La strada per diventare professore, una volta, era tracciata dalla legge 240/10, più semplicemente la riforma Gelmini che prevedeva procedure estremamente selettive, invece adesso le cose sembrano essere cambiate, i criteri sono meno rigorosi per conseguire il titolo di prof, almeno è quanto si evince da una circolare (prot 0000754) dell’uscente ministro Francesco Profumo. I circa 70 mila che hanno inviato i curricula lo scorso novembre al ministero nel primo dei bandi che ha dato il via alla nuova riforma per l’abilitazione, hanno tirato un sospiro di sollievo quando hanno scoperto le procedure più morbide.

Il punto di inizio è la riforma universitaria, questa preannunciava che i candidati per ottenere l’abilitazione avrebbero dovuto superare la mediana (un indice statistico) del proprio settore concorsuale per il ruolo a cui aspirano, basato su produttività o indici bibliometrici, ossia il numero di citazioni dei propri scritti.

Sin dalla sua emanazione questa norma non era stata esente da critiche tanto che era stata una mozione parlamentare affinché il governo chiarisse “definitivamente con un provvedimento normativo o interpretativo erga omnes che il superamento delle mediane degli indicatori bibliometrici è uno dei fattori di cui le commissioni giudicatrici” dovranno tenere in considerazione anche se non rappresenta un criterio sufficiente per ottenere l’abilitazione. La circolare di Profumo, di fatto, accoglie la mozione in questione.


Il documento ministeriale, che principalmente si rivolge da una parte ai commissari che in questi giorni stanno determinando le specifiche commissioni, dall’altra ai candidati all’abilitazione che saranno scelti nei mesi prossimi, a dimostrazione di un ridimensionamento dell’importanza degli indici bibliometrici e rafforza la possibilità di derogare  di fronte ad un “giudizio di merito estremamente positivo”.

In pratica, le commissioni avranno la facoltà di assegnare l’abilitazione a candidati che non soddisfano tutti gli indicatori numerici, così come potranno non attribuirla a candidati che li superano tutti, naturalmente esercitando il loro ruolo con la più alta autonomia e della responsabilità scientifica. Il giudizio, infatti, si deve fondare ” sulla valutazione analitica dei titoli e delle pubblicazioni presentate, tenendo ben presenti la qualità della produzione scientifica e il conseguimento di risultati scientifici significativi anche con riferimento alla rilevanza internazionale degli stessi”.

La possibilità di ovviare ad un uso rigido delle mediane, dunque, esiste deve tuttavia essere “rigorosamente motivata sia in sede di predeterminazione dei criteri che di giudizio finale”.

La circolare dichiara per il prossimo 28 gennaio l’uscita del bando per la seconda tornata delle abilitazioni con scadenza prevista al 31 ottobre, oltre a riassumere i criteri e i parametri che le commissioni dovranno seguire. Il bando rimarrà aperto per circa 9 mesi, un tempo ritenuto molto lungo dalla comunità accademica che attribuisce questa decisione all’augurio che molti candidati ritirino la propria domanda per rendere più semplice il lavoro delle commissioni.

Il bando attuale, al momento ancora in svolgimento, ha avuto bisogno di una proroga dei tempi previsti per agevolare l’enorme mole di domande che dovranno essere scelte dalla commissione per i vari settori scientifico – disciplinari.  Secondo le stime, si presenterebbero a questo bando la maggior parte dei 27 mila ricercatori universitari, circa 15 mila associati e almeno 30 mila precari della ricerca che hanno inviato una o più domande in più settori concorsuali.


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