Alle parole sono seguiti i fatti, anzi, i fatti hanno preceduto le parole, è per questo che il 1° agosto Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei Valori, si è recato in Cassazione per depositare il testo di 4 nuovi quesiti referendari (pubblicati nella Gazzetta del 2 agosto). La dichiarazione di guerra politica era già esplicita ma per fugare qualsiasi dubbio, l’ex pm ha rilasciato questa dichiarazione “io mi candido a governare il Paese alla guida di una coalizione di centrosinistra e riformista. Chi ci sta venga con noi”, non propriamente il ritornello preferito della hit – parade di Bersani. La rottura con il Pd dunque è stata tanto inevitabile quanto repentina, difficile pensare che a questa fuoriuscita politica possa seguire una retromarcia.

L’Italia dei Valori, quindi, tramite le parole del suo leader “maximo” decide di correre da sola e nel cominciare a farlo getta le basi del proprio programma politico, partendo da un referendum che riavvicini il popolo alla politica, scelta coraggiosa ed in controtendenza visto il momento storico. Il referendum dell’IdV è strutturato in quattro quesiti che affrontano tematiche piuttosto scottanti, fra cui l’evergreen di abolire i privilegi della casta, e sono strutturati in modo molto deciso e mirato.

Il primo quesito si prefigge la totale abolizione dei finanziamenti pubblici ai partiti; secondo il partito di Di Pietro la legge varata dal Governo Monti, e quindi sostenuta dalla maggioranza parlamentare, non mette in atto un reale risparmio ma legalizza finanziamenti sottobanco, meglio definiti come tangenti, che sono ritenuti un cancro per la politica italiana. Il secondo provvedimento risponde, invece, all‘abolizione della diaria parlamentare che viene definito dall’Idv come l’ennesimo emolumento che arricchisce i parlamentari e grava sui contribuenti. Secondo l’ex pm i parlamentari godono già di una svariata serie di benefit e di uno stipendio tale da potersi privare, per una semplice questione di decenza, di un ulteriore introito di cui non se ne vede il bisogno.


Oltre questi quesiti che, con ogni probabilità, infiammeranno i cittadini, ce ne sono altri due riguardanti la pura sfera del lavoro e puntano a ricostituire alcuni dei diritti elementari dei lavoratori che sono venuti meno con l’approvazione delle modifiche all’articolo 18. Partendo da questo concetto, il terzo punto del referendum proposto intende ripristinare nella sua integrità l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori che prevedeva che le aziende con più di 15 dipendenti reintegrassero obbligatoriamente i lavoratori licenziati senza giusta causa.

L’ultimo quesito chiede, infine, l’abolizione dell’art.8 della legge 138 varata da Berlusconi mediante la quale  le aziende sono impegnate a rispettare il contratto nazionale a condizione che non asseriscano che -in virtù di una situazione d’emergenza- non possano rispettarlo. Un articolo, dunque, strutturato in modo equivoco secondo l’Idv che sostiene come per le imprese sia valido “a meno che non decidano che preferiscono ignorarlo”. E’ importante, per Di Pietro, che su leggi simili i lavoratori e i cittadini possano dire direttamente cosa pensano, ed è esattamente quello che intende adesso fare mediante il referendum. 

Alessandro Camillini


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