Nel 2010, la Romania fece da apripista con una normativa di imposizione fiscale sull’alcool e sul cosiddetto “cibo spazzatura (junk-food)”.

L’accisa su fast-food e simili ( che colpiva produttori ed importatori di alimenti con alti livelli di grassi insaturi, zuccheri ed additivi) causò una forte ondata di polemiche in tutto il Paese, ma venne giustificata dal fatto che i ricavati sarebbero stati destinati a programmi di educazione alimentare e sanitaria. L’UE applaudì la decisione del ministro Attila Czeke, ed un mese dopo, a Bruxelles, vennero varate regole ( destinate a tutti i 27 Paesi ) per i cosiddetti profili nutrizionali, cioè per indicazioni igienico-alimentari molto più dettagliate alle popolazioni ed alle aziende legate al mondo alimentare.

Ovviamente, l’eventuale tassazione in materia di “Junk-food” non puo’ costituire una decisione spettante all’UE, bensì ai singoli governi. Anche se è vero che il Parlamento europeo si fece all’epoca autore di una lettera al governo rumeno, auspicando un simile provvedimento fiscale in tutti i Paesi dell’Unione.


Qualche settimana fa, nel ben noto clima di iper-tassazione montiana, si è iniziato anche in Italia a discutere sull’opportunità o meno di un’imposta altamente salutistica, sullo stile di quella rumena.

Un’ipotesi attualmente allo studio del ministero della Salute, quindi, sarebbe la tassazione di molti cibi e bevande non salutari (consentitemi il gioco di parole!), finalizzata – così ci dicono – al finanziamento, alla costruzione ed all’ammodernamento delle costose strutture ospedaliere.

Tempi duri si profileranno dunque, anche da noi, per i golosi… e le belle e buone cassate siciliane o le frittissime patatine dei McDonald’s resteranno, un giorno, soltanto una leggenda nell’immaginario collettivo.


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