Si auspicava una riforma della giustizia, ma in quella approvata di recente sembra piuttosto riecheggiare la dichiarazione rilasciata dall’ex Ministro della Giustizia, Nitto Palma, sulle pagine di Libero dello scorso 11 ottobre 2011 – “Farò pagare i giudici” – che ha tutto il sapore di una vera e propria caccia alle streghe a tutela non di chi, purtroppo, è stato realmente vittima dell’operato illecito di taluni giudici, ma dell’unico cittadino – a suo dire – più amato d’Italia e più perseguitato dai giudici.

Dubito che la sola previsione di una responsabilità diretta del giudice possa condurre ad una effettiva e maggiore responsabilizzazione nell’esercizio della funzione giurisdizionale e allo stesso tempo garantire una maggiore soddisfazione dell’esigenza di giustizia sociale nei confronti dei soggetti danneggiati.

In prospettiva, quindi, l’analisi comparativa sulla disciplina della responsabilità civile del giudice o dello Stato – giudice offre interessanti spunti di riflessione.


Di regola, nelle grandi democrazie con le quali siamo soliti confrontarci il giudice non è assoggettato alle comuni regole di responsabilità civile per i danni cagionati da errori nell’esercizio delle sue funzioni decisorie: si va dall’immunità assoluta (Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Israele), alla limitazione della responsabilità civile alle ipotesi di reato (Germania), o alla normale esclusione della responsabilità diretta nei confronti della parte danneggiata, alla quale è solo consentito di agire contro lo Stato, con una più o meno limitata possibilità di rivalsa dello Stato nei confronti del giudice (Francia, Paesi Bassi, Svizzera, e così la raccomandazione della “Carta Europea sullo Statuto dei Giudici”, approvata a Strasburgo dal Consiglio d’Europa, 8-10 luglio 1998”).

Se guardiamo agli ordinamenti di Common Law, in generale, prevale la teoria della assoluta irresponsabilità del giudice. Ai magistrati è assicurata l’immunità pressoché totale o, in ogni caso, è prevista una responsabilità patrimoniale solo in casi di gravità eccezionale. Nel Regno Unito – così come in Irlanda e a Cipro – è escluso in radice che il giudice risponda, direttamente o indirettamente, dei danni causati nell’esercizio delle sue funzioni e l’unica deroga alla judicial immunity riguarda l’ingiusta detenzione. Tuttavia, la fedeltà al principio tradizionale della immunity from civil liability ha ricevuto una incisiva compensazione sul piano disciplinare, in particolar modo nel diritto statunitense.

Nel Regno Unito, dove vige il principio della judicial immunity, i giudici sono esenti da responsabilità per gli atti compiuti nell’esercizio delle loro funzioni e l’esonero dalla responsabilità civile del magistrato è considerato un presidio di garanzia e tutela dell’indipendenza e dell’imparzialità della magistratura, anche onoraria. In nessun caso, infatti, si può agire contro il magistrato anche se abbia agito con dolo o per difetto di competenza. Divenuto ormai desueto il procedimento di messa in stato di accusa (impeachment) dei giudici, l’unica forma di responsabilità prevista è quella politica che si traduce nella possibilità per i giudici delle corti superiori (ma ciò vale pur se in diversa maniera anche per i più numerosi giudici di prima istanza) di essere rimossi dal loro ufficio da parte della Corona su petizione presentata a Sua Maestà da entrambi i rami del Parlamento. Questa procedura chiamata “address” si applica ogniqualvolta i giudici tengano una “cattiva condotta” (misbehaviour) che ricomprende ipotesi molto diverse tra loro tra le quali il difetto di giurisdizione, l’incapacità, la negligenza ed i casi di diniego di giutizia.

Assolutamente diverso è l’approccio al problema della responsabilità del giudice nei paesi di area continentale. Si passa dall’immunità totale alla responsabilità indiretta, prevista da Francia, Germania, Portogallo, Belgio.

Fra questi, il sistema che maggiormente si avvicina a quello delineato dal legislatore italiano del 1988 è certamente quello che si è venuto a configurare in Francia sin dagli anni ’70. La legge di riforma della procedura civile prevede una responsabilità indiretta stabilendo che “l’État est tenu de réparer le dommage causé par le fonctionnement défectueux du service de la justice”, e che la sua responsabilità “n’est engagée que par une faute lourde ou par un déni de justice”. Con l’art. 11 della legge del 5 luglio 1972 è stata introdotta la regola apparentemente rivoluzionaria della responsabilità dello Stato – Giudice. Si è affermato, in via di principio, che “lo Stato è tenuto a risarcire i danni derivati dal funzionamento difettoso del servizio della giustizia”, ma poi, si è finito con il limitarne l’applicazione ai soli casi di “faute lourde” e “déni de justice” del giudice. Lo Stato garantisce le vittime dei danni derivanti da fautes personnelles dei giudici e degli altri magistrati, salvo rivalersi contro questi ultimi. La responsabilità civile dello Stato scatta per «funzionamento difettoso del servizio giudiziario» dovuto a «mancanza grave» e «diniego di giustizia» o per «mancanza personale» dei magistrati. La responsabilità dei giudici derivante da faute personnelle è disciplinata, per giudici e pm, dallo Statuto della magistratura che prevede un’azione riconvenzionale dello Stato nei confronti del giudice solo se la sua «mancanza» è «intenzionale e particolarmente grave». Un’ulteriore differenza del sistema francese rispetto a quello italiano consiste nel fatto che l’azione di rivalsa che lo Stato esercita in seguito al risarcimento dei danni può essere fatta valere dallo Stato francese solo nei casi di dolo, frode e concussione e non anche nell’ipotesi di colpa grave del giudice.

Una normativa eccezionale, rispetto agli altri paesi europei di tradizione romanistica, è presente in Spagna la cui Costituzione del 1978 prevede all’art. 121 che “i danni causati da un errore giudiziario come quelli conseguenti ad un anormale funzionamento dell’amministrazione della giustizia daranno diritto ad un indennizzo a carico dello Stato“. In applicazione di tale precetto, la ley organica sul Poder judicial, agli artt. 292 e ss., prevede tre titoli di responsabilità dello Stato. Precisamente: 1) l’errore giudiziale; 2) il funzionamento anormale dell’Amministrazione della giustizia, salvo il caso di forza maggiore (art.292); 3) la carcerazione preventiva seguita da assoluzione perchè il fatto non sussiste (art.294) indipendentemente dal funzionamento anormale della giustizia. In questo quadro, lo Stato risponde anche dei danni provocati dal giudice con dolo o colpa grave, salvo il diritto di rivalsa (“sin perjuicio del derecho que el asiste de repetir contra los mismos”, art. 296).

La responsabilità dello Stato, comunque, non esclude, ma concorre con la responsabilità civile del giudice che, secondo un principio risalente al diritto comune, in Spagna è tradizionalmente estesa alla colpa.

Il legislatore spagnolo è certamente quello che ha aperto maggiormente all’affermazione di una vera e propria responsabilità personale del giudice con la “Ley organica del Poder Judicial” del luglio 1988. Oltre ad aver previsto la riparazione di qualunque errore giudiziario cagionato nel corso di qualunque tipo di processo ad opera di qualunque autorità, l’art. 29 L.O.P.J. prevede che “lo Stato è anche responsabile dei danni provocati dai giudici e dai magistrati per comportamento imputabile a colpa grave o dolo salvo il diritto di rivalsa nei loro confronti“. In tal modo si è attribuito al cittadino danneggiato non solo la possibilità di agire direttamente nei confronti dello Stato per ottenere la riparazione dell’errore giudiziario ma è stata anche fatta salva la facoltà della parte lesa di citare in giudizio direttamente il giudice responsabile per dolo o colpa grave in quanto la sua responsabilità è diretta e concorrente. Sebbene la Spagna sia l’unico paese in cui lo Stato e il giudice possono essere chiamati «in solido» a risarcire il danno, prima, però, bisogna passare per il «filtro» di un apposito Tribunale che verifica se ci sono i presupposti soggettivi del «dolo» o della «colpa grave».

Quindi, il regime giuridico della responsabilità civile si caratterizza per la presenza di un sistema duale di responsabilità. Esiste una responsabilità civile individuale per i danni e i pregiudizi causati da giudici e magistrati nell’esercizio delle loro funzioni con dolo o colpa: tale responsabilità è regolata dagli artt. 411 a 413 LOPJ e 266.1 e 403.2 della LEC del 2000. La LEC 1/2000 contempla agli artt. 266 e 403 la possibilità che Giudici e Magistrati rispondano civilmente “por los daños y perjuicios que, por dolo, culpa o ignorancia inexcusable irrogaren en el desempeño de sus funciones”. E’ prevista, inoltre, una responsabilità patrimoniale – diretta ed oggettiva – dello Stato per errore giudiziario, funzionamento anormale dell’amministrazione della giustizia e prigione preventiva, illecita o indebita, alla quale si riferiscono gli artt. 292 e ss. LOPJ.

Diversamente in Germania è prevista la responsabilità indiretta dello Stato – Giudice. La Costituzione sancisce la responsabilità dello Stato che può rivalersi nei confronti dei magistrati soltanto in caso di dolo o colpa grave. L’articolo 34 della Costituzione, dopo aver sancito il principio della responsabilità dello Stato, stabilisce che «in caso di dolo o colpa grave può essere fatto valere il diritto di rivalsa», mentre il par. 839 del BGB precisa che l’obbligo al risarcimento viene meno se chi ha subìto il dolo o la colpa grave «ha omesso di impedire il danno mediante l’impiego di mezzi legali».

Negli altri Stati europei, la responsabilità civile fa capo sempre e solo allo Stato che può, comunque, rivalersi sui giudici. Tuttavia, il diritto di rivalsa scatta solo in casi determinati: in Portogallo, la responsabilità civile dello Stato scatta solo a seguito di una condanna penale, potendo lo Stato agire per il rimborso della riparazione del danno eventualmente anticipato; nei Paesi Bassi la responsabilità civile fa sempre e solo capo allo Stato e non è previsto alcun diritto di rivalsa nei confronti del magistrato che ha sbagliato; in Belgio la responsabilità civile è dello Stato, con diritto di rivalsa che scatta solo in caso di dolo intenzionale o di frode del giudice.

Attesa la disamina comparativa relativa al controverso tema della responsabilità civile del giudice, siamo sicuri che l’annunciata riforma sia veramente tesa a difendere il cittadino comune?

E come valutare, poi, alla luce del nuovo orientamento, la raccomandazione n. 12 del 17 novembre 2010, adottata dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa? Tale raccomandazione, infatti, ha escluso qualsiasi forma di responsabilità civile diretta delle toghe, stabilendo che “l’interpretazione della legge, l’apprezzamento dei fatti o la valutazione delle prove effettuate dai giudici per deliberare su affari giudiziari non deve fondare responsabilità disciplinare o civile, tranne che nei casi di dolo o colpa grave”. In pratica, “Soltanto lo Stato, ove abbia dovuto concedere una riparazione, può richiedere l’accertamento di una responsabilità civile del giudice attraverso un’azione innanzi a un tribunale”.

Sarebbe questa la riforma organica della giustizia che contempera le esigenze di autonomia della magistratura con la piena tutela del diritto del cittadino?

 


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5 COMMENTI

  1. «In nome del popolo italiano?».

    La reazione dell’Anm contro una possibile legge sulla responsabilità civile dei magistrati è stata rabbiosa e ai limiti dell’isterismo, e non so quanto in buona fede.

    E rabbiose e ai limiti dell’isterismo, e non so quanto in buona fede, sono state le parole di Palamara: «Una forma intimidatoria di vendetta verso il libero esercizio della funzione di giudice, un ennesimo tentativo di risentimento e di ritorsione in un periodo in cui al Paese viene chiesto rigore, crescita, solidarietà e legalità, che passano attraverso la necessità di tutelare una fondamentale istituzione dello Stato qual è la Magistratura e che purtroppo qualcuno ha dimenticato».

    E le parole di Cascini: «È con tutta evidenza un tentativo di intimidazione nei confronti della magistratura, una norma incostituzionale, una mostruosità giuridica».

    E le parole di Rossi: «Non ci si può limitare a sperare che il Senato corregga o che la Corte costituzionale dichiari in un lontano futuro l’illegittimità della norma oggi approvata dalla Camera. Occorre che la magistratura attraverso adeguate iniziative – inclusa la proclamazione di uno sciopero immediato – faccia comprendere anche ai più sordi l’entità della posta in gioco».

    A questa rabbia ai limiti dell’isterismo, e non so quanto in buona fede, preferisco l’onesto esame di coscienza che il 28 gennaio 2012, all’inaugurazione dell’anno giudiziario presso la corte d’Appello di Trento, ha fatto il pm Profiti: «È arrivato oggi il momento di poter e dover guardare dentro di noi dove abbiamo già trovato e troveremmo ancora non solo i collusi con i potenti, i venduti al miglior offerente, ma anche chi semplicemente s’inchina alle chiamate del politico, anche se quel politico offende la nostra dignità o getta fango su chi, come noi, ha giurato fedeltà alla Costituzione. Con motivazioni apparenti, fatte solo di pagine e pagine di frasi dette da altri, che dimostrano abilità nel trasferimento dei caratteri da un file ad un altro, con le stesse sottolineature, lo stesso grassetto, lo stesso corsivo, dall’informativa di polizia giudiziaria all’ordinanza di custodia cautelare, alla sentenza. La magistratura italiana è fatta in prevalenza di passioni, ideali costituzionali, sacrificio, umiltà ed ammissione dei propri errori. Quella testa, però, ogni tanto vale la pena abbassarla, non di fronte al potente, ma per guardare dentro di noi, per non peccare di superbia, per sapere chiedere scusa, perché dobbiamo imparare a guardare anche ciò che di noi non ci piace».

    A ogni poeta manca un verso.

    A Profiti è mancato di dire che il magistrato incorso in un errore giudiziario non ha mai chiesto scusa al condannato. Il che non toglie che l’onesto esame di coscienza di Profiti abbia un valore di eccezionale testimonianza. È utile leggerlo più volte e meditarlo a fondo.

    Le sentenze sono pronunciate «in nome del popolo italiano». Che significa, che ingiusto è il popolo italiano quando si pronuncia una sentenza ingiusta?

    Mi sembra troppo. È una fictio, questa. Ma a volte serve ai giudicanti per nascondere dietro una foglia di fico la propria impreparazione.

    Per carità, «nessuno nasce imparato». E però è anche vero che non dovrebbero mancare di «preparazione», e non dovrebbero usare il «copia incolla» ben denunciato da Profiti, quei «cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche», a cominciare dai docenti universitari.

    Postilla.

    La Bongiorno di Fli, nato da An, a sua volta nata dall’Msi, ha detto che bisogna votare testi «in cui chi sbaglia paga, ma io non voglio magistrati terrorizzati nell’interpretare la legge o che scrivono sentenze con mano tremolante. Non rendiamoli terrorizzati di fronte alla legge». Giusto: «Chi sbaglia paga». Il resto, con la svolazzante immagine di chi scrive sentenze «con mano tremolante», parole in libertà.

  2. «Forse che Niccolò Machiavelli era infelice perché da Segretario della Seconda Cancelleria della Repubblica fiorentina doveva rispondere dei propri errori?».

    Non è un reato di lesa maestà stabilire per legge la responsabilità civile dei magistrati: è un attuare l’art. 28 della Costituzione.

    La Bongiorno, che forse si sente gratificata dal favoruccio ricevuto dai giudici di Perugia nel processo d’Appello Amanda & Raffaele, ha strillato senza argomentare. Ha lontane radici fasciste, la Bongiorno. Sta più dalla parte dello «statalismo» che dalla parte del «garantismo». Ottima allieva di Giovanni Gentile e della sua filosofia dello «Stato etico». Ottima nipotina del fascista Giorgio Almirante. Ottima figlietta dell’«ex» fascista Gianfranco Fini.

    La Severino poteva risparmiarsi la battuta sulla «norma spot»: non è degna di un ministro della Repubblica, che per Costituzione ha il dovere d’esercitare le funzioni «affidatigli», non solo «attribuitigli», e la filologia e la semantica giuridiche non sono un’opinione, «con disciplina ed onore».

    Può spiacere che l’emendamento sia stato proposto dal leghista Gianluca Pini. Ma non è che se un leghista dice che l’acqua è bagnata o che i corpi sono estesi, gli si possa dar torto.

    L’Anm minaccia scioperi. E non si accorge che così minacciando, rafforza nel cittadino comune la non balzana idea che i magistrati costituiscano una corporazione che procede a testuggine quando la si tocca nei privilegi che ha e non intende perdere. Fu l’errore di Palamara, che a furia di dare addosso a Berlusconi fece il gioco di Berlusconi e dei seguaci suoi e ne amplificò le voci.

    E veniamo alla «violazione manifesta del diritto». Investita della questione, la Corte Costituzionale boccerebbe? E chi lo sa, san Nicola Pellegrino?

    E stiano allora calmini il segretario dell’Anm Giuseppe Cascini e il componente del parlamentino dell’Anm Nello Rossi. E si ricordino che per Costituzione i giudici sono soggetti alla legge e non sono legislatori. E studino bene Montesquieu e i classici dell’Illuminismo giuridico, da Verri a Beccaria. Stiano calmini e non si sentano «intimiditi».

    Passerà l’emendamento al Senato? Credo che molto dipenda da come nei prossimi giorni «marcerà» il processo Mills. L’elegante inventore dell’elegante bunga bunga, ai conti nel suo libro della partita doppia, è avvezzo: il «dare» ha almeno da tornare in pareggio con l’«avere».

    Il governo Monti, mio collega con cui non lego perché alla faccia della Costituzione e del diritto dei lavoratori a conservare il proprio posto di lavoro si è permesso di proclamare che «il posto fisso è monotono», si regge su uno sputo. E in questo sputo è costretto a navigare, barcamenandosi per non naufragare.

    Postilla.

    Il giustizialista dialettale Di Pietro. Anche lui, dopo l’approvazione dell’emendamento Pini, senza nemmeno sapere che fine farà al Senato, ha subito invitato il presidente della Repubblica a vagliare con attenzione il «provvedimento». Queste le sue parole: «Napolitano ci pensi prima di firmare».

    Ma se ancora il «provvedimento» non c’è, se non c’è ancora la legge, è una stupidità giuridica invitare il presidente della Repubblica a riflettere se promulgare o non promulgare. Tanto più che proprio Napolitano non ha esitato a promulgare le varie leggi ad personam Berlusconis, con la benedizione guardasigillata di Angelino Alfano, ministro ad personam Berlusconis.

    Sono in molti a confidare nel potere di «moral suasion» del presidente della Repubblica. Solo che nella Costituzione questo potere non c’è. E c’è il potere del presidente della Repubblica d’inviare messaggi alle Camere. A mia memoria, Napolitano non ha mai inviato messaggi alle Camere. A mia memoria, seguendo la prassi di qualche suo predecessore troppo ciarliero, ha sempre preferito «esternare» al di fuori dei canali istituzionali con buona dose di populismo se non pure di demagogia. E così «custode della Costituzione» non è stato.

    L’ex poliziotto Di Pietro, poliziotto è rimasto. E poliziesco è rimasto il suo linguaggio: contro la responsabilità civile dei magistrati, «il popolo alzerà i forconi», ha detto.

    Il popolo, che già si pronunciò con il referendum «tradito» del 1987, non alzerà alcun forcone.
    Il forcaiolo Di Pietro, che non pare conosca il garantismo su cui la Costituzione si fonda, è meglio che usi il suo forcone per l’hobbistica che gli è cara e congeniale: coltivare la terra in quel di Montenero di Bisaccia.

  3. Bartolo da Sassoferrato fu secondo solo ad Irnerio (Yrnerio, si firmava…). Dotto e per me condivisibile commento ai nostrani scempi. Ma il problema, resta renderne edotti i cittadini, e cioè Sua Maestà il Popolo Sovrano, come amava dire un primo presidente di Cassazione, probabilmente monarchico, ben conscio che l’informazione e quindi la conseguente conoscenza (leggi disinformazione e conseguente errore) non si tramandavano col sangue bleu e vengono da sempre manipolate…

  4. Gia il fatto che nei paesi che si cerca continuamente di prendere come esempio(ossia di common law) non esista de facto una responsabilità dei giudici la dice lunga su quanto il popolo italico votando il solito referendum populista radicale sia poco avezzo al ragionamento e alla logica giuridica che sottende all’intero sistema(infatti i radicali sfruttarono il buon periodo di popolarità del caso Tortora).La responsabilità sulle valutazione delle norme di stretto diritto la si può prevedere ove il giudice è bipartito e sulle questioni di fatto si pronunci una giuria,con un verdetto immotivato e quindi inattaccabile.Qui il giudice è facilitato perchè pronuncia solo provvedimenti ordinatori e mai decisori (al massimo integrativi della sentenza).In un sistema di civil law come il nostro(dove c’è lo scabinato e non una giuria vera e propria) sottoporre a nuova valutazione ciò che ha fatto il giudice sia in merito che in diritto significa creare un quarto grado di giudizio che ha un pò della cassazione e dell’appello(e allora mi domando a cosa servano!!!).si avrà solo l’effetto di far si che il giudice pronunci sentenze meno sfavoreli alla proprie tasche(insomma roba da sud america come si diceva una volta)In Italia mal vedrei poi una giuria,perchè un paese che ragiona di pancia (e il referendum radicale ne è la prova),con un sistema di informazione in mano al solito noto,significa pilotare le giurie già solo con qualche programma tv spazzatura (e infatti preferesico l’Olanda dove non esiste nessuna giuria a nessun livello della giuridizione).Infatti il motivo per cui si invoca una riforma del processo in senso accusatorio e proprio questa…poter pilotare una giuria costituita da un popolo di ignoranti coni mezzi di informazione.Come l’altra trovata di portare in Italia l’elezione dei procuratori della repubblica da parte del popolo(presente nel common law statunitense) da noi…pensate un pò cosa accadrebbe nel meridione dove il voto è controllato dalla criminalità organizzata.Il punto come sottilineava il PM Nicola Gratteri è che l’Europa ragiona da paese anglosassone senza considerare (e infatti loro in questa materia sono completamente sprovvisti di norme) che da noi esistono ben 4 mafie e loro quando le hanno in casa nemmeno se ne accorgono(strage di Duisburg).Se il costituente quando scrisse la costituzione non si preoccupò di intaccare il sistema inquisitorio(da non confondere con l’inquisizione di cui molti asini vanno cianciando) il quale per forza prevede una certa organizzazione della magistratura,e affido il completo controllo di legalità alla stessa (e non all’esecutivo come tanti ignoranti avvocati invocano…tipo separzione delle carriere e controllo dell’esecutivo sulle procure) un motivo ci sarà pure stato no?!?poi sarà bello vedere quando il giudice accusato da chi è stato condannato nel processo sarà assolto e con il solito populismo italico dirà “tra di loro si tengono ragione”…per gli italiani i gradi di giudizio non bastano mai!!!

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