Il governo è pronto a ricorrere contro la sentenza della Corte europea sulla fecondazione e ne discuterà già domani in Consiglio dei ministri. Lo ha ufficializzato Radio Vaticana, riprendendo le parole del ministro della Salute, Renato Balduzzi, intervenuto a un convegno dopo la bocciatura di Strasburgo a due articoli contenuti nella legge 40, che in Italia vieta la diagnosi embrionale preimpianto per le coppie fertili.

La Corte dei diritti dell’uomo ha infatti ravvisato un’incoerenza normativa tra la legge 40 e la disciplina sugli aborti, che prevede la possibilità di interruzione terapeutica della gravidanza per la diagnosi di fibrosi cistica. Della patologia, infatti, sono portatori sani due coniugi italiani, Rosetta C. e Walter P., che si erano rivolti alla Corte per vedere riconosciuto il diritto di conoscere lo stato di salute del feto, dopo la nascita della prima figlia affetta proprio da fibrosi. Il Tribunale ha dato ragione ai due genitori, condannando lo Stato italiano a un risarcimento.

Ora, dunque, l’esecutivo, per mezzo del suo rappresentante in materia di sanità, annuncia di voler procedere a un “chiarimento giurisprudenziale” nei confronti della Corte europea. “La sentenza – ha specificato Balduzzi – presenta dei profili processuali particolarmente delicati che già da soli forse giustificherebbero un ricorso anche per future occasioni. Una pronuncia che abbia delle ulteriori certezze serve a capire come si vede il bilanciamento tra i diritti dell’embrione, la tutela delal madre e gli altri interessi coinvolti. Alcuni passaggi possono dare luogo a interpretazioni preoccupanti“.

Posizione a cui ha prontamente replicato la segretaria dell‘associazione Luca Coscioni, da sempre attiva sui temi etici, che ha posto all’ettenzione del ministro come “il ricorso finalizzato a chiarire non esiste. O si rispetta la sentenza – ha sottolineato Filomena Gallo – o la si contesta”.

Salta all’occhio, infatti, come l’outing del ministro si arrivato a ruota del pronunciamento di Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, secondo cui, con la sentenza della Corte europea “è stata scavalcata la magistratura italiana, un fatto singolare. Bisogna ripensarci a livello nazionale, sia di tecnici sia di esperti, sia per merito sia per metodo”. Appello raccolto da molti esponenti dell’arco parlamentare, appartenenti ai gruppi di Udc, Pdl e, in misura più silenziosa, del Pd.

Balduzzi, però, va oltre e arriva a non escludere una revisione della legge 40 e della stessa normativa sulla procreazione assistita: “Sarebbe possibile – osserva il ministro – solo se ci fosse un sentire comune e una volontà ampia e condivisa per riaffermare il no a una deriva di tipo eugenetico. Potrebbe anche esserci un apporto da parte del governo”.

Intanto, riguardo la sentenza della Corte europea, se davvero l’esecutvo confermerà quanto divulgato da Radio Vaticana, il pronunciamento andrà impugnato di fronte alla Gran Camera di Strasburgo, il secondo grado di giudizio dopo il Tribunale continentale dei diritti umani. La deadline per presentare ricorso scade il prossimo 28 novembre: passato quel termine, la sentenza emanata dalla Corte europea diverrà vincolante, finendo per  riaprire di fatto il fronte della legge sulla fecondazione in vitro anche senza le premesse di un approccio bipartisan. Nel frattempo, quello che resta sono le 16 sentenze italiane che negli ultimi anni hanno già messo in forte crisi l’impianto della legge 40 e alle quali i più strenui difensori della laicità cercano di aggrapparsi.


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  1. […] governo italiano, come aveva già annunciato, ha depositato il ricorso contro la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che, […]

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