L’ultimo provvedimento licenziato dal governo dimissionario, la legge 148/2011, approvata dal Senato l’11/11/2011, ha introdotto e ribadito principi di liberalizzazione nella disciplina delle professioni, e di riforma degli ordinamenti professionali, da attuarsi tramite apposito DPR entro un anno dall’entrata in vigore della legge.

Questo provvedimento, per i professionisti, in una sorta di altalena rispetto al D.L. 138/2011, (che già parlava di accesso alla professione, obbligo di formazione continua, tirocinio retribuito, obbligo del contratto scritto e definizione del compenso, assicurazione obbligatoria, distinzione del ruolo amministrativo degli Ordini da quello deontologico, pubblicità informativa libera), ha, tra l’altro:

  • riannunciato la riforma degli ordini professionali, tramite regolamento, entro 12 mesi dall’entrata in vigore della legge (art.3,comma 5);
  • eliminato per i compensi professionali da pattuirsi obbligatoriamente all’inizio dell’incarico il richiamo “alle tariffe di legge da prendersi come riferimento, fatta salva la possibilità di derogarvi”, (art.3 comma 5d);
  • ribadito che le norme vigenti sugli ordini saranno abrogate con l’entrata in vigore del regolamento governativo (art.3, comma 5bis);
  • consentito la costituzione di “Società per l’esercizio di attività professionali”, ove siano ammessi anche soci di capitale, non professionisti, senza nessuna menzione relativamente al limite delle quote che un socio di capitale possa detenere (art. 10, commi 3,4,5,6,7,8,9,10).

Tutto ciò, secondo le varie categorie professionali, rischia di rendere ancora più difficile la vita dei professionisti. Ma è bene analizzare come si è giunti a questa situazione e che ruolo hanno avuto i media e le proteste di piazza. Sono infatti mesi che, in tema di generali e ventilate liberalizzazioni, si rincorrono voci relative all’eliminazione degli ordini professionali o ad una loro sostanziale riforma, dal momento che, secondo una parte politica e alcuni mass media, rappresenterebbero una delle tante “caste di privilegiati”.


Forse andrebbe però precisato a questi signori che le così dette libere professioni sono un variegato e articolato mondo ove convivono, oltre ai Notai, gli Avvocati, gli Ingegneri, i Commercialisti, gli Architetti, e i Medici, anche gli Agenti di Cambio, gli Spedizionieri Doganali, i Tecnici Sanitari di radiologia, le Ostetriche, gli Infermieri Professionali, le Assistenti Sanitarie, ecc..

E’ altrettanto vero che per alcune professioni l’accesso è subordinato al superamento dell’esame di stato, così come, in alcune sedi d’esame i promossi sono l’80 per cento, in altri meno del 10.

E’ altresì poco condivisibile l’idea che siano i liberi professionisti, riuniti in ordini o collegi, con accesso limitato dal superamento dell’esame di abilitazione, un ostacolo alla crescita del PIL; sarebbe anzi interessante conoscere con quali criteri scientifici sia stato dimostrato ciò. Infatti, principi macro economici elementari ci dicono che l’eccesso di offerta, rispetto alla domanda, non crea ricchezza, bensì abbassamento indiscriminato della qualità e dei prezzi, cosa questa non proprio auspicabile, specie per certe professioni che incidono fattivamente sulla qualità della vita delle persone.

Ed infine, sono gli ordini professionali in toto e i relativi iscritti, i tenutari di magnifici privilegi e una delle principali cause della nostra crisi, o dovremmo parlare di altro?

Sicuramente in un lontano passato alcune professioni ordinistiche, come Notai, Avvocati, Medici, Veterinari, Architetti, Ingegneri, ben preparati, potevano definirsi privilegiati, perché tenutari, oltre che di ampie responsabilità, di cospicui guadagni e tanta ammirazione.

Ma oggi, dopo oltre quaranta anni di folle politica liberalizzante sulla formazione, con università aperte indiscriminatamente a tutti, i “professionisti”di buona parte dei settori sopra menzionati (ad eccezione dei Notai) sono diventati una moltitudine, rispetto al passato in larga parte poco preparati, e destinati ovviamente in larga misura al precariato e alla insoddisfazione perenne, perché nulla è stato fatto per disciplinare l’accesso universitario alla reale domanda nelle singole attività.

Il risultato di questa follia è il triste primato, rispetto ai paesi occidentali, del più alto numero di Medici, Avvocati, Architetti, Veterinari, ecc.., e se i media più blasonati (quotidiani e settimanali, trasmissioni tv e radiofoniche senza distinzione) è da almeno 30 anni che a mesi alterni, ci danno notizie a dir poco contrastanti sullo stato delle professioni, una volta denunciando ciò, un’altra segnalando che abbiamo pochi laureati rispetto alla media europea, probabilmente non sono fonti così attendibili, ma rispondono ad interessi specifici e particolari.

A questo proposito anni fa feci una ricerca e scoprii che i richiami della Comunità Europea all’Italia sul sistema universitario, iniziati tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ‘80, non erano dovuti al numero di laureati in assoluto, quanto allo scollamento tra accesso indiscriminato all’università e reale raggiungimento della laurea.

Sulla base di questi richiami, l’Italia, negli ultimi 20 anni, attraverso apposite riforme ha inserito il numero chiuso basato su test a risposta multipla (che non risulta essere il miglior metodo per individuare i più meritevoli), ma in parallelo ha moltiplicato gli istituti universitari, introdotto la laurea intermedia, cioè triennale, senza valore legale all’estero, e ha promosso offerte formative allettanti, volte non tanto ad accrescere il prestigio dell’Ateneo e della formazione Universitaria, quanto a far ottenere, salvo eccezioni, facili lauree. E’ a questo proposito da menzionare anche, tra le “mirabolanti” riforme, quella che ha legato i finanziamenti universitari ai risultati, cioè al numero dei promossi e dei laureati finali, determinando il “tutti promossi, tutti laureati, in buona parte impreparati al mondo del lavoro”, e, aggiungo io, “ precari e incavolati”.

Analizzando infatti quello che è accaduto al corso di laurea di architettura, che conosco bene essendo la mia professione, si è passati dalle 10 facoltà con un unico corso all’inizio degli anni ‘80, ad una trentina tra facoltà e distaccamenti, con un’offerta formativa oggi di 55 corsi di laurea diversi (fonte IL GIORNALE DELL’ARCHITETTURA luglio 2011), scavalcando così, legalmente, il numero chiuso e qualsivoglia sistema di programmazione relativo al reale fabbisogno di architetti sul mercato.

Il risultato di tutto ciò, per gli Architetti, lo abbiamo letto, dapprima nel 2004, sulla rivista dell’Associazione Laureati del Politecnico di Milano che, riprendendo i dati statistici riportati allora dal sito del Consiglio Nazionale degli Architetti, riportava che all’inizio del nuovo millennio gli architetti italiani erano il 29,3% degli architetti europei, e che, nel raffronto tra gli iscritti alle facoltà di architettura dei vari paesi europei i dati erano sconfortanti, tutti a favore di un eccesso di studenti italiani rispetto a quelli delle altre nazioni.

Le conseguenze di quest’ultimo dato sono state “certificate” dalla rivista della cassa di previdenza (INARCASSA, primoduemilaeundici, anno 39) che, menzionando quanto contenuto nel testo “Il profilo e gli scenari della professione di Architetto” , scritto dalle colleghe romane, Matilde Fornari e Cecilia Pascucci, riportava che nel 2008 il 40,4% degli architetti europei è italiano; dati più recenti ci dicono che abbiamo in Italia un architetto ogni 400 abitanti, quando la media degli altri paesi europei è di circa un architetto ogni 1350 abitanti.

Tutto ciò dovrebbe far pensare, più che alla liberalizzazione nell’accesso alle professioni, all’esigenza di frenare l’accesso all’università in maniera più incisiva, così come avviene negli altri paesi, oltre alla ineludibile riforma delle competenze professionali. Si tenga infatti conto che i differenti campi di attività delle professioni tecniche, in Italia sono ancora fermi a Regi Decreti della metà degli anni ’20 del secolo scorso, determinando competenze analoghe tra figure professionali che, per formazione e capacità, dovrebbero essere inconciliabili. Infatti nel nostro paese Architetti e Ingegneri iscritti alla sez. A e B di specifici settori, unitamente ai Geometri e ai Geometri laureati, Periti edili, possono in maniera differenziata, ma farraginosa, operare negli stessi campi.

Rimanendo quindi nel campo della statistica, sommando i numeri delle suddette categorie, probabilmente avremmo come ulteriore dato statistico, un tecnico in edilizia a famiglia allargata.

Poi ci si stupisce del precariato in certi settori…

Ma cosa si poteva e si può fare a questo punto?

Sempre ritornando ad Architettura, ma il discorso penso sia analogo per tutte le altre facoltà, se nel 1968, nel 1977, nel 1990, nel 2003 e nel 2010 (le “mitiche” rivolte universitarie che ricordo), invece di chiedere l’università per tutti, e quindi di bassa qualità, si fosse richiesta una università che prepara veramente al mondo del lavoro, con corsi che insegnano il mestiere, e quindi a progettare con le norme caotiche che caratterizzano la professione, unitamente ai vincoli economici e di fattibilità, oggi probabilmente ci sarebbero solo 10 facoltà, a numero chiuso, un solo un corso di laurea in architettura, pochi e selezionati professori, per merito, così come pochi studenti. Avremmo molti meno Architetti, sicuramente molto più preparati e rispettati nel mondo del lavoro, sarebbe più facile superare l’esame di stato, e sentiremmo meno la crisi.

Dal momento che però questo è il mondo dei sogni, allo stato dei fatti penso che non ci sia più nulla da fare, perché l’università di massa genera un tale volano economico (che è una notevole quota parte del PIL) che si auto alimenta, e se ne “impippa”(mi si conceda la licenza poetica, presa da Antonio Pennacchi, premio strega dell’anno scorso), del futuro dei giovani e dell’Italia; con questo andazzo siamo destinati ad essere fagocitati dai paesi emergenti, e contro questa battaglia legale tra nazioni, noi avremmo bisogno di pochi laureati preparatissimi, non migliaia di laureati che non sanno far nulla.

Allora si che gli ordini professionali e l’esame di stato sarebbero forse un controsenso e da eliminare.

 


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20 COMMENTI

  1. La legislazione in materia di competenze professionali relative agli ingegneri (definiti volgarmente iunior)
    e’ sicuramente da riformare. Tale insieme di norme scaturito da una mentalita’ protezionistica volta
    esclusivamente a difendere al meglio gli interessi delle categorie professionali preriforma universitaria, rappresenta un tipico esempio di abuso di posizione dominante. Non solo le competenze dell’ ingegnere triennale
    sono limitate oltremisura rispetto alla sua reale formazione ma si cerca di delineare i suoi confini di competenza con termini ambigui e ricorrendo ad un un linguaggio offensivo e denigratorio. L’attuale contesto legislativo nel quale si trova inserito
    l’ingegnere iunior e’ sia nella forma che nella sostanza un’offesa alla dignita’ di un professionista che in questo modo viene ridicolizzato proprio in cio’ che lo contraddistingue maggiormente ovvero l’ingegno.

  2. La legislazione in materia di competenze professionali relative agli ingegneri (definiti volgarmente iunior)
    e’ sicuramente da riformare. Tale insieme di norme scaturito da una mentalita’ protezionistica volta
    esclusivamente a difendere al meglio gli interessi delle categorie professionali preriforma universitaria, rappresenta un tipico esempio di abuso di posizione dominante. Non solo le competenze dell’ ingegnere triennale
    sono limitate oltremisura rispetto alla sua reale formazione ma si cerca di delineare i suoi confini di competenza con termini ambigui e ricorrendo ad un un linguaggio offensivo e denigratorio. L’attuale contesto legislativo nel quale si trova inserito
    l’ingegnere iunior e’ sia nella forma che nella sostanza un’offesa alla dignita’ di un professionista che in questo modo viene ridicolizzato proprio in cio’ che lo contraddistingue maggiormente ovvero l’ingegno.

    1) In Italia il medioevo e’ ben radicato nella mentalita’ delle persone.
    I vari ordini professionali , trasversali ad entrambi gli schieramenti politici, si sono opposti e si opporranno sempre a qualsiasi tipo d’innovazione e cambiamento liberale.
    I diversi aggettivi dispregiativi quali iunior, laurea breve, mini laurea ecc… sono invenzioni
    (incredibile c’era un universo di possibilità) promosse dai baroni dell’universita’ e dagli ordini professionali con lo scopo di screditare in maniera illegittima le nuove figure professionali pur di difendere i propri interessi di categoria,
    Nel sistema anglosassone le due tipologie d’ingegneri 5 o 3 anni sono definite semplicemnete
    chartered ed incorporated senza riferimenti a nomignoli diffamatori come junior, laureati brevi ecc…$$
    Fintanto che il sistema universitario italiano sara’ viziato da una concezione medioevale della realta’ basata sul protezionismo, nipotismo, e valore legale del titolo di studio i risultati ottenuti non potranno discostarsi di molto dalla mediocrita’.(come del resto confermano le graduatorie internazionali di valutazione degli atenei). Gli ordini professionali non sono da meno in quanto a mentalita’ dato che si comportano come corporazioni medievali volte unicamnete a difendere ad ogni costo e con ogni mezzo gli interessi di categoria.

    2) La riforma universitaria 3+2 e’ stata introdotta per due ragioni fondamentali. In primis c’era il bisogno di allineare l’ormai antiquato e medievale sistema accademico italiano a quello europero. In secondo luogo la riforma si rendeva necessaria per migliorare un sistema viziato da grossi difetti. I nostalgici del vecchio ordinamento non vogliono ricordare o fanno finta di non ricordare che il precedente sistema non presentava sul mercato del lavoro figure professionali piu’ preparate di quelle attuali. Nella stragrande maggioranza dei casi il laureato quadriennale o quinquennale era un “semilavorato” incapace la cui preparazione doveva essere affinita sul campo.
    Inoltre si usciva dall’universita’ all’eta’ di 30 35anni praticamente senza saper fare niente e la didattica lasciava molto a desiderare con professori superbi, vecchi e incuranti delle esigenze degli studenti. Inoltra la massa non riusciva a laurearsi sia per ragioni economiche dovute all’impossibilta’ di rimanere 10anni a studiare sia per ragioni legate alla didattica finalizza alla dispersione.
    In sintesi il l’apparato del vecchio ordinamento era una macchina inefficiente e costosa molto lontana dagli standard europei ed anglossassoni.
    Il populino percepisce migliore il vecchio ordinamento da una parte perche’ l’italia (terra delle caste e,degli ordini e dei baroni dell’universita’) si e’ opposta al cambiamento non effettuando la riforma come avrebbe dovuto dall’altra c’e’ la senzazione che i lauraeati del vecchio ordinamneto venivano pagati meglio dalle aziende.
    Questo puo’ essere vero ma non tanto per il merito o le competenze quanto piuttosto per una maggiore domanda di laureati da parte del mercato del lavoro.
    Il sistema 3+2 gia’ adesso seppur con i suoi difetti di gioventu’ , rappresenta un superamento del vecchio ordinamento producendo figure professionali (a partire gia’ dalla laurea triennali) decisamente appetibile per il mercato del lavoro e al passo con tempi. Chiaramente la situazione auttuale non fa testo data l’immobilta’ che affligge l’economia italiana.

  3. La liberazione delle Professioni , Geometri, Ingegnere, Architetti, ecc… non ci sarà Mai.
    Fin tanto che ci saranno Politici che fanno la doppia vita, questo è impensabile. Basta vedere le Caste.
    Un Tecnico con esperienza , 15 / 20 anni e con una esperienza alle spalle, non ha bisogno di essere iscritto all’Albo delle Caste.
    Basti pensare che un dipendente Geometra bastano 3 anni di esperienza in un Impresa Edile per dare l’Esame, mentre il Datore di Lavoro Geometra, Ingegnere, Architetti, non ché , insegnante nella vita di Cantiere deve fare il tirocinio per 5 anni.
    E’ UNO SCHIFO.

  4. A dire il vero sono arcistufo di sentire e leggere che l’esame di abilitazione serve a verificare la professionalità e la competenza dei futuri professionisti. Chiedo ai luminari abilitati di tutte le professioni: secondo voi è possibile, per esempio, che 80% dei candidati all’esame di avvocato sia affetto da ignoranza asinina? Ma sopratutto quel diritto di difesa che deve salguardato dall’esame di abilitazione dagli “asini” perchè non vale proprio per i cittadini “asini” che sostengono l’esame considerato che il “voto numerico” proprio xchè insindacabile non consente al candidato di difendersi nel merito davanti all’autorità giudiziaria con l’effetto di non
    comprendere i motivi del giudizio di non idonietà dei propri elaborati che sono il frutto di anni di studi, sacrifici, risorse investite. Pertanto è vile giocare con il destino e il futuro delle persone e, quindi, credo che debba essere il mercato a selezionare.

  5. 40000 praticanti attendono con ansia di entrare definitivamente (e senza limiti temporali) nel mondo dell’avvocatura !!!

  6. Continuo a leggere affermazioni grossolane che non vengono supportate dalla realtà e sono figlie di un tipico malcostume tutto italiano: “Un amico m’ha detto che…”.

    Cominciamo col fare chiarezza su cosa è il valore legale del titolo di studio in Italia:

    |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
    “Il valore legale del titolo di studio esprime un giudizio di rilevanza giuridica compiuto dalla legge, o da atti aventi la stessa forza od autorizzati dalla legge, in base al quale il conferimento di un determinato titolo di studio da parte di una competente figura soggettiva (autorità scolastica o accademica) produce determinati effetti giuridici.
    Dal punto di vista dell’efficacia giuridica, il possesso di un titolo di studio con valore legale è (per definizione) una condizione necessaria, in base a specifiche norme dell’ordinamento, per:
    – il proseguimento degli studi nel sistema scolastico o accademico nazionale
    – l’ammissione ad esami di Stato finalizzati all’iscrizione ad albi, collegi ed ordini professionali
    – la partecipazione a concorsi banditi dalla pubblica amministrazione e l’inquadramento in precisi profili funzionali lavorativi

    Infine, i titoli di studio stranieri non hanno valore legale in Italia, se non a seguito di una dichiarazione di riconoscimento o di equipollenza, che può essere concessa in base a criteri e procedure sancite da accordi e trattati internazionali e recepite dalla legge.”
    |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||

    E’ ben evidente che il valore legale del titolo di studio viene definito in un paese ed ha efficacia rispetto agli effetti giuridici che produce in quel paese. Affermare che un titolo di studio conseguito in italia non ha valore legale in Europa non vuol dire niente.

    Ma veniamo ai casi specifici:

    Un ingegnere iscritto alla sezione B dell’albo italiano in Europa non può esercitare la professione: E’ VERO IL CONTRARIO. In Europa la professione di ingegnere viene regolamentata dalla FEANI (www.feani.org) European Federation of National Engineering Associations. Per fare chiarezza rispetto alla confusione, riporto integralmente quanto scritto nel sito:

    After a secondary education at a high level validated by one or more official certificates, normally awarded at the age of about 18 years, a minimum total period of seven years’ formation – education, training and experience -is required by FEANI for the EUR ING title. This formation consists of:

    Minimum three years of engineering education successfully completed by an official degree, in a discipline/programme and given by a university (U) or other recognized body at university level, recognised by FEANI (see FEANI Index).

    Minimum two years of valid professional experience (E).

    In case the education and experience together is less than the minimum seven years’ formation required, the balance to seven years should be covered by education (U), experience (E), or training (T) monitored by the approved engineering institutions, or by preliminary engineering professional experience.

    Chairo? In Europa un ingegnere esercita la professione con la laurea triennale + 4 anni di experience/training o con la laurea magistrale + 2 anni di experience/training. E non ci sono distinzioni tra A e B, esiste un unico ingegnere. Infatti il CNI è diventato lo zimbello dell’Europa…

    Il problema dell’architetto italiano iscritto alla sezione B che non può esercitare in Francia è di altra natura; dipende dall’ottusa casta francese ACE-CAE (http://www.ace-cae.org/) che cerca di esercitare il potere anche in Europa e di imporre come requisito per l’esercizio della professione la laurea in architettura a ciclo unico. Qui il valore legale non c’entra niente perché si incrociano gli interessi dei poteri privati con le leggi degli stati. Basta spostarsi in Germania, per avere una situazione simile a quella degli ingegneri europei in cui la professione di architetto può essere svolta con il titolo triennale e 4 anni tra experience/training.

    Le storture di base in questo sistema sono notevoli. In primis, è quantomeno paradossale che in Europa un ingegnere (ometterei di sottolineare triennale o breve perché la feani non lo fa…) possa progettare infrastrutture a qualsiasi livello e in Italia abbia delle limitazioni. E’ altrettanto paradossale che l’Europa si “fidi” di un ingegnere (triennale?) che progetta infrastrutture, le quali potenzialmente mettono a repentaglio la vita dei cittadini, e per un architetto, che ha numerose limitazioni sulla progettazione di infrastrutture e nelle zone sismiche, venga richiesto il titolo quinquennale. Dal momento che i ponti o gli edifici, spesso progettati da quelli che qui vengono impropriamente chiamati laureati junior a ciclo breve triennali e quant’altro, in europa non crollano, mentre all’Aquila o nelle zone in cui ci sono considerevoli rischi idrogeologici gli edifici progettati dagli Ingegneri Senior Specialistici Quinquennali continuano a mietere vittime, sarebbe eticamente corretto chiedersi il perché e se non è il caso di diventare tutti un po’ più seri…

    Ripeto, bisogna informarsi prima di scrivere inesattezze che alimentano soltanto l’ignoranza generale sull’argomento, fanno l’interesse delle ottuse caste e non aiutano i cittadini che vogliono sapere come stanno le cose.

    Rispetto alle tariffe minime e alle liberalizzazioni, senza scomodare Padoan, i rapporti OCSE e i dati EUROSTAT sull’influenza negativa delle mancate liberalizzazioni rispetto alla crescita del PIL, mi limito a riportare alcune parti di un monologo di Maurizio Crozza

    “Avevamo deciso di colpire tutte le categorie con sta finanziaria. Abbiam colpito i pensionati…e va beh! Abbiamo colpito quelli che mangiano la pera cotta, quei “bastardi” che girano col bastone, come si chiamano? Ah si: gli anziani! E poi la “Casta dei nonni”!”
    «Facciamo una casta per comici? Dài, facciamola. Ma non si può, no che non si può. Perché se domani mattina arriva un giovane qua, che fa ridere più di me, fa un provino a La7, fa ridere e mi tolgono dai coglioni, io me ne vado. Io lo guardo e rido. Mi girano un po’ i coglioni anche a me, è chiaro, però lo guardo e rido. È bello che tutti possano fare tutto. Tutti devono fare tutto. Se un giovane viene qui a fare il comico ed è bravo, fallo, basta, me ne vado via, c’ho 52 anni, sono vecchio. Va benissimo. Però se un giovane vuol fare il tassista non può, perché deve spendere 100-150 milioni di licenza».

    Ora, lungi da me l’affermazione che un ragioniere possa progettare infrastrutture, ma siamo sicuri che gli sbarramenti voluti dagli ordini professionali siano a tutela dei consumatori e dei cittadini? E quando parlo di sbarramenti, intendo TUTTI gli sbarramenti, dalle sezioni A e B alle tariffe minime o ai divieti di fare pubblicità.

    Gli sbarramenti vengono fatti per un semplice motivo: per garantire agli iscritti un certo numero di clienti ” a prescindere”. A prescindere dalla preparazione, a prescindere dalla tariffa, a prescindere dall’aggiornamento e dalle competenze, a prescindere dai vantaggi per i consumatori, a prescindere dalla qualità del servizio. Gli appartenenti alle corporazioni lo sanno, ma non lo dicono perché non gli conviene. Il ragionamento è banale e nasconderlo insulta l’intelligenza delle persone: se ho un chiosco di granatine e accanto a me aprono un altro chiosco che fa le granatine più buone ad un prezzo inferiore, io perdo la clientela e i guadagni. E’ il consumatore a scegliere, e questo mette paura. Altro che domanda e offerta, la chiusura è il tipico atteggiamento della pancia piena che non pensa a quella vuota.

    Sul sistema formativo non credo ci sia molto da aggiungere rispetto al precedente post. L’Italia non ha fatto scelte autonome, ma si è semplicemente adeguata al processo di Bologna. Se poi, i docenti, che sono gli stessi senior iscritti agli albi prestigiosi nella sezione Dei e siedono accanto al padre Giove, non sono in grado di formare professionisti competenti che possano competere in Europa, è un altro problema che non dipende dal 3+2 o dal pensiero post bellico. Dipende semplicemente dall’incapacità dei formatori e dalle baronie che hanno creato corsi di laurea inutili per dare la cattedra ad altrettanto inutili docenti facenti parte del sistema…

    Se un ingegnere fa esperienza sulla pelle di un cliente, è perché i suoi formatori, quelli che hanno un codice deontologico che rispettano alla lettera e sono contro le liberalizzazioni, non sono stati in grado di formarlo adeguatamente. Per fortuna stiamo parlando di una parte e non del tutto.

  7. Sono un ingegnere iscritto all’Albo da più di 20 anni ma non esercito la libera professione.
    Quello che mi chiedo è in quale maniera gli ordini professionali tutelano i cittadini!
    Secondo me in nessuna maniera.
    Si vede bene come medici incompetenti continuino a fare il loro mestiere senza alcun provvedimento da parte degli ordini.
    Lo stesso dicasi degli ingegneri: ditemi di un solo ingegnere eradiato dall’Albo in Italia ad esempio a seguito del terremoto dell’Aquila!
    Agli ordini professionali interessa solo incassare la quota associativa…
    Credo che gli unici a trarre vantaggio dagli ordini siano i Notai, bloccando di fatto l’accesso alla professione a tutti e consentendolo solo ai loro figli o parenti.
    L’abolizione dell’Albo degli ingegneri invece non ha svantaggi anzi, sicuramente un vantaggio: risparmiare la quota associativa!

  8. Sono libero professionista…diciamo di filtri e credo che in fondo una volta era l’esame di stato per la abilitazione alla professione…molti non lo facevano quindi si autoscartavano…con la liberazione chiunque può fare la professione…ma il problema di base è questo, cominciando senza sapere lavorare…quindi si giocherà al ribasso delle prestazioni…dato che c’è già la liberalizzazione di mercato…io direi di instituire come prima le vacazioni e le tariffe…ma non minime ma medie…cioè interpolare i valori dei lavori più le vacazioni…e per tutti…anche per evitare la forte massa che comincierà questa avventura in modo che le fette della torta siano euguali per tutti…beh certo che ne saremo tantissimi così…e la mia paura e che il pesce debole finirà per morire e pieno di debiti…faccio il professionista da 10 anni e ancora non ho una gran entrata…poi ci manca la crisi e gli aumenti IVA ecc…comunque penso che anke chi radicato bene non ce la farà a lungo…troppe tasse troppi aumenti ecc…ecc…

  9. Egregio Sig. Ceccarelli, molto schematicamente…

    1. “dal momento che il lavoro non si moltiplica come “i pani e i pesci”, ma dovrebbe essere conseguenza del mercato” D’ACCORDISSIMO !!!
    2. “… e di un certo corretto e controllato rapporto tra domanda e offerta” – L’UNICO “CONTROLLO” CHE ACCETTEREI SAREBBE SUL POSSESSO DI UNA LAUREA, DI UN CERTIFICATO DI COMPIUTO TIROCINIO PLURIENNALE, E QUELLO DELLA MAGISTRATURA PER RISARCIMENTO DA DANNO INGIUSTO E PER APPLICAZIONE DI SANZIONI EVENTUALI PENALI
    3. “…specie poi per le cosi dette professioni intellettuali”, – E PERCHE’ “SPECIE”??? NON CONDIVIDO L’DEA DEL PROFESSIONISTA COME LAVORATORE “SPECIALE”. RICORDIAMO CHE ANCHE UN BARISTA HA LE SUE BELLE RESPONSABILITA’. LA CRONACA CI PARLA SPESSO DI CANDEGGINA VERSATA AI CLIENTI PER ERRORE!!!
    4. “…il sistema politico italiano negli ultimi 40 anni ha dimenticato questo basilare principio, e come conseguenza di una certa politica “liberalizzante” ha fatto danni nel sistema formativo, determinando la laurea per tutti” – D’ACCORDO!!! A PARTE CHE PER ME LE VERE LAUREE SONO QUELLE MAGISTRALI SENZA LO SPEZZATINO DEL 3+2.
    5. “e d’altra parte, se alcuni professionisti sono degli incapaci, e per altro, secondo alcuni di voi anche molto esosi (malgrado i mai re introdotti minimi tariffari, eliminati dal decreto Bersani nel 2006) la colpa sarà di qualcuno?” – MA EGREGIO SIG. CECCARELLI… A PARTE CHE I MINIMI RI-ESISTONO ECCOME PER CERTE CATEGORIE PROFESSIONALI, … SE LE COSE STANNO COSI’ ALLORA E’ ANCHE LEI A FAVORE DELL’ABOLIZIONE DEGLI ORDINI! I FATTI SONO: NONOSTANTE LA PRESENZA DI ORDINI VARI, DI INCAPACI IN GIRO CE NE SONO A BIZZEFFE!!!!”
    6. “Accetto suggerimenti, non insulti…quello che comunque non condivido, perché già in passato riportatomi verbalmente, è che l’esperienza uno se la debba fare successivamente all’università, sulla pelle dei clienti..non lo trovo molto deontologico..anche se poi senza più ordini, via anche la deontologia…” – E’ SEMPRE STATO COSI’: L’ESPERIENZA SI FA SUL CAMPO. ANCHE CON GLI ORDINI FUNZIONA COSI’. NON E’ CHE ORA UNO, DOPO IL TIROCINIO E L’ESAMINO DIVENTA PREMIO NOBEL!!! SI COMMETTONO ERRORI? CI SI ASSUMA LA RESPONSABILITA’ DAVANTI ALLA LEGGE CIVILE E PENALE, NON DAVANTI UN IDOLATRATO E FANTOMATICO CODICE DEONTOLOGICO APPLICATO DA UN FANTOZZIANO ORDINE MEGAGALATTICO!!! MA QUALE DEONTOLOGIA???

    Nella speranza di non averLa offesa, e scusandomi altrimenti, l’occasione mi è gradita per porgerLe i miei cordiali saluti e sentiti auguri di un felice nuovo anno!!!

  10. Il mio articolo, data la professione che esercito, si riferisce prevalentemente alle professioni tecniche, nello specifico poi a quella dell’ architetto. E pensavo che ciò si evincesse. Comunque, a titolo di precisazione il DPR 328/01, attraverso la riforma di alcuni ordini professionali, tra cui architetti ed ingegneri, conseguenza della riforma universitaria che ha introdotto la laurea breve e quella specialistica, ha suddiviso detti ordini in sezione A e B oltre molteplici settori, che determinano specifiche suddivisioni di competenze, legate al corso di laurea, breve o specialistico, alla relativa tipologia, e allo specifico esame di abilitazione. In Europa, ove vi è un sistema ordini stico ciò non esiste..ed infatti, colleghi architetti iunior, cioè iscritti alla sez B settore architettura, hanno provato, per ragioni professionali, ad iscriversi ad un ordine degli architetti francese, il quale, per iscritto ha rifiutato detta iscrizione, mancando questa specifico settore professionale, conseguenza della laurea triennale, nell’ordinamento francese. Lo stesso sarebbe avvenuto per un ingegnere iscritto alla sezione B. Quindi la professione conseguente alcune lauree brevi, all’estero NON ESISTE. Ecco perchè asserisco che non ha spendibilità legale all’estero. Spero di essere stato quindi più chiaro, signor Rapetti. Gli stessi numerosissimi ricorsi al TAR relativi ad attività professionale urbanistica ed edilizia e alle relative competenze, tra architetti ingegneri geometri e periti edili, dovrebbe dimostrare che i R.D. degli anni ’20 a cui la legislazione italiana ancora si rifà, dovrebbero essere aggiornati e chiariti, perché frutto di troppi bizantinismi… Per quel che riguarda l’università, i numeri ufficiali parlano da soli, e io per gli architetti quelli menzionati li ho ripresi dal Consiglio Nazionale degli Architetti. Secondo un noto quotidiano nazionale, però, ciò non è un triste primato solo degli architetti…infatti negli anni 80 titolava che avevamo il più alto numero di medici rispetto ai paesi occidentali..qualche mese fa, relativamente agli avvocati, che quelli iscritti all’ordine di Roma (o forse Milano, non ricordo bene..), sarebbero quasi il doppio di tutti quelli francesi..non sono certo dati ufficiali come quello degli architetti, però essendo il quotidiano più letto in Italia, credo, spero bene che non scriva falsità…su Wikipedia si può leggere che in Italia ci sono 14 facoltà di medicina veterinaria, 4 facoltà in Francia, 5 in Germania e 6 nel Regno Unito..la conseguenza è che un sesto dei veterinari europei è Italiano, e, mi dicono amici veterinari, poco preparato, precario e incavolato..gli stessi amici veterinari mi hanno detto che negli USA vi è un’unica facoltà di veterinaria…ed è una delle più difficili in cui entrare, perché quello è un sistema meritocratico..
    Allora, dal momento che il lavoro non si moltiplica come “i pani e i pesci”, ma dovrebbe essere conseguenza del mercato e di un certo corretto e controllato rapporto tra domanda e offerta, specie poi per le cosi dette professioni intellettuali, il sistema politico italiano negli ultimi 40 anni ha dimenticato questo basilare principio, e come conseguenza di una certa politica “liberalizzante” ha fatto danni nel sistema formativo, determinando la laurea per tutti, come risposta ad una istanza culturale post bellica, che attraverso la lauree avrebbe garantito uno scatto socio economico non indifferente..ciò però sembra non essere avvenuto se ci troviamo di fronte alla emergenza precari, nello specifico relativa ad alcune (o tutte?) le professioni intellettuali ..che poi vi siano storture nel sistema italiano, qui si sfonda una porta aperta..posso però affermare, almeno per la professione di architetto, che il degradato ambiente italiano, messo a confronto con le vicine nazioni nord europee, dimostra il fallimento delle politiche formative e successivamente normative e professionali..e d’altra parte, se alcuni professionisti sono degli incapaci, e per altro, secondo alcuni di voi anche molto esosi (malgrado i mai re introdotti minimi tariffari, eliminati dal decreto Bersani nel 2006) la colpa sarà di qualcuno? Accetto suggerimenti, non insulti…quello che comunque non condivido, perché già in passato riportatomi verbalmente, è che l’esperienza uno se la debba fare successivamente all’università, sulla pelle dei clienti..non lo trovo molto deontologico..anche se poi senza più ordini, via anche la deontologia…

  11. Pensieri in libertà sul sistema ordinistico ………

    1. migliaia di iscritti, che confermerebbero l’inessistenza di qualsivoglia berriera in ingresso. Sarà, ma se così è com’è che le parcelle sono spesso “esorbitanti” ed ingiustificabili per servizi spesso scadenti e che, a conti fatti dalla BI, costano alle imprese ed ai consumatori italiani circa il 35% in più di quanto si spende in altri Paesi UE ? Ma non sarà che il sistema ordinistico è dannoso all’economia italiana e costituisce un Fallimento del Mercato (offerta alta e prezzi che crescono invece che diminuire) ?
    2. si dice che l’esame di abilitazione dovrebbe servire a selezionare chi possiede le conoscenze “di base” necessarie allo svolgimento della professione. Sarà, ma nei fatti di gente fregata in giro da un avvocato, commercialista, medico, notaio, ecc.. “abilitati” ce n’è davvero tanta, e sarebbe interessante un sondaggio in tal senso. Ma poi, devo fidarmi di più, …. che ne so ….. di un avvocato che 5 anni fa fece l’esame senza poi esercitare per altri 4 anni, o di un neolaureato che ha appena finito il suo tirocinio “pluriennale” ?
    3. l’Ordine contribuisce alla formazione continua dei suoi iscritti. Ma è possibile che un’entità terza rispetto al rapporto professionista/cliente debba venire a decidere su cosa un “libero” professionista abbia necessità di formarsi e quanto debba pure pagare per molti di sti corsi preparati sempre dalle stesse S.p.a. che senza ordine poco camperebbero???

    Ora basta pensare, che devo andare dal mio commercialista “abilitato” (400 € mensili) a portare la pacella del mio avvocato “abilitato” (5000 €) per quella causa ad un mio ormai ex cliente che non mi rispetta il contratto dicendo che pratico prezzi troppo alti. Ma se applico solo un margine del 3% sui costiiiiiiii…iiiiiii. Non è che sono troppo altini sti costi? Bah, ora preparo il libretto degli assegni e ne vado subito a parlare con il mio commercialista “abilitato” e col mio avvocato anch’egli “abilitato”….. tanto poi le loro parcelle me le ripagano le vendite …. se non chiudo prima !!!!!

  12. Un architetto che fa riflessioni critiche ad una legge, con un articolo pieno di errori (gravi) di diritto. La realtà è che ci sono persone, in questo paese, che una volta raggiuto uno status, per paura di perderlo, mettono un filtro, per evitare che qualcuno gli possa rubare clienti, e quindi soldi. La selezione dovrebbe farla il mercato, nessun altro.

    Liberalizzazione vera? nessun esame, pratica obbligatoria pagata. E largo ai giovani, con nuove idee.

  13. Più che sulla liberalizzazione di avvocati,commercialisti,architetti e… punterei ai notai! Soprattutto da noi al sud una vera e propria casta, dei centri di potere economico!Nella mia città si sta verificando che abbassando le tariffe e facendo quindi concorrenza sleale ai suoi colleghi ,un notaio fa gli atti in serie,senza badare molto al loro contenuto, per arraffare soldi a discapito della certezza del diritto , e facendo trovare nei guai la povera gente che a lei si rivolge!

  14. correggo il mio intervento, ho formulato una frase in modo piuttosto macchiavellico, e visto che l’argomento è delicato e mi sta a cuore voglio evitare che si creino fraintendimenti.
    In realtà devo aggiungere solo un “non”.

    “è una vergogna che i GRANDI CERVELLI del motore professionale italiano siano più preoccupati di NON far accedere forze fresche selezionate dalle università piuttosto che rendere dinamica ed efficiente la propria professione. che squallore!”

    ECCO FATTO.

  15. Concordo pienamente con il commento del sig.Dante Rapetti,l’autore dell’ articolo spiega le sue ragioni avendo sommaria conoscenza dell’argomento,il che potrebbe essere anche sopportato ma ciò che infastidisce maggiormente è il totale disprezzo e disinteresse per gli altri(i giovani) e per il loro futuro ;i vecchi non dovrebbero avere mai paura dei giovani e viceversa.
    Non sono contrario agli esami di abilitazione,dovrò affrontarlo anche io a breve(sono un praticante Avv.)ma le preclusioni basate su pregiudizi fanno rabbia e sono dettate dalla paura di quei giovani con gli attributi e con capacità professionali innovative .

  16. sottoscrivo ciò che dice Gilberto Agnesi, sottoòlineando che gli esami d’abilitazione farsa (quello degli avvocati in testa) e l’esclusione alle professioni di persone che svolgono lavoro dipendente con la scusa della lesione dell’integrità dell’indipendenza dei professionisti è vergognosa e pretestuosa. In effetti le polemiche e gli ostacoli che gli ordini sollevano sottendono a mantenere un reale status di privilegiati che millantano scenari catastrofici per ridurre la concorrenza e, con spirito conservatore, creare una “riserva” per pochi eletti (da chi?).
    Gli ordini potrebbero alzare la voce, se solo i criteri di acceso ai medesimi fossero volti a premiare l’eccellenza: è una vergogna che i GRANDI CERVELLI del motore professionale italiano siano più preoccupati di far accedere forze fresche selezionate dalle università piuttosto che rendere dinamica ed efficiente la propria professione. che squallore!

  17. Mi chiedo come si possano affermare inesattezze ed enormi castronerie senza conoscere gli argomenti di cui si parla e la relativa regolamentazione. E per fortuna che l’autore dell’articolo dovrebbe far parte dei pochi laureati preparatissimi… Secondo lui l’italia avrebbe “introdotto la laurea intermedia, cioè triennale, senza valore legale all’estero”. Complimenti.

    Il sistema universitario italiano si è adeguato semplicemente alla riforma internazionale dell’ istruzione (il famoso processo di Bologna http://it.wikipedia.org/wiki/Processo_di_Bologna) proprio per migliorare la mobilità e la spendibilità dei titoli di studio. Non esiste la laurea intermedia. Esiste un primo livello di studi universitari che si chiama LAUREA (in europa Bachelor), ha durata triennale , è riconosciuta all’estero ed ha una spendibilità altissima.
    Negli Stati Uniti, in Inghilterra e nella maggior parte dei paesi europei i bachelor fanno ricerca, insegnano e sono considerati una risorsa preziosa con una cultura di base eccellente spendibile in quasi tutti i campi (fanno eccezione le professioni sanitarie che seguono un percorso a parte).

    In Giappone gli engineering bachelor progettano i grattaceli antisismici che resistono agli tsunami, qui gli architetti e gli ingegneri protetti dalla casta hanno contribuito alla catastrofe dell’Aquila con la costruzione e il collaudo dell’ormai tristemente famoso edificio in cui hanno perso la vita gli sventurati studenti.

    L’unico paese in cui la LAUREA ha meno spendibilità è proprio l’Italia, paese di caste e corporazioni che per la paura di confrontarsi creano inutili sbarramenti. Pensiero tipicamente medievale, periodo nel quale si pensava di risolvere tutto nel feudo, gettando l’olio bollente sugli invasori per respingerli. La differenza è che oggi questo atteggiamento è equiparabile alla stoltaggine di chi cerca di fermare il vento. Tra breve avremo una vera e propria invasione di bachelor informatici indiani (apprezzati in tutto il mondo, altro che bassa competenza) o ingegneri giapponesi che mettono sul piatto della bilancia competenze di gran lunga superiore a quelle di un dinosauro laureato trent’anni fa che può firmare qualsiasi progetto (non dimentichiamo che fino agli anni 90 un ingegnere edile, grazie al famigerato ordine, poteva firmare il progetto di un apparato elettronico o di una catena di montaggio: quelli sì che erano ingegneri che in molti campi d’applicazione non sapevano fare nulla) e nella peggiore delle ipotesi non ha mai fatto un corso di aggiornamento o ha dimenticato da un pezzo gli esamini sostenuti all’università.

    Assolutamente falsa è l’affermazione che ad esempio gli ingegneri sez A e B (anche questa suddivisione è un’idiozia tutta italiana) abbiano ambiti di azione e progettazione analoghi a quelli dei geometri e periti. Basta leggersi la normativa

    – d.p.r.328/2001 CAPO IX
    – m.i.u.r.270/2004
    – D.M. 16 MARZO 2007
    – CONSIGLIO DI STATO N°1473/2009
    – CORTE DI CASSAZIONE N° 19292/2009
    – NTC2008

    per capire che le diverse figure professionali sono ben distinte.

    Ben venga la certificazione ISO 17024 che rinnova la verifica dei requisiti annualmente e prevede una valutazione basata su un percorso formativo serio, composto da istruzione, formazione, aggiornamento, esperienza e competenza individuale: tutte cose di cui dovrebbe preoccuparsi un albo per tutelare i consumatori. Purtroppo gli albi sono troppo impegnati ad occuparsi di se stessi e a come mantenere quel minimo di potere. Ben venga la loro abolizione, perché il sistema di certificazione ISO funziona egregiamente, garantisce la qualità ai consumatori e soprattutto è un organo indipendente.

    Chiedere la limitazione dell’accesso all’istruzione universitaria per la paura di confrontarsi con gli altri e per mantenere la propria posizione a discapito dei giovani è veramente il delirio. Le persone incapaci si autoescludono, quindi i pochi laureati preparati non hanno nulla da temere. Giusto?

    La cosa triste è che le persone contrarie alle liberalizzazioni, sono le prime a chiedere venti preventivi ad un’idraulico per risparmiare 10€ o a girare 20 centri commerciali per comprare un telefono cellulare in offerta. Per questi soggetti il motto è :liberalizzare solo quello che ci fa comodo.

    BASTA! Ne abbiamo le scatole piene di queste idee malsane. ADEGUATEVI!!!

  18. La liberazione delle professioni intellettuali, mediante l’assocciazione di professionisti, escludendo ogni forma discriminatoria, l’accolgo favorevolmente, soprattutto se il professionista stesso è in possesso della certificazione di competenza internazionale ISO 17024, riconosciuta in 192 Stati, Italia compresa, e verificabile ogni tre anni.
    Questo è un notevole passo in avanti ed è una maggiore garanzia anche per l’utenza, poiché è dimostrabile che, oggi, molti iscritti agli Ordini di competenza ne hanno assai poca.

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