti paletti per dissuadere inanzitutto le imprese a ricorrere senza freni ai tirocini e, soprattutto, a quelle che non vi legano alcun compenso.

Punto fondamentale, il minimo garantito agli stagisti che sarà di 400 euro, qualora dalla Conferenza dovesse arrivare un sì. Poi, la durata: sei mesi per i tirocini formativi e di orientamento, dodici per quelli di inserimento o reinserimento nel mondo del lavoro.

Insomma, basta al prolungamento “sine die” dei periodi formativi – anche se, per la verità, lo stop ai prolungamenti era stato già adottato – e, soprattutto, l’ok a un compenso minimo.

Inoltre, andrà stabilito in quale misura le aziende potranno giovarsi dell’apporto dei tirocinanti: il range, non ancora ufficiale, è quello di uno stagista fino a 5 dipendenti a tempo indeterminato, due fino a 19 e il 10% per le realtà imprenditoriali dagli organici più ampi.

Si tratta, come dice la bozza in esame, di standard minimi di riferimento, sui quali, poi, le singole Regioni saranno chiamate a pronunciarsi a loro volta, adeguando le norme già vigenti con le nuove che verranno promulgate in materia.

Naturalmente, dal computo dei tirocini “al minimo salariale” saranno esclusi sia quelli curriculari, previsti da specifici programmi d’esame universitari, che quelli il cui svolgimento è propedeutico all’iscrizione del giovane a un albo professionale.


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