Ieri è stato pubblicato il bando ufficiale del concorso a cattedre indetto dal ministro dell’Istruzione Profumo, dopo aver chiesto l’opinione dei sindacati, ci siamo rivolti al mondo dell’editoria per capire come sta cambiando il mondo della scuola e in che modo lo sta facendo.

La casa Editrice Maggioli e la casa editrice Simone, due delle più grandi esponenti della categoria delle case editrici legate alla scuola, hanno risposto ad alcune domande per spiegare il futuro didattico dell’Italia dal loro punto di vista. Per la casa editrice Maggioli è intervenuto il Dott. Stefano Minieri (M.) responsabile della collana concorsi, mentre per la casa editrice Simone è intervenuta la Dott.ssa Iolanda Pepe (P.), anche lei responsabile della collana concorsi.

 


Scuola ed Editoria è un binomio storico della cultura italiana ma in questi tempi di spending review e recessione economica mondiale quanto è cambiato l’apporto dell’Editoria nella scuola e quanto la scuola ha ancora bisogno dell’Editoria?

P. – Il rapporto Scuola Editoria è sempre stato simbiotico e per quanto questo possa cambiare in tempi di recessione o di riforme strutturali, lo rimarrà. Fare editoria significa non tanto pubblicare volumi, quanto creare contenuti, fare ricerca, proporre modelli didattici nuovi e adeguati alle esigenze dei giovani, che si evolvono a una velocità fino a qualche decennio fa sconosciuta. Scuola ed Editoria (che sia cartacea, elettronica, online o interattiva) andranno ancora per molto tempo di pari passo e se la Scuola si sta evolvendo, allo stesso modo stanno facendo gli Editori.

M. – Le case editrici, pur con tutti i loro limiti, svolgono un’essenziale funzione di tramite fra l’autore ed il pubblico. Guardo con profonda diffidenza a tutti quei tentativi che, in nome del “risparmio delle famiglie”, incentivano i singoli insegnanti a costruirsi il proprio libro di testo: il rischio è che, in questo modo, si impoverisca l’offerta culturale e agli studenti si offrano “suntini” precotti e predigeriti.

La scuola 2.0, o scuola digitale, pare essere la via del futuro, per lo meno queste sono le idee dell’attuale ministero dell’istruzione. Quali prospettive editoriali si aprono seguendo questa progettualità e inevitabilmente quali si precludono?

P. – La scuola 2.0 rimanda a libri misti, volumi digitali, lavagne interattive. Tutti strumenti, supporti di contenuti, come supporto è stata la carta per secoli. Ciò che conta, però, sono sempre e solo i contenuti. Certo, questo presuppone un nuovo modo di concepire il testo, così come presuppone un nuovo modo di fare didattica. Abbiamo davanti una fase di grande progettualità e creatività, e da questo punto di vista può essere una sfida entusiasmante. Ma presuppone anche l’investimento di ingenti risorse economiche: speriamo che alla fine non prevalgano solo gli editori legati ai grandi gruppi editoriali. Sarebbe un forte limite per la stessa libertà di insegnamento del docente, che si vedrebbe costretto a scegliere il testo (digitale?) da adottare tra poche alternative.

M. – Che il libro di carta (cosiddetto pbook) sia destinato ad essere soppiantato dall’ebook è evidente e bene fa il ministro ad operare in questo senso anche perché le prospettive più interessanti si aprono proprio per i testi scolastici ed universitari.

E’ notizia recente che ci si sta dirigendo verso la digitalizzazione anche dei test, infatti molte case editrici nell’ambito scolastico forniscono software gratuiti per esercitarsi in rete, ma allora i libri sono ancora utili? Non si rischia di inaugurare una civiltà culturale che si dimentica da dove viene, dalla carta stampata, a favore di un universo volatile ed aereo come quello cibernauta?

P. – Continuo a dire che non conta su cosa si studia (libro, appunti, tablet, internet, ecc.) ma cosa si studia. Ciò che conta, ripeto, sono i contenuti. Millenni fa si studiava sulle tavolette di cera, eppure il pensiero si è trasferito ugualmente. Non vedo davanti a noi scenari nefasti per l’editoria solo perché dal libro stampato si sta passando all’ebook e fra un po’ ad altre forme digitali ancora più interattive. Sono scenari diversi, dove forse verrà meno la mediazione della libreria tradizionale, ma ci saranno altre forme di intermediazione tra Editore e lettore.

M. – I libri sono un mezzo di trasmissione di contenuti e, in quanto tali, siano stampati o digitali, sono insostituibili. Le ripeto, mi preoccupa molto di più il tentativo dei grandi colossi dell’informatica (Amazon con i suoi interessi nel self-publishing, Apple con iBooks-Author) di illudere il consumatore di poter essere anche autore e di azzerare la funzione di tramite delle case editrici e di librerie. Se un’operazione del genere dovesse riuscire, saremmo tutti meno liberi.

Sul piano personale che ne pensa della scelta del ministero di privilegiare la meritocrazia tramite il mezzo concorsuale? Secondo lei è davvero questa la strada giusta da seguire?

P. – La selezione del personale docente nella scuola italiana è da sempre questione spinosa. Purtroppo la situazione attuale è pregiudicata da una serie di scelte scellerate risalenti a decenni addietro. Ora, se da una parte pensare che possano diventare docenti persone che sono entrate in graduatoria 13 anni fa e che magari nel frattempo hanno fatto tutt’altro, giustifica il ricorso al concorso, dall’altra è comprensibile il malumore chi da anni in graduatoria è in attesa di una cattedra e, dopo aver fatto anni di supplenze, rischia di vedersi superato dall’ultimo arrivato o è costretto a rimettersi a studiare per tentare di conquistare un posto.

Quanto al metodo concorsuale, se è serio, è il migliore dei metodi di selezione possibile. Non so dare, invece, un giudizio sulla prova preselettiva prevista in questo nuovo concorso: i quiz, quelli di logica soprattutto, sono davvero uno strumento di selezione spietato. Il ragionamento logico richiesto in questi test, sempre più diffusi nel mondo dei concorsi, è una “forma mentis” che prescinde dalle competenze e dalle conoscenze, più vicino all’enigmistica che alla didattica. Però è anche vero che la capacità logico deduttiva si acquista con un po’ di allenamento. Consiglio quindi agli aspiranti concorrenti di non scoraggiarsi e di studiare: la casa editrice Simone, che già con le sue pubblicazioni permise a migliaia di concorrenti nel 1999 di prendere l’abilitazione, anche stavolta propone molti testi efficaci e mirati per la preparazione della prova preselettiva e differenziati a seconda delle esigenze di chi studia.

M. – In realtà è la Costituzione a disporre (art. 97) che agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso e credo giustamente. Il concorso pubblico nonostante tutto assicura una selezione basata sulle competenze del candidato. D’altra parte, quali sono le alternative? Non ho alcuna fiducia in proposte di legge che, in nome dell’autonomia delle singole istituzioni scolastiche, propendono per la chiamata diretta dell’insegnante (questo è pur sempre il Paese del familismo amorale).

Il mondo editoriale secondo lei è pronto ai cambiamenti che la scuola avrà nel prossimo futuro, riuscirà ad adeguarsi o rischia di rimanere troppo legato al passato? Esiste questo pericolo?

P. – Il mondo editoriale fa parte del mondo. Tutto si evolve e chi non si evolve si estingue: è una legge di natura che si applica inesorabilmente anche nei mercati. Gli editori modificheranno le loro strutture e le loro pubblicazioni per essere in sintonia con le esigenze della nuova scuola, alcuni perché sono lungimiranti, altri perché saranno costretti a farlo.

M. – Sicuramente il mondo dell’editoria è ancora legato ad una mitica età dell’oro. Ma forse gli altri settori industriali (auto, telecomunicazioni…) di questo Paese sono molto più lungimiranti?


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