La liberalizzazione delle professioni intellettuali

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L’ultimo provvedimento licenziato dal governo dimissionario, la legge 148/2011, approvata dal Senato l’11/11/2011, ha introdotto e ribadito principi di liberalizzazione nella disciplina delle professioni, e di riforma degli ordinamenti professionali, da attuarsi tramite apposito DPR entro un anno dall’entrata in vigore della legge.

Questo provvedimento, per i professionisti, in una sorta di altalena rispetto al D.L. 138/2011, (che già parlava di accesso alla professione, obbligo di formazione continua, tirocinio retribuito, obbligo del contratto scritto e definizione del compenso, assicurazione obbligatoria, distinzione del ruolo amministrativo degli Ordini da quello deontologico, pubblicità informativa libera), ha, tra l’altro:

  • riannunciato la riforma degli ordini professionali, tramite regolamento, entro 12 mesi dall’entrata in vigore della legge (art.3,comma 5);
  • eliminato per i compensi professionali da pattuirsi obbligatoriamente all’inizio dell’incarico il richiamo “alle tariffe di legge da prendersi come riferimento, fatta salva la possibilità di derogarvi”, (art.3 comma 5d);
  • ribadito che le norme vigenti sugli ordini saranno abrogate con l’entrata in vigore del regolamento governativo (art.3, comma 5bis);
  • consentito la costituzione di “Società per l’esercizio di attività professionali”, ove siano ammessi anche soci di capitale, non professionisti, senza nessuna menzione relativamente al limite delle quote che un socio di capitale possa detenere (art. 10, commi 3,4,5,6,7,8,9,10).

Tutto ciò, secondo le varie categorie professionali, rischia di rendere ancora più difficile la vita dei professionisti. Ma è bene analizzare come si è giunti a questa situazione e che ruolo hanno avuto i media e le proteste di piazza. Sono infatti mesi che, in tema di generali e ventilate liberalizzazioni, si rincorrono voci relative all’eliminazione degli ordini professionali o ad una loro sostanziale riforma, dal momento che, secondo una parte politica e alcuni mass media, rappresenterebbero una delle tante “caste di privilegiati”.

Forse andrebbe però precisato a questi signori che le così dette libere professioni sono un variegato e articolato mondo ove convivono, oltre ai Notai, gli Avvocati, gli Ingegneri, i Commercialisti, gli Architetti, e i Medici, anche gli Agenti di Cambio, gli Spedizionieri Doganali, i Tecnici Sanitari di radiologia, le Ostetriche, gli Infermieri Professionali, le Assistenti Sanitarie, ecc..

E’ altrettanto vero che per alcune professioni l’accesso è subordinato al superamento dell’esame di stato, così come, in alcune sedi d’esame i promossi sono l’80 per cento, in altri meno del 10.

E’ altresì poco condivisibile l’idea che siano i liberi professionisti, riuniti in ordini o collegi, con accesso limitato dal superamento dell’esame di abilitazione, un ostacolo alla crescita del PIL; sarebbe anzi interessante conoscere con quali criteri scientifici sia stato dimostrato ciò. Infatti, principi macro economici elementari ci dicono che l’eccesso di offerta, rispetto alla domanda, non crea ricchezza, bensì abbassamento indiscriminato della qualità e dei prezzi, cosa questa non proprio auspicabile, specie per certe professioni che incidono fattivamente sulla qualità della vita delle persone.

Ed infine, sono gli ordini professionali in toto e i relativi iscritti, i tenutari di magnifici privilegi e una delle principali cause della nostra crisi, o dovremmo parlare di altro?

Sicuramente in un lontano passato alcune professioni ordinistiche, come Notai, Avvocati, Medici, Veterinari, Architetti, Ingegneri, ben preparati, potevano definirsi privilegiati, perché tenutari, oltre che di ampie responsabilità, di cospicui guadagni e tanta ammirazione.

Ma oggi, dopo oltre quaranta anni di folle politica liberalizzante sulla formazione, con università aperte indiscriminatamente a tutti, i “professionisti”di buona parte dei settori sopra menzionati (ad eccezione dei Notai) sono diventati una moltitudine, rispetto al passato in larga parte poco preparati, e destinati ovviamente in larga misura al precariato e alla insoddisfazione perenne, perché nulla è stato fatto per disciplinare l’accesso universitario alla reale domanda nelle singole attività.

Il risultato di questa follia è il triste primato, rispetto ai paesi occidentali, del più alto numero di Medici, Avvocati, Architetti, Veterinari, ecc.., e se i media più blasonati (quotidiani e settimanali, trasmissioni tv e radiofoniche senza distinzione) è da almeno 30 anni che a mesi alterni, ci danno notizie a dir poco contrastanti sullo stato delle professioni, una volta denunciando ciò, un’altra segnalando che abbiamo pochi laureati rispetto alla media europea, probabilmente non sono fonti così attendibili, ma rispondono ad interessi specifici e particolari.

A questo proposito anni fa feci una ricerca e scoprii che i richiami della Comunità Europea all’Italia sul sistema universitario, iniziati tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ‘80, non erano dovuti al numero di laureati in assoluto, quanto allo scollamento tra accesso indiscriminato all’università e reale raggiungimento della laurea.

Sulla base di questi richiami, l’Italia, negli ultimi 20 anni, attraverso apposite riforme ha inserito il numero chiuso basato su test a risposta multipla (che non risulta essere il miglior metodo per individuare i più meritevoli), ma in parallelo ha moltiplicato gli istituti universitari, introdotto la laurea intermedia, cioè triennale, senza valore legale all’estero, e ha promosso offerte formative allettanti, volte non tanto ad accrescere il prestigio dell’Ateneo e della formazione Universitaria, quanto a far ottenere, salvo eccezioni, facili lauree. E’ a questo proposito da menzionare anche, tra le “mirabolanti” riforme, quella che ha legato i finanziamenti universitari ai risultati, cioè al numero dei promossi e dei laureati finali, determinando il “tutti promossi, tutti laureati, in buona parte impreparati al mondo del lavoro”, e, aggiungo io, “ precari e incavolati”.

Analizzando infatti quello che è accaduto al corso di laurea di architettura, che conosco bene essendo la mia professione, si è passati dalle 10 facoltà con un unico corso all’inizio degli anni ‘80, ad una trentina tra facoltà e distaccamenti, con un’offerta formativa oggi di 55 corsi di laurea diversi (fonte IL GIORNALE DELL’ARCHITETTURA luglio 2011), scavalcando così, legalmente, il numero chiuso e qualsivoglia sistema di programmazione relativo al reale fabbisogno di architetti sul mercato.

Il risultato di tutto ciò, per gli Architetti, lo abbiamo letto, dapprima nel 2004, sulla rivista dell’Associazione Laureati del Politecnico di Milano che, riprendendo i dati statistici riportati allora dal sito del Consiglio Nazionale degli Architetti, riportava che all’inizio del nuovo millennio gli architetti italiani erano il 29,3% degli architetti europei, e che, nel raffronto tra gli iscritti alle facoltà di architettura dei vari paesi europei i dati erano sconfortanti, tutti a favore di un eccesso di studenti italiani rispetto a quelli delle altre nazioni.

Le conseguenze di quest’ultimo dato sono state “certificate” dalla rivista della cassa di previdenza (INARCASSA, primoduemilaeundici, anno 39) che, menzionando quanto contenuto nel testo “Il profilo e gli scenari della professione di Architetto” , scritto dalle colleghe romane, Matilde Fornari e Cecilia Pascucci, riportava che nel 2008 il 40,4% degli architetti europei è italiano; dati più recenti ci dicono che abbiamo in Italia un architetto ogni 400 abitanti, quando la media degli altri paesi europei è di circa un architetto ogni 1350 abitanti.

Tutto ciò dovrebbe far pensare, più che alla liberalizzazione nell’accesso alle professioni, all’esigenza di frenare l’accesso all’università in maniera più incisiva, così come avviene negli altri paesi, oltre alla ineludibile riforma delle competenze professionali. Si tenga infatti conto che i differenti campi di attività delle professioni tecniche, in Italia sono ancora fermi a Regi Decreti della metà degli anni ’20 del secolo scorso, determinando competenze analoghe tra figure professionali che, per formazione e capacità, dovrebbero essere inconciliabili. Infatti nel nostro paese Architetti e Ingegneri iscritti alla sez. A e B di specifici settori, unitamente ai Geometri e ai Geometri laureati, Periti edili, possono in maniera differenziata, ma farraginosa, operare negli stessi campi.

Rimanendo quindi nel campo della statistica, sommando i numeri delle suddette categorie, probabilmente avremmo come ulteriore dato statistico, un tecnico in edilizia a famiglia allargata.

Poi ci si stupisce del precariato in certi settori…

Ma cosa si poteva e si può fare a questo punto?

Sempre ritornando ad Architettura, ma il discorso penso sia analogo per tutte le altre facoltà, se nel 1968, nel 1977, nel 1990, nel 2003 e nel 2010 (le “mitiche” rivolte universitarie che ricordo), invece di chiedere l’università per tutti, e quindi di bassa qualità, si fosse richiesta una università che prepara veramente al mondo del lavoro, con corsi che insegnano il mestiere, e quindi a progettare con le norme caotiche che caratterizzano la professione, unitamente ai vincoli economici e di fattibilità, oggi probabilmente ci sarebbero solo 10 facoltà, a numero chiuso, un solo un corso di laurea in architettura, pochi e selezionati professori, per merito, così come pochi studenti. Avremmo molti meno Architetti, sicuramente molto più preparati e rispettati nel mondo del lavoro, sarebbe più facile superare l’esame di stato, e sentiremmo meno la crisi.

Dal momento che però questo è il mondo dei sogni, allo stato dei fatti penso che non ci sia più nulla da fare, perché l’università di massa genera un tale volano economico (che è una notevole quota parte del PIL) che si auto alimenta, e se ne “impippa”(mi si conceda la licenza poetica, presa da Antonio Pennacchi, premio strega dell’anno scorso), del futuro dei giovani e dell’Italia; con questo andazzo siamo destinati ad essere fagocitati dai paesi emergenti, e contro questa battaglia legale tra nazioni, noi avremmo bisogno di pochi laureati preparatissimi, non migliaia di laureati che non sanno far nulla.

Allora si che gli ordini professionali e l’esame di stato sarebbero forse un controsenso e da eliminare.

 

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