Saranno giorni di fuoco questi per la giustizia italiana, inizio di un autunno che si preannuncia rovente nonostante la stagione. Oggi, lunedì 17 settembre, gli avvocati penalisti praticano sottoforma di protesta l’astensione dalle udienze; non solo ma questo sciopero sarà protratto fuori dai tribunali e dalle aule di giustizia fino a venerdì 21. I penalisti incrociano dunque le braccia per manifestare contro “l’assenza da parte della politica di una idea liberale della giustizia” ed esprimono il loro dissenso su nodi come intercettazioni, detenzione preventiva e terzietà dei giudici.

I penalisti non rimarranno soli nella loro protesta; infatti giovedì 20 e venerdì 21 tutti gli avvocati che si riconoscono nell’Oua ( organismo unitario dell’avvocatura) protesteranno contro la revisione della geografia giudiziaria e la media conciliazione obbligazionaria, non tralasciando che anche riforma forense  e le ultime norme sul processo civile saranno oggetto di contestazione. Gli avvocati penalisti, in questi cinque giorni di sciopero, andranno in aula, come conferma Valerio Spigarelli, presidente dell’Unione delle Camere penali (Ucpi), solo ed esclusivamente per le udienze più urgenti.

Spigarelli ha poi chiarito come lo sicopero sia “un gesto politico” in quanto è necessario che ci sia un interlocutore politico con cui poter parlare di “assetto della magistratura, separazione delle carriere, a garanzia di una reale terzietà del giudice, di obbligatorietà dell’azione penale”. Il presidente dell’Ucpi non dimentica come però la riforma delle intereccettazioni sia una delle vere e principali priorità, in quanto è necessario terminare gli abusi di questo strumento di indagine.


Alle parole di Spigarelli fanno eco quelle dell’avvocato Mauro Vaglio, presidente dell’ordine degli avvocati di Roma, che ricorda “sono stati presi provvedimenti che incidono in modo determinante sulla professione senza che fossimo interpellati in modo concreto. Sono state anche ignorate tutte le nostre proposte e richieste che riguardavano la cosiddetta “geografia giudiziaria”, la riforma dell’Ordinamento professionale, i compensi determinati giudizialmente, e tanto altro”.

Il presidente Vaglio, in osservanza alle priorità stabilite dal manifesto degli scioperanti, ha espresso il suo parere sulla riforma delle intercettazioni “si tratta di un argomento complesso e controverso nel quale vi sono ragioni al contempo condivisibili e contrastanti. Un perfetto bilanciamento tra diritto all’informazione, rispetto della privacy e tutela del segreto istituzionale è difficilissimo se non impossibile.” Ha poi proseguito Vaglio “Come vediamo dalle cronache internazionali, questo è uno dei grandi problemi di ogni democrazia e, a mio parere, non vi sono ricette magiche per risolverlo in maniera incontestabile. Credo che anche l’Italia dovrà sforzarsi di fare maggiore chiarezza sul problema e solo il tempo ci dirà se le misure intraprese hanno condotto ad una soluzione più equa e rispettosa di ogni diritto”.

Dunque intercettazioni, come detto, al centro del dibattito ma anche riforma forense, per Spigarelli “va approvata rapidamente, i mali dell’avvocatura sono i numeri esorbitanti, con oltre 230.000 avvocati in Italia e la mancanza di specializzazioni”. Il presidente Vaglio approfondisce ancora di più il concetto toccando due temi interessanti, in primo luogo sostiene che si dovrebbe, prima di tutto, rendere efficienti i servizi da fornire a chi chiede giustizia e solo dopo, eventualmente, procedere ai tagli del superfluo”.

Detto ciò si addentra forse in una delle tematiche più delicate, quelle dei compensi “finora i Giudici nel liquidare le spese a carico del soccombente (colui che perdeva la causa, cioè spesso il debitore che non vuole pagare) aveva come riferimento le Tariffe forensi, approvate con decreto ministeriale e non più aggiornate, addirittura, dal 2004. Si è voluto abolire le Tariffe nell’ambito delle cd. liberalizzazioni dei mercati” – continua Vaglio – “Ebbene, quale è ora il risultato? Un regolamento governativo ha stabilito i parametri cui deve attenersi il giudice nel liquidare le spese. Questi parametri abbattono in alcuni casi anche del 60% gli importi da riconoscersi in favore della parte vittoriosa e questo avviene in particolar modo nella fase di esecuzione, quindi quando si va a recuperare quanto dovuto dal debitore”.

Secondo il presidente dell’ordine romano la conseguenza della riforma delle tariffe è che chi deve dei soldi sa che non pagando avrà anche il vantaggio che le spese processuali saranno minori a quelle che avrebbe sostenuto in passato. “Perciò, invece di disincentivare le cause” conclude Vaglio “in buona sostanza si incentiva il debitore a non corrispondere quanto dovuto perché così otterrà il doppio vantaggio di pagare solo dopo anni e con spese sicuramente inferiori di quanto gli sarebbe costato un equivalente finanziamento presso una banca”.


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