Il decreto attuativo, chi l’ha visto? Se  c’è un tema cardine per il 2012, quello è sicuramente il lavoro. Dall’entrata in carica del governo Monti, intervenire nel comparto occupazionale è sempre stata una massima priorità per l’esecutivo, a parole e – a quanto sembrava – nei fatti. Dapprima, si è deciso di mettere una mano pesante alla disciplina dei contratti, intervenendo, per la prima volta, nella formulazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Poi, in piena estate, alcune, rilevanti modifiche sono state apportate con il decreto sviluppo, a compendio di una riforma monumentale che, però, a conti fatti non è produce ancora i suoi effetti. Entrambi i provvedimenti, riforma Fornero e decreto crescita, sono stati convertiti in legge dello Stato, ma per moltissime disposizioni in esse contenute, mancano ancora all’appello i rispettivi decreti attuativi. Si tratta di decine di provvedimenti tuttora non pervenuti che, al momento, lasciano una riforma vaticinata come “epocale” a poco più che lettera morta.

Ne discutiamo con Paolo Stern, consulente del lavoro e docente per diversi atenei. Ha firmato diverse pubblicazioni su temi correlati alla normativa sul lavoro ed è spesso relatore in convegni dedicati.

 


Gentile dottor Stern, partiamo proprio dai decreti attuativi: quanti ne mancano alla riforma del lavoro?
Quanti alle modifiche contenute nel decreto sviluppo?

I due interventi, riforma del mercato del lavoro e decreto sviluppo, sono provvedimenti corposi ed importanti. Come è ormai tradizione del Legislatore molte norme non sono direttamente applicabili ma necessitano di un momento regolatorio affidato al Governo ed a singoli Ministeri. Come da deprecabile consuetudine, di questi interventi non v’è traccia e pertanto le imprese ed i professionisti che le assistono si trovano in una situazione di incertezza. Mancano i decreti attuativi su varie tipologie di contratto, sull’entrata in vigore dell’Aspi che comprenderà tutte le voci oggi sottintese alla voce “mobilità” e tutto ciò che non è non previsto nella Cig ordinaria. Nulla si sa sulla predisposizione dei nuovi vaucher per il lavoro accessorio. Così come ancora esistono tante incertezze per i lavoratori sprovvisti di Cassa integrazione guadagni per l’attuazione per i fondi di solidarietà. Anche i lavoratori genitori si trovano in una situazione di difficoltà mancando i decreti attuativi delle nuove disposizioni in tema di congedi parentali.
Per quanto riguarda il decreto sviluppo la situazione non è più rosea, mancano praticamente oltre 80% dei decreti previsti.

 

C’è il rischio che si perda qualcosa per strada?

Spero proprio di no, ma il rischio è dietro l’angolo. Il problema non è perdersi qualcosa per strada ma mantenere nel limbo dell’incertezza le imprese creando loro ulteriori problemi operativi in un momento congiunturale difficilissimo. Basta guardare al passato per capire come l’assenza delle previste precisazioni ministeriali possano bloccare il mercato, pensiamo al contratto di inserimento che la recente riforma abroga al 31/12/12. Le imprese che volevano utilizzare detto strumento per assumere donne hanno scontato la latitanza ministeriale nell’indicazione dei territori utilizzabili. Non si può costruire un organico basandosi su decisioni attese nel mese di gennaio e ritrovarsi a fine anno senza risposte. Una norma incerta è peggio di una norma sbagliata.

 

La parte della riforma Fornero in cui il decreto sviluppo interviene in misura più profonda è quella del welfare: quali sono gli aggiornamenti più significativi? L’Aspi subirà delle modifiche per come è stata approvata originariamente in riforma?

Il decreto interviene in più punti sulla riforma Fornero. È però ipotizzabile che ciò si ripeterà anche in provvedimenti futuri viste le incertezze che molte decisioni assunte in tema di flessibilità in entrate stanno determinando. Il decreto sviluppo interviene in tema di somministrazione di lavoro a tempo indeterminato che viene ammessa in tutti i settori produttivi nel caso di utilizzo da parte del somministratore di lavoratori assunti con contratto di apprendistato. Vengono poi ridotti i termini di latenza nei contratti a termine e vengono modificati i parametri per considerare genuino un rapporto a partita Iva. In materia di  welfare l’aggiornamento alla riforma del lavoro è massiccio. Si registra una apertura a favore dei  percettori di prestazioni integrative del salario o di sostegno al reddito che potranno svolgere prestazioni di lavoro accessorio,cioè il lavoro a vaucher, in tutti i settori produttivi, compresi gli enti locali, nel limite massimo di 3.000 euro di corrispettivo per anno solare. Viene spostata poi al 31 ottobre 2014 la verifica delle disposizioni transitorie in materia di mobilità, al fine di assumere eventuali iniziative in materia. Da ciò consegue che, la messa in mobilità per i lavoratori ultracinquantenni del Centro-nord e di tutti i lavoratori del Centro-sud, fino all’entrata in vigore dell’Aspi prevista a pieno regime per il 2017, si proroga al 31 dicembre 2014 con incremento della stessa durata del periodo di mobilità nel 2014. Si registrano poi novità in materia di Cigs per le aziende sottoposte a procedure concorsuali nonché nei casi di aziende sottoposte a sequestro o confisca, viene sancito il principio che l’indennità è concessa esclusivamente nei casi in cui sia prevista o ravvisabile una prospettiva di continuazione o di ripresa dell’attività e di salvaguardia, anche parziale, dei livelli di occupazione.  Anche le categorie svantaggiate di lavoratori – l’intervento era annunciato ed atteso – subiscono modifiche nel loro diritto al collocamento obbligatorio. Infatti verranno esclusi dal computo del personale sul quale identificare il numero dei disabili da assumerei rapporti di lavoro a termine di durata inferiore ai 6 mesi.

 

Sono arrivate novità anche per quanto riguarda gli autonomi?

Si, come accennato, sono state apportate modifiche anche sul comma 26 dell’art. 1 che riguarda le “ Altre prestazioni lavorative rese in regime di lavoro autonomo” ovvero le presunte false partite IVA. Nello specifico si tratta di un alleggerimento di due dei tre requisiti che fanno presumere un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa attraverso l’aumento dell’arco temporale necessario alla maturazione degli indici presuntivi, non più di un anno solare, ma bensì di due anni consecutivi. In particolare, seconda la nuova modifica, affinché non si inneschi il sistema di presunzioni, volto alla trasformazione del rapporto di lavoro autonomo  in lavoro subordinato, bisogna rispettare alcuni criteri, cioè che la collaborazione con il medesimo committente non possa superare gli otto mesi annui per due anni consecutivi e che i corrispettivi annui fatturati ad uno stesso soggetto o centro di imputazione di interessi non superi l’80% dei corrispettivi percepiti per due anni consecutivi. Resta quindi immutato il terzo presupposto, riferito alla disponibilità di una postazione fissa di lavoro presso una delle sedi del committente.

 

A livello fiscale reputa che i nuovi regimi siano vantaggiosi? 

Quello dei vantaggi fiscali al lavoro è il vero tema assente dai due provvedimenti di legge. Specialmente i piccoli imprenditori ed i consulenti del lavoro hanno più volte evidenziato che il vero freno all’occupazione è evidenziato dall’alto costo del lavoro e dalla forbice che distanzia detto costo dal netto in busta percepito dal dipendente. Il famoso cuneo fiscale di cui tanto si parla. Certo che quanto fatto in questi ultimo mesi riducendo la fiscalità agevolata sui premi di produttività da 6.000 a 2.500 euro va esattamente nel senso opposto. Sul punto la partita è però apertissima.
 

Sul tema dei contratti, invece, quanto le modifiche nel decreto sviluppo hanno deviato la riforma dal suo corso originario? Ricordiamo che è stata una delle parti più discusse dell’intero impianto di legge…

Mi sembra molto forte poter affermare che sui contratti ci sia stata una deviazione dalla impostazione originaria. Come evidenziato precedentemente c’è stata qualche timida apertura che avrebbe determinato effetti tra virgolette “devastanti” nel mercato. Se i periodi di stacco – periodi di latenza – tra un contratto a termine e l’altro non fossero stati ridotti nei contratti di tipo stagionali avremmo potuto assistere, in aziende a stagionalità lunga, a paradossali blocchi alle assunzioni. È servita la protesta dei gestori di call center che hanno paventato la possibilità di delocalizzare all’estero i loro servizi per fare imboccare la retromarcia sui contratti a progetto. Insomma sembra quasi che il legislatore si sia accorto solo a cose fatte che, forse prima ancora del lavoro instabile, sia da combattere l’assenza di lavoro. Se il precariato è un problema, la disoccupazione è un dramma. In questa ottica di ragionamento il provvedimento Fornero non mi pare proprio vada nella direzione giusta.

 

Si stanno alzando voci contrastanti ora che la riforma sta per entrare in vigore a tutti gli effetti.  Chi la ritiene inutile, che ne scorge una portata rivoluzionaria. A suo avviso, ci saranno dei benefici dalla riforma del lavoro? Quali, in particolare arriveranno dalle modifiche apportate col decreto sviluppo?

In realtà le voci contrastanti si sono alzate ben prima che la legge entrasse in vigore. Solo l’isolamento acustico in cui il Governo si è collocato gli ha impedito di udire le grida di allarme che sia le imprese che le categorie professionali levavano. In particolare i consulenti del lavoro, e il sottoscritto in tante occasioni, hanno evidenziato le difficoltà che la riforma avrebbe determinato all’avvio di nuovi contratti di lavoro. Una indagine del consiglio nazionale dei consulenti del lavoro svolta ad un mese di applicazione della riforma ha confermato tale posizione critica. Il problema vero è verificare se l’impianto regolatorio del mercato del lavoro emergente dalla riforma sia corrispondente alle necessità del mercato che, vale la pena ricordarlo, è l’unico foro in cui si crea sviluppo e occupazione. Ritengo che la riforma non metta in ordine le priorità in un sistema imprenditoriale fatto di piccole, medie e micro imprese. Lo scambio minor flessibilità in entrata contro maggior flessibilità in uscita, ossia la riforma dell’articolo 18, se mai fosse stato realizzato, non interessa il 90% delle imprese italiane che hanno meno di 15 dipendenti. Per loro la riforma non ha previsto nulla. Se le piccole e medie imprese non hanno spazio frena, e frana, tutto. In tema di flessibilità e precarietà del lavoro sembra quasi che il legislatore voglia difendere i giovani dalla flessibilità, operazione impossibile, e non nella flessibilità, operazione auspicabile. Baso questa affermazione sul trattamento riservato ai contratti atipici dalla riforma. È vero che non si registra nessuna abrogazione dei contratti previsti dalla Biagi ma è anche vero, e il risultato di fatto è peggiore, che si sono costruiti tanti e tali elementi di contrasto che la l’applicazione dei rapporti parasubordinati atipici diventa veramente complessa, con buona pace della semplificazione delle  procedure e della auspicata riduzione del contenzioso. Il vero nemico da sconfiggere è la stagnazione della produzione e la disoccupazione crescente, situazioni queste indissolubilmente collegate. Ci si sarebbe aspettati quindi una operazione di allargamento di maglie, di sostegno a chi voglia creare impresa, di spinta al lavoro autonomo ed alla autoimprenditorialità, di incentivo ai sistemi di deflazione del contenzioso, in primis la certificazione dei contratti di lavoro, ed invece nulla di tutto ciò.

 

In sintesi?

Una ultima annotazione: da un ministro di assoluta competenza come la professoressa Fornero e da un Governo di tecnici ci si sarebbe aspettati un documento che, al di là dei contenuti, fosse stato redatto in una forma chiara e corretta tale da evitare interpretazioni variopinte o contraddittorie. Purtroppo, anche in questo caso non è stato così. Solo un esempio, il vecchio articolo 18 era regolamentato in circa 600 parole oggi ce ne sono volute 2.500. Chiunque viva in Italia sa che dietro ogni parola c’è il pericolo di una differente interpretazione e quindi un contenzioso. Oggi questo pericolo si è quadruplicato.


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