Lunedì nero, ieri, per gli stipendi dei deputati e dei manager pubblici.

L’Ufficio di Presidenza della Camera ha approvato infatti una serie di misure in tema di trattamento previdenziale ed economico dei deputati, finalizzate all’ulteriore contenimento delle spese connesse all’esercizio del mandato. Il taglio agli stipendi dei deputati oscillerebbe tra i 1.250 e i 1.500 euro.

Da una nota della Camera dei deputati, si apprende che le misure adottate riguardano:


1) l’approvazione del regolamento applicativo del nuovo sistema previdenziale per i deputati, basato sul metodo di calcolo contributivo, che – a seguito della decisione già assunta lo scorso mese di dicembre – ha sostituito il vitalizio a partire dal 1° gennaio di quest’anno.

La nuova disciplina prevede: a) l’accesso al trattamento a 65 anni, con un periodo contributivo minimo di 5 anni (per ogni anno di mandato ulteriore, l’età è diminuita di un anno con il limite inderogabile di 60 anni). Tale requisito vale per tutti i deputati cessati dal mandato, indipendentemente dalla data di inizio del mandato parlamentare; b) applicazione del sistema pro rata ai deputati in carica al 1° gennaio 2012, e ai parlamentari che avevano esercitato il mandato elettivo precedentemente a tale data e che saranno successivamente rieletti.

2) l’impegno a presentare con la massima tempestività una proposta di legge per disciplinare in maniera organica la figura del collaboratore parlamentare, anche tenendo conto delle esperienze di altri parlamenti europei.

Lo schema di proposta di legge sarà predisposto dai deputati Questori e sottoposto alla sottoscrizione dei componenti dell’Ufficio di Presidenza. L’intervento legislativo dovrà essere approvato nel corso dell’attuale legislatura affinché il nuovo regime possa essere applicato a partire dalla prossima legislatura.

3) la previsione, in attesa dell’approvazione dell’iniziativa legislativa, di un rimborso delle spese per l’esercizio del mandato, che sostituisce l’attuale contributo “eletto/elettori”.

La gestione del nuovo rimborso si ispira a criteri di trasparenza. Si prevede, infatti, che una quota, fino ad un massimo del 50%, sia corrisposta a titolo di rimborso di specifiche categorie di spese che devono essere documentate. Si tratta, in primo luogo, delle spese sostenute per i collaboratori, in relazione alle quali il deputato – oltre a dichiarare di aver assolto agli obblighi previsti dalla legge – dovrà consegnare copia del relativo contratto, recante l’attestazione di conformità del medesimo alla normativa vigente, sottoscritta da un consulente del lavoro o altro professionista qualificato. Le altre categorie di spesa riguardano: consulenze, ricerche; gestione dell’ufficio; utilizzo di reti pubbliche di consultazione di dati; convegni e sostegno delle attività politiche. Una seconda quota del rimborso, pari al 50%, è erogata forfettariamente.

4) la riduzione dell’importo lordo dell’indennità parlamentare; i corrispondenti importi sono trasferiti in un apposito fondo.

5) la riduzione del 10 % a partire dal 1° febbraio, delle indennità d’ufficio spettanti ai deputati titolari di incarichi istituzionali (Presidente della Camera, Vicepresidenti, deputati Questori, Segretari di Presidenza, Presidenti e membri degli uffici di presidenza dei diversi organi parlamentari, delle delegazioni parlamentari presso le Assemblee internazionali e componenti degli organi interni di giurisdizione); ciò anche in attuazione di un ordine del giorno accolto in occasione dell’esame del bilancio interno del 2011.

I predetti interventi completano il quadro delle misure in riduzione sulle competenze economiche spettanti ai deputati adottate dall’Ufficio di Presidenza della Camera dei deputati dal 2006 ad oggi. In particolare nella legislatura corrente sono stati adottati i seguenti interventi:

– indennità: è stato applicato il taglio nella misura del 10 o del 20 per cento, in relazione al reddito di ciascun deputato, così come previsto dal decreto-legge di manovra dello scorso mese di agosto. Tale misura ha comportato una riduzione dell’indennità pari a 250 ovvero a 500 euro netti al mese; è stato, inoltre, prorogato fino a tutto il 2013 il blocco dell’adeguamento dell’importo dell’indennità;

– rimborso “eletto/elettori” (oggi sostituito dal rimborso per le spese dell’esercizio del mandato): è stata disposta una riduzione di 500 euro mensili dell’importo;

– diaria: è stata disposta una riduzione di 500 euro e, in aggiunta, è stato introdotto un meccanismo di adeguamento del suo importo al tasso di partecipazione ai lavori presso le Giunte e le Commissioni che può comportare una ulteriore decurtazione di 500 euro;

– vitalizi per gli ex deputati: è stato abolito l’istituto a partire dal 1° gennaio 2012, ed è stato previsto un sistema previdenziale basato sul metodo di calcolo contributivo (oggi è stato adottato il relativo regolamento). Quanto ai risparmi generati dalla nuova disciplina, la riduzione degli oneri derivanti dal solo innalzamento del requisito anagrafico per l’accesso al trattamento è stimabile in € 350.000 per il 2012; € 1.200.000 per il 2013 e € 2.000.000 per il 2014.

In pratica per i deputati che saranno eletti per la prima volta a partire dalla prossima legislatura, l’importo del trattamento calcolato con il metodo contributivo potrà essere, in taluni casi, pari a circa un terzo di quello cui avrebbe avuto diritto sulla base della previgente disciplina.

L’insieme di queste misure ha comportato, solo in questa legislatura, una riduzione delle competenze spettanti a ciascun deputato di un importo che può variare tra i 1.250 e 1.500 euro in meno.

Con riferimento all’indennità parlamentare, i diversi interventi, che si sono succeduti dal 2006 ad oggi, hanno determinato una riduzione dell’importo di circa il 20%.

Alla luce di questi elementi, anche tenendo conto delle prime risultanze della Commissione governativa sul livellamento retributivo Italia-Europa, cd. Commissione Giovannini, emerge che:

– il costo complessivo sostenuto per i deputati italiani in carica è inferiore rispetto a quello sostenuto dalle Assemblee dei Paesi europei con il PIL più elevato e dallo stesso Parlamento europeo ;

– l’importo netto dell’indennità parlamentare erogato ai deputati italiani risulta in linea con quello percepito dai componenti degli altri Parlamenti presi a riferimento.

L’altro taglio deciso ieri riguarda invece lo stipendio dei manager pubblici.

Il premier Mario Monti ha trasmesso ai presidenti delle Camere lo schema di provvedimento sui tetti agli stipendi dei dipendenti pubblici, in cui si stabilisce che per i manager delle pubbliche amministrazioni «il trattamento economico complessivo» deve essere parametrato a quello «del primo presidente della Corte di Cassazione» e che inoltre per «dipendenti collocati fuori ruolo o in aspettativa retribuita» in altre pubbliche amministrazioni, «la retribuzione per l’incarico non potrà superare il 25% del loro trattamento economico fondamentale», si legge in una nota di palazzo Chigi.

Il Parametro sarà dunque la retribuzione del primo Presidente della Corte di Cassazione – «In tempi considerevolmente inferiori a quelli indicati dal decreto-legge approvato dal Parlamento lo scorso dicembre, e fissati in novanta giorni, il presidente Mario Monti – si legge nel comunicato – ha trasmesso al presidente del Senato, Renato Schifani, e al presidente della Camera, Gianfranco Fini, lo schema di provvedimento concernente il limite massimo retributivo dei dipendenti pubblici, previsto nel Salva Italia».

«Il provvedimento – si precisa – si fonda su due principi: 1) Il trattamento economico complessivo del primo Presidente della Corte di Cassazione diventa il parametro di riferimento per tutti i manager delle pubbliche amministrazioni. In nessun caso l’ammontare complessivo delle somme loro erogate da pubbliche amministrazioni potrà superare questo limite; 2) Per i dipendenti collocati fuori ruolo o in aspettativa retribuita, presso altre pubbliche amministrazioni, la retribuzione per l’incarico non potrà superare il 25% del loro trattamento economico fondamentale. Resta valido il tetto massimo indicato in precedenza».

«Lo schema di decreto del presidente del Consiglio dei ministri – si sottolinea inoltre nella nota – verrà sottoposto al preventivo parere delle competenti commissioni di Senato e Camera. Contestualmente, la Ragioneria generale dello Stato indicherà le modalità di versamento al Fondo per l’ammortamento dei Titoli di Stato delle risorse rese disponibili dall’applicazione dei limiti retributivi stabiliti dalla norma. Le risorse così risparmiate non potranno andare a copertura di altre spese. Il decreto presentato oggi è in linea con gli scopi che il governo, sin dal suo insediamento, si è prefissato affinché il tema divenisse parte integrante, e centrale, dell’agenda istituzionale. I provvedimenti varati finora, in particolare quelli noti come Salva Italia e Cresci Italia, procedono in questa direzione. Intendono cioè eliminare, o quanto meno ridurre, gli sprechi connessi alla gestione degli apparati amministrativi».

«Il governo Monti è pienamente consapevole dell’importanza del contenimento dei costi degli apparati burocratici. Dal buon esito dell’operazione dipendono sia il successo dei programmi di risanamento dell’economia, sia quello degli stimoli alla crescita e competitività», afferma il comunicato di palazzo Chigi.

«Il contenimento dei costi della burocrazia – si sottolinea – contribuirà cosi a rafforzare il credito di fiducia che i Paesi dell’Eurozona e gli investitori internazionali decideranno di accordare all’Italia nei mesi a venire».

 


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2 COMMENTI

  1. finalmento qualcuno si muove ! ,e una di quelle cose che speravo facesse la LEGA NORD quando decisi di darle il voto ,ma appena sedutasi su quelle poltrone ha fatto esattamente come tutti quelli di prima , anzi arraffando ancora di piu’. quindi è stata la mia piu’ grande delusione politica degli ultimi anni .Ben vengano i professori!!

  2. era ora, ma non è abbastanza si poteva fare di più!!! io più che togliergli i 1.000 euro gli avrei portato lo stipendio a mille euro…così almeno parlando di crisi capivano cosa significa!!!

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