Arrivata in porto la spending review, si inizia a ragionare sulle modalità di attuazione delle misure più profonde, prima tra tutte quella degli esuberi nel pubblico impiego. Fin dagli albori della manovra di revisione della spesa, infatti, il taglio delle piante organiche nelle amministrazioni si è distinto come la stella polare del governo, che non è arretrato di un millimetro nonostante le numerose proteste. Ora che la spending review si è trasformata nella legge 135/2012, si passa al versante operativo delle riforme.

Stime non ufficiali parlano di 24mila posti in meno negli uffici del settore pubblico. A ufficializzare i numeri, però, arriveranno solo in autunno inoltrato i decreti attuativi che spiegheranno l’incidenza effettiva della spending review, soprattutto sul fronte degli enti periferici. Quel che resta, allo stato attuale, è che il 20% dei dirigenti e il 10% dei dipendenti dovrà abbandonare definitivamente o temporaneamente il proprio lavoro. Infatti, per gli statali in esubero è stata prevista una duplice via di interruzione del rapporto: la mobilità in vista del pensionamento e quella che condurrà alternativamente al reintegro o al licenziamento, come ha spiegato di recente il ministro della Funzione pubblica Patroni Griffi.

E proprio sulle modalità di reimpiego emerge il primo nodo operativo successivo all’entrata in vigore della spending revew. Nodo nient’affatto scontato che riguarda le relazioni dell’amministrazione in esubero con le organizzazioni sindacali. Queste ultime sono già da tempo sul piede di guerra e hanno annunciato per il prossimo 28 settembre uno sciopero generale del pubblico impiego, contro quelli che definiscono “tagli lineari” del governo.


Ora, a quanto emerge dalle prime analisi della legge sulla spending review, si ridefiniscono i tempi di informazione tra ente e parte sociale nel momento dell’illustrazione sulle modalità di reintegro del personale in esubero. In precedenza, infatti, a disciplinare la situazione era la legge 183/2011, ora scavalcato dall’articolo 33 della revisione di spesa, che presuppone come il dirigente responsabile sul personale in esubero debba preventivamente informare le organizzazioni sindacali. Dopodiché, trascorsi dieci giorni, dovrebbero prendere il via le procedure per ricollocare i lavoratori nell’ufficio di provenienza o di altro ente.

A rendere ineffettiva la norma suddetta, però, interviene l’articolo 6 del decreto legislativo 165/2001, che specifica la necessità di un esame congiunto tra sindacati e amministrazioni per stabilire esuberi e relativi ammortizzatori posti in essere. La specifica va intesa prevaricante rispetto all’articolo della spending review, essendo questa una disciplina che valorizza la funzione sindacale di concertazione in caso di allontanamento del personale.

Resta, però, un punto fermo: l’ultima parola spetta sempre all’amministrazione, che avrà potere di imporre la sua visione anche di fronte a un “niet” dei sindacati. La speranza è che questo surplus di negoziazione non sia soltanto una pratica di galanteria istituzionale, che renderebbe solo più macchinoso il processo di messa in mobilità, ma venga utilizzato per individuare le condizioni migliori per i dipendenti e per gli enti costretti a sfoltire.


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