L’antitrust sui farmaci e sulle farmacie. No grazie!

Ettore Jorio 09/01/12
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Sul tema della liberalizzazione di farmaci di fascia C e farmacie, l’Autorità della concorrenza e del mercato ha rappresentato al Governo le sue proposte di riforma. Lo ha fatto, più esattamente, alle pagine 69 e 70.

Esse vanno in due direzioni: una maggiore incisività delle liberalizzazioni di farmaci di fascia C, rispetto alla disciplina sancita nell’art. 32 del DL 201/11, già condivisa dal Parlamento (!), e la rivisitazione dei criteri riguardanti la pianta organica delle farmacie, nel senso di prevedere un abbassamento dei vigenti quorum demografici. Ha proposto, altresì, quantomeno di raddoppiare l’attuale numero massimo di farmacie delle quali una società professionale può rendersi titolare/proprietaria.

Com’è facile rilevare, le suddette pretese hanno ben poco da arricchire i consumatori, in termini di un più generale risparmio, se non quello di rendersi immotivatamente punitive nei confronti della farmacia tradizionale a tutto vantaggio dell’estensione delle opportunità imprenditoriali di concretizzare la formazione di catene di farmacie, cui riservare l’evoluzione del particolare segmento, fino ad oggi difeso dalle grinfie della GDO. Un modo per destinare alla somministrazione dei farmaci una funzione meramente mercantile, a discapito dell’attuale condizione di esercizio tipicamente professionale.

Insomma, dall’idea che ha l’Antitrust del settore emerge il concepimento di un servizio farmaceutico essenzialmente fondato sulla moltiplicazione dei “punti di vendita”, anziché sul suo miglioramento in termini di qualità del servizio. Così facendo, piuttosto che traguardare condizioni assistenziali più favorevoli per l’utenza, soprattutto anziana, si realizzerà un business indiscriminato essenzialmente da parte della grande distribuzione.

Sotto l’altro aspetto, incentivando la creazione dei gruppi delle farmacie tradizionali (otto farmacie sono già un gruppo) si consentirà al capitale in senso stretto (ma anche a quello “inquinato”) di acquisire il dominio del servizio, determinando così serie difficoltà ai giovani farmacisti. Gli stessi, infatti, rimarrebbero schiacciati da una siffatta condizione, a tal punto da non potere facilmente accedere, così come invece avviene oggi, alle società di farmacisti, tanto funzionali all’accesso dei giovani al mercato caratteristico.

Insomma, nelle indicazioni dell’Autorità della concorrenza si scoprono aspettative non propriamente conformi allo spirito dell’attuale servizio (che, si badi bene, è considerato il migliore al mondo!) che rischierebbe di essere fortemente compromesso. Non si tiene affatto conto del ruolo che la farmacia ha consolidato nell’ordinamento e nel nostro vivere comune, sì da rappresentare un punto fermo della tutela della salute dei cittadini.

Intervenendo così come interviene l’Antitrust privilegia squisitamente i numeri (sui quali è lecito nutrire anche qualche dubbio, atteso che non sono supportati da dati scientifici, a nulla valendo i dati venduti in questo periodo come pervenuti a seguito di sedicenti ricerche), senza tenere affatto conto di come (ma soprattutto quale farmacista sarà disposto a farlo!) sarà garantita l’assistenza farmaceutica nel territorio più periferico, fino ad oggi assistito dal farmacista fiduciario.

A ben vedere, la campagna di liberalizzazione delle farmacie, meglio, dei farmaci di fascia C, sta suscitando un qualche imbarazzo, sia nel modo in cui viene portata avanti che per i contenuti. Sono inadeguate le motivazioni per lasciare presumere un inverosimile risparmio per i consumatori. Sono un bluff gli adeguamenti all’UE che si vorrebbero far passare per ineludibili. Rappresentano una favola le aspettative d’impresa per i giovani laureati e la crescita occupazionale. E’ troppo forte il rischio di rompere il rapporto di fiducia e collaborazione costante venutosi a creare negli anni tra il farmacista sotto casa e l’utente.

L’imbarazzo. L’argomento – per il ruolo che riveste la farmacia italiana, garante ovunque dell’assistenza, specie nei piccolissimi comuni, pieni zeppi di anziani, sempre di più lasciati al loro destino – necessita di un approfondimento finalizzato alla ricerca della verità. Crea, infatti, un grande imbarazzo leggere studi e dichiarazioni che, al di là dei dati desunti, tenderebbero a dimostrare l’utilità di ciò che verrebbe a crearsi senza però tenere conto di ciò che verrebbe a rompersi in un Paese come il nostro. La volontà in atto metterebbe a rischio quantomeno l’esistenza delle farmacie dei comuni al di sotto dei 2.000 abitanti (3.534), che rappresentano il 43,7% del totale (8.094), ma anche quelle numerosissime soprannumerarie, operanti nelle piccole frazioni in virtù del criterio della c.d. distanza. Realtà, queste, che trovano nella farmacia tradizionale il riferimento assistenziale continuo e concreto, garantito dall’attuale sistema fondato sul binomio pianta organica/concessione.

L’inadeguatezza delle motivazioni. Prescindendo da quelle di diritto – che varrebbero da sé a dimostrare la pericolosità delle scelte “di moda”, perché sgretolarizzerebbero il sistema concessorio, che ha reso la farmacia italiana la più apprezzata del mondo, lasciando lo Stato a vero dominus del relativo servizio -, è bene evidenziare quanto sia inverosimile il risparmio per i consumatori. Negli studi condotti a sostegno della liberalizzazione dei farmaci di fascia C si rappresentano dati che più che essere la sintesi di una ricerca scientifica sembrano essere stati tirati fuori dal cilindro di un illusionista. Non si comprendono, infatti, i dati consuntivati del risparmio, dal momento che le ricerche del caso tengono conto di possibili sconti alla clientela finale eccessivi, addirittura di gran lunga superiori a quelli praticati alle farmacie dall’industria. Del resto, sarebbe bastato, al riguardo, verificare gli studi di settore che ne sanciscono l’entità. Un tale deficit conoscitivo falsa i dati e rende artatamente conveniente per il consumatore un qualcosa che non è affatto nella realtà.
In relazione, invece, alla “pretesa” equivalenza professionale tra la farmacia tradizionale e i nuovi siti autorizzati, è lo stesso legislatore che la smentisce, considerato che riserva la vendita dei farmaci di fascia C a maggiore “rischio”, del tipo ormoni e stupefacenti, alle farmacie pubbliche e private. Un chiaro senso di sfiducia per tutto il resto.

Gli adeguamenti all’UE. Si è detto che la liberalizzazione va fatta perché è l’UE che la pretende. Niente di più falso. Mettendo da parte la volontà di David Cameron di istituire, nel proprio Paese, lo strumento della pianta organica, proprio per evitare che la periferia continui ad essere quasi completamente sfornita di farmacie, si rende necessaria una corretta analisi dei dati reali del sistema farmacia in Europa. Ebbene, in nessuno Stato europeo la farmacia è libera, fatta eccezione per la Gran Bretagna, che (come detto) è sulla via del pentimento, e della Grecia, ove la crisi le ha decimate. Non lo sono neppure i farmaci di fascia C. Lo confermano pure i dati desunti dall’Istituto Bruno Leoni che, nell’elaborare l’indice delle liberalizzazioni intervenute nel 2011 in Italia rispetto al modello europeo, ha trascurato nell’attenta griglia la somministrazione dei farmaci. Lo ha fatto non perché ritenuto poco interessante (anzi!), ma perché, al contrario, non vi è alcun riferimento numerico in Europa con il quale compararsi, perché ovunque non liberalizzato. Anche la comparazione effettuata nel mondo intero offre risultati in tale senso. Invero, sul quotidiano La Stampa del 4 gennaio scorso (articolo di Paolo Baroni riguardante taxi, farmacie e pacchetto anti-concorrenza) si rappresenta una attenta comparazione, riguardante le professioni e i servizi pubblici, più precisamente tra quanto è previsto in Italia e quanto disciplinato in circa 40 Paesi. Ebbene in nessuno di siffatte griglie comparative viene considerata la liberalizzazione della farmacia e dei farmaci, solo perché altrove neppure ci si pensa in termini di tutela della salute pubblica.

Le aspettative di impresa e nuova occupazione. Anche qui si sta perpetrando un grande bluff, pericoloso per tanti giovani laureati resi, così, inconsapevolmente aspiranti ricchi imprenditori. Si fa loro del male a trascurare la verità. A questi va detto della fallimentare iniziativa delle parafarmacie e del mancato aumento occupazionale, quale risultato della prima liberalizzazione (legge Bersani).
L’occupazione per essere reale deve possedere due requisiti: la durevolezza e la professionalità, entrambe negate fino ad oggi.
La prima si ottiene programmando una economia sana e permanente, che oggi persino la farmacia fa fatica a possedere, considerate le difficoltà del suo mercato afflitto da uno sconto medio al SSN del 10%, dalla crescita esponenziale del generico, dai ticket che aumentano, dai ritardi di pagamento che arrivano in alcune realtà ad oltre un anno, in una dalla necessità di tagliare la spesa sanitaria. Handicap che renderanno aleatoria anche la sua esistenza. Invero, sono tante le farmacie ricorse a procedure concordatarie, numerose quelle fallite, quasi tutte in balia dei loro conti non affatto brillanti. Un Governo che non sappia ravvisare i segni di una crisi economica in atto, così come quella che le migliaia di farmacie più deboli stanno vivendo, si assumerebbe gravi responsabilità sul default del sistema che andrà a determinare.
Del resto, se così non fosse come si spiegherebbe la diffusa vendita delle farmacie municipalizzate e la crociata contro le liberalizzazioni che sta facendo l’Assofarm, il sindacato dei dipendenti delle farmacie comunali che ben conoscono la precarietà del loro lavoro? A fronte delle ricchezze tanto millantate del sistema di somministrazione dei farmaci, meglio sarebbe stato investire in farmacie pubbliche e non già dismetterle.
La seconda, per un giovane laureato è necessario capire, sul fronte dell’occupazione, la professionalità garantita nel rapporto di dipendenza cui si aspira. Al di là del minimale incremento che si registrerebbe con il naturale aumento del numero delle parafarmacie – contrapposto però alla diminuzione della base occupazionale offerta dalla farmacia privata – l’unica riserva da sfruttare (si fa per dire!) sarebbe la grande distribuzione organizzata. Quest’ultima interessata al segmento per due ordine di motivi: ornarsi di un fiore all’occhiello che non ha e tradurre il farmaco di fascia C in business, ricorrendo a forme di vendita che poco hanno o nulla a che fare con la professionalità. Da qui, un impegno professionale dei giovani laureati che nasce male, perché limitato e peraltro vittima di una contrattazione della retribuzione spesso al di sotto dei livelli legali.

Rapporto farmacista sotto casa/utente. L’idea di contrastare ciò che la farmacia è divenuta nel quotidiano italiano è da irresponsabili. Mettere in forse il rapporto tradizionale instauratosi nel Paese da numerosi decenni creerebbe solitudine assistenziale, specie per gli anziani sempre in crescita, e sottovalutazione dell’uso professionale dell’anamnesi familiare, che rappresenta quel tesoro che il farmacista fiduciario ha capitalizzato per metterlo a disposizione, unicamente, dei suoi assistiti.