Abolire le province dovrebbe essere utile, oltre che costituzionalmente legittimo

Luigi Oliveri 14/08/12
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Proprio non ce la fa, Sergio Rizzo, ad evitare almeno una reprimenda a settimana sulla necessità di abolire le province.

Sul Corriere della sera del 13 agosto, il celebre giornalista che con Gian Antonio Stella ha fatto della soppressione delle province, come dire, un punto d’orgoglio, sfoga il malcelato travaso di bile nel constatare che nonostante la sua campagna e quella di molti altri, nonostante il lavaggio del cervello di molti, forse la soppressione delle province non avverrà e, forse, è incostituzionale.

Riferendosi al presidente della provincia di Benevento, Rizzo chiude il suo ennesimo, preoccupato, ukaze contro le province così: “Non domo, Cimitile ha preannunciato intanto una causa al Tar e ha chiesto alla Regione di mettere in moto la Corte costituzionale. L’ennesimo ricorso. Ma il cambio di rotta del governo, dall’abolizione tout court delle Province alla loro riduzione, non doveva servire a evitare scontri davanti alla Consulta?”.

Notevole, non c’è che dire. L’Italia non è ancora per nulla fuori dalle intemperie dello spread; la disoccupazione è all’11 per cento; la recessione segna meno 2,1 per cento del Pil; la Confindustria comprova che ormai il contratto di lavoro a tempo indeterminato è un miraggio; le azioni della Guardia di Finanza confermano che l’evasione continua ad essere una piaga senza freni; non si riesce ancora a trovare con la Svizzera un accordo per tassare 160 miliardi di capitali clandestinamente coperti dagli istituti bancari elvetici; il caso dell’Ilva suscita clamorosamente il dubbio amletico se sia meglio lavorare o rischiare la vita. Insomma, le condizioni dell’economia restano più che allarmanti, tra mistificazioni di spending review e tagli disordinati che si aggiungono a nuovi prelievi fiscali (l’ultimo, l’ennesimo incremento delle accise sulla benzina) e, ancora, il problema per la stampa, e per alcuni giornalisti in particolare, sono le province.

Ancora, si dà spazio sui giornali a chi, come Rizzo, manifesta disappunto per non vedere realizzato un proprio desiderio, l’eliminazione delle province, desiderio mosso esclusivamente da un moto dell’animo, mancante totalmente di qualsiasi supporto motivazionale, tale da giustificare l’ininterrotta campagna di stampa, il clamore dell’attualità e tanti sforzi normativi che già da subito e da soli si rivelano molto più costosi degli eventuali benefici.

Già, perché la campagna di stampa, essendo solo propaganda, continua a trascurare un piccolissimo dettaglio, che sarebbe, però, meritevole di maggiore attenzione: dall’accorpamento, poi divenuto riordino, delle province previsto tanto dal decreto “salva Italia” (?), quanto dalla spending review, non deriva nemmeno un centesimo di risparmio.

Su questo dato, ufficialmente acclarato dalla Ragioneria generale dello Stato, Rizzo ed epigoni stendono un fittissimo e spessissimo manto di silenzio. Alla “ggente” si deve dare il “messaggio” salvifico dell’ineluttabilità dell’eliminazione delle province. Se ciò, poi, sia utile o comporti risparmi finanziari, non conta nulla. Nel libro “La casta” si è sentenziato che le province debbono essere soppresse. E, dunque, così dev’essere, nonostante l’assoluta, ma scientemente nascosta, inutilità di simile azione, sul piano finanziario.

Dunque, le difficoltà operative poste dalla revisione della procedura, non possono che gettare nel profondo sconforto chi si erge a paladino dell’eliminazione delle province.

Eppure, sarebbe corretto immaginare che non solo la stampa, ma anche Governo e Parlamento puntassero l’attenzione ed adottassero decisioni con ricadute utili.

Non solo la manovra sulle province, invece, non consente di risparmiare nemmeno un cent. Ma, sul piano strettamente giuridico-istituzionale, è certamente scorretta e probabilmente incostituzionale.

Non c’è niente da fare. Gli articoli 5, 114 e 133 della Costituzione (a tacere di altri) fanno delle province un elemento costituente della Repubblica. Per eliminarle occorrerebbe necessariamente una legge costituzionale, che eliminasse quel “riconoscimento” delle autonomie locali che la Repubblica effettua proprio all’articolo 5, indicando le autonomie locali come elementi preesistenti alla Repubblica stessa. Il decreto legge non può avere nessuno dei requisiti di urgenza necessari per l’operazione, i cui tempi, del resto, sono talmente lunghi da evidenziare a chiunque l’assenza di ogni emergenza.

In più, il Governo non dispone, stando all’articolo 133 della Costituzione, del potere di iniziativa per riordinare le province. L’iniziativa appartiene ai comuni. Punto. L’inversione procedimentale inventata dai “legislatori creativi” che costellano un Governo tecnico molto atecninco, e l’intromissione dei Consigli delle autonomie locali (che la Costituzione nemmeno conosce e considera) non può, alla luce di un’analisi semplice e lineare, conferire alla manovra nemmeno un lontano fumus di legittimità costituzionale.

Inutile, dunque, rosicare e stupirsi che alcune regioni e alcune province presentino ricorsi alla Consulta, contro leggi costellate di errori sull’ABC del diritto costituzionale.

Inutile, ancor più, elevare inni per una manovra incostituzionale, inutile e per ciò stesso dannosa, in quanto comunque, anche se non darà alcun aiuto alle finanze pubbliche, sta già muovendo energie e costi che nessuno sarà mai capace di quantificare, mentre tutti, tra pochi anni, saranno in grado di comprendere l’assoluta inutilità della campagna, dell’assurdità di impegnare energie normative ed organizzative, al solo scopo di dare bada a campagne di stampa autoreferenziali e alle soglie del populismo.

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