Nelle ultime settimane, la situazione italiana è precipitata sia sotto il profilo economico sia sotto quello politico.

I soliti retroscenisti e bene informati parlano di un’ormai prossima fine del Governo “Berlusconi IV” e si fa strada l’ipotesi di un c.d. “Governo tecnico”, un nuovo esecutivo che metta mano alle riforme richieste dall’Unione Europea.

Con l’espressione “Governo tecnico” s’intende un esecutivo formato da persone di riconosciuta competenza (ma non dovrebbero esserlo i Ministri di tutti i Governi?) provenienti dalla società civile, anziché dalle forze politiche; tale esecutivo è di norma sostenuto da un’ampia maggioranza politica che consenta l’approvazione in Parlamento delle riforme economiche e sociali ritenute indispensabili, prima di nuove elezioni.

Pur non mettendo in discussione le commendevoli intenzioni di chi propugna l’insediamento di un esecutivo tecnico, appare evidente che si tratti di una soluzione vecchia, figlia di schemi superati, e che non appare idonea a far compiere all’Italia quello scatto che tutti si aspettano in termini di credibilità, affidabilità e competitività.

Andiamo con ordine. Il Governo tecnico, oltre ad essere il fallimento di una classe politica (che abdica, non ritenendosi all’altezza delle difficoltà attraversate dal Paese), è una formula del passato: gli esempi citati in questi giorni (i Governi Ciampi, Amato e Dini) appartengono ad un periodo storico ormai superato e che poco ha a che vedere con l’attuale momento che il Paese sta attraversando. Non si tratta solo di come ridurre “debito pubblico”, ma di scegliere come sarà l’Italia dei prossimi decenni.

Neanche all’estero, nei Paesi più virtuosi, il modello del Governo tecnico sembra avere più fortuna: quando un esecutivo è sfiduciato o si dimette (come nel caso della Spagna) la strada maestra è quella delle elezioni.

E ciò per almeno due motivi:

–  è risaputo che un Governo che nasce dal ricorso alle urne riscuote fiducia maggiore da  cittadini, mercati e investitori (e più in generale dalla comunità internazionale);

–  il Governo tecnico, non trovando legittimazione in una consultazione popolare, non appare la soluzione più adatta per una moderna democrazia.

Come noto, già la Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo del 1948, all’art. 21, ha previsto che “ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti” e che “la volontà popolare è il fondamento dell’autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione”.

Nel corso degli ultimi anni, in molti Paesi si è assistito all’evoluzione dalla “democrazia rappresentativa” alla “democrazia collaborativa” grazie all’Open Government, (letteralmente “Governo aperto”), quella dottrina secondo cui l’amministrazione deve essere trasparente a tutti i livelli e consentire un controllo continuo del proprio operato mediante l’uso delle nuove tecnologie. Non è un’idea nuova: un’amministrazione che intavola una costante discussione con i cittadini, in modo da sentire quello che hanno da dire, e che prende decisioni basate sulle loro necessità. Tutto questo, che era già auspicabile per un’amministrazione tradizionale, oggi diventa possibile grazie alle tecnologie e agli strumenti di partecipazione della rete.

In tal modo non si conferisce solo nuova legittimazione al processo decisionale, ma si accresce anche l’efficacia delle politiche pubbliche.

Non si tratta però di un ritorno alla democrazia diretta dell’antica Atene (in cui tutti i cittadini votavano su ogni singola decisione); nella democrazia collaborativa, i cittadini – a seconda delle proprie competenze – partecipano di volta in volta alla discussione sui temi che conoscono meglio, contribuendo così alla definizione della strategia migliore. In questo contesto, la decisione politica assunta dal Governo diviene più consapevole perché si basa sulla discussione a cui i cittadini hanno partecipato portando le proprie competenze.

Un Governo aperto non guarda i cittadini con diffidenza, tenendoli a distanza e limitando la loro possibilità di partecipazione in recinti determinati e sempre più stretti (il voto ogni cinque anni).  L’intuizione che sta alla base di questa rivoluzione copernicana è che la vera potenzialità di internet non sia quella di mettere in contatto le persone con la politica, ma di dare la possibilità di far parlare i cittadini tra loro, in modo da consentire di aiutarsi reciprocamente e di cooperare con il proprio Governo. Il cittadino non è più visto come un suddito che deve subire passivamente le decisioni prese nel Palazzo ma come la più preziosa delle risorse, come un partner cui chiedere aiuto. Non è un caso che in uno dei primi discorsi della sua Presidenza, Barack Obama – il primo a trasformare in prassi la dottrina dell’Open Government – si sia rivolto ai cittadini dicendo di volerli arruolare tutti in questa nuova sfida per renderli «gli occhi e le orecchie» della sua amministrazione.

Usa, Francia, Germania e Regno Unito hanno già adottato politiche di questo tipo, affermando il principio per cui più è grave la crisi e più la soluzione deve essere trovata con i cittadini, non a prescindere da loro. Inoltre, nel mese di settembre, proprio in occasione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, è stato avviato un importante progetto denominato Open Government Partnership, una vera e propria alleanza mondiale per l’Open Government che impegna tutti gli Stati partecipanti a sostenere la partecipazione civica rendendo più trasparenti i processi decisionali, utilizzando tutti i canali necessari a sollecitare il feedback della collettività e a incentivarne la partecipazione.

L’attuale momento di crisi potrebbe essere l’occasione giusta anche per l’Italia (che ha chiesto di aderire all’Open Government Partnership) per abbandonare le vecchie patologie istituzionali e mutare paradigma, evolvendo verso un modello di democrazia collaborativa.

Perché in democrazia, nessuno – neanche un Governo tecnico – ha il monopolio delle soluzioni e delle buone idee.


CONDIVIDI
Articolo precedenteLa quindicesima “conta” degli italiani
Articolo successivoE nel tormentato dilemma: sì ad un Governo tecnico di transizione!
Ernesto Belisario
Si dice che “si è ciò che si fa” e allora, per presentarmi, scriverò quello che faccio e che mi piace fare. Sono avvocato (http://www.studiobelisario.it) e mi occupo prevalentemente di diritto amministrativo (appalti, edilizia, urbanistica, responsabilità erariale e pubblico impiego) e di diritto delle nuove tecnologie (e-government, privacy, commercio elettronico); infatti, grazie alla felice intuizione di un mio Maestro, più di quindici anni fa decisi di unire i miei due interessi (il diritto e l’informatica) per farne una professione. Le materie che pratico nell’attività forense, in cui mi sono specializzato con appositi percorsi di studio, sono le stesse che insegno presso l’Università degli Studi della Basilicata e in numerosi Master e corsi di formazione e specializzazione in giro per l’Italia. Immagino che, arrivato a questo punto, il lettore si aspetti qualcosa di extralavorativo, passioni, interessi ma – riservatezza a parte – le mie passioni coincidono con il mio lavoro: se non mi divertissi (trovo la pratica del diritto molto creativa), credo che sarebbe molto noioso. Per questo, oltre a tenere un blog (http://blog.ernestobelisario.eu), sono impegnato in alcune importanti esperienze associative: sono Presidente del Circolo dei Giuristi Telematici (http://www.giuristitelematici.it), Presidente dell’Associazione Italiana per l’Open Government (http://www.datagov.it) e Segretario Generale dell’Istituto per le Politiche dell’Innovazione (http://www.politicheinnovazione.eu). Ho una vera passione per la divulgazione, che mi ha portato - da sempre - a scrivere articoli e libri sulle tematiche che mi interessano e mi piace molto ricevere il feedback di chi mi legge; del resto come Voltaire, credo che i libri più utili siano quelli in cui “i lettori fanno essi stessi metà del lavoro: penetrano i pensieri che vengono presentati loro in germe, correggono ciò che appare loro difettoso, rafforzano con le proprie riflessioni ciò che appare loro debole”.

5 COMMENTI

  1. ma ditemi…se andassimo al voto vi presentereste alle elezioni? e per votare chi? meglio un governo tecnico che una classe politica davero inutile e inetta!!! se si è arrivato a ciò è proprio perchè i politici fanno i politici e non gli interessi dell’Italia e degli italiani…l’unica cosa brutta di questo governo è che doveva penalizzare meno i ceti medio-bassi!!!

  2. Francamente sono molto amareggiato, non è più una questione di governo tecnico, la questione è più profonda, sembra una dittatura silente dove i potenti fanno sempre i loro affari.Leggo quello che dicono i giornali e rimango sbigottito vedendo quello che succede nelle città, si dice il contrario di tutto. Mi dispiace per Monti, ha perso un’occasione.
    E’ bello starsene seduto a sentenziare cose che non gli appartengono e che non si conoscono o che non si vogliono conoscere. Mi dispiace anche per il clero, hanno perso anche loro, altro che perdita di coscienza. Per i politici non mi dispiace, spero che il prossimo anno molti di loro facciano parte del popolo, per capire cosa vuol dire tirare avanti giorno dopo giorno. Una volta incontrai, un conoscente, lo vidi strano, il viso tirato, gli occhi rossi, trasandato; gli dissi cosa avesse, se gli era successo qualcosa. Mi rispose: quanto ti tolgono la possibilità di campare la tua famiglia, ti tolgono anche la dignità.
    Se si vuole una sana democrazia, se si vuole la crescita sociale di un popolo si deve fare in modo che a tutti sia data la possibilità di avere uguale dignità. Penso che a tutti piaccia vedere la gente sorridere e non piangere. E allora facciamo un passo avanti o indietro, cari ministri, evitiamo che succedano tragedie familiari, evitiamo di prendere misure severe sulle pensioni soprattutto per chi non lavora e ci sta arrivando in altro modo, evitiamo l’odio.

  3. Ritengo che l’unica soluzione per risolvere i problemi dell’Italia sia proprio un governo che non abbia ne colori politici ne interessi politici e che applichi incondizionatamente i provvedimenti necessari anche se impopolari.
    I governi politici tergiversano nell’applicare certi provvedimenti con il timore di perdere la fiducia, i voti e quindi la sedia, ma nel frattempo l’Italia precipita nel vuoto.
    Non sarà mai una corrente politica o peggio una coalizione politica, come dimostrato fin’ora, in grado di riportare l’Italia in sella per i motivi sopra enunciati.
    Oggi si invocano le votazioni, ma il cittadino chi andrà a votare se la sinistra è andata in crisi nel 2008 e la destra nel 2011.
    Se necessariamente serve votare un governo politico sarà comunque un suicidio per l’Italia perchè certi voti sono soggetti più a simpatie personali che a scelte occulate e dobbiamo anche avere il coraggio di ammetere che purtroppo è vero e i politici continuano ad ineggiare al consenso popolare; un consenso di gente che la maggiore non ha saputo valutare o si è fatta condizionare da programmi che non potranno mai essere applicati in pieno sempre per i motivi di cui sopra.
    Chi e quanti scittadini sono in grado di soppesare le capacità e le preparazione tecniche dei politici per esprimere un voto essenziale che abbia nel tempo un riscontro positivo?
    Nei governi attuali e precedenti è vero ci sono stati molti politici veramente capaci e riconosciuti come grandi professionisti, grandi tecnici e grandi statisti riconosciuti in tutto il mondo, ma le correnti politiche li hanno imprigionati ed impedito di agire come si sarebbe dovuto fare.
    Ora in questa situazione, un governo tecnico è più che mai auspicabile ed urgente e non capisco perchè la Lega sia così contraria, proprio lei che ha sempre sostenuto che Roma è ladrona e adesso invece ne vuole far parte?
    E’ proprio vero che chi va con lo zoppo impara a zoppicare.
    VIVA L’ITALIA CON UN GOVERNO ETERNAMENTE TECNICO.
    Migliori saluti.

SCRIVI UN COMMENTO