Gentiloni Legge Elettorale

Chi parla più della legge elettorale? Quella che appena una decina di giorni fa era riconosciuta da tutte le forze politiche come la priorità assoluta e irrinunciabile, il nodo gordiano da dipanare senza indugi, oggi sembra poco più di un pallido ricordo e, insieme, una bazzecola di poco conto.

Ora che il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni è uscito allo scoperto, partecipando finalmente nelle vesti di premier a un’intervista in televisione, l’obiettivo di tutti, o quasi, gli attori politici è quello di portare il governo, nato malconcio e “in scadenza” fin dal primo vagito, a condurre in porto la legislatura. Un’uscita, quella dell’inquilino di palazzo Chigi, del tutto in linea con il personaggio, che per il suo debutto in diretta tv non ha scelto i rissosi talk show in prima serata, né un’asettica intervista in qualche telegiornale amico. No, il presidente “post rottamazione” ha scelto di apparire a Domenica In, insieme a Pippo Baudo, cioè nel programma popolare per eccellenza con il conduttore simbolo di almeno mezzo secolo sulla tv di Stato. Obiettivo: spiegare di fronte alle telecamere la sua agenda per arrivare a febbraio dell’anno prossimo, quanto il quinquennio aperto nel 2013 si sarà ufficialmente concluso.

Perché Gentiloni arriverà al 2018

Insomma, è partita – un po’ in ritardo, per la verità – l’operazione “simpatia” del governo Gentiloni, nato sulle accuse di scopiazzatura dall’esecutivo Renzi, che ora è in cerca di vita propria, benché recidere il cordone ombelicale dal predecessore sembri un’impresa oltre le potenzialità del pur volenteroso premier. Con le promesse di un taglio del cuneo fiscale, che oggi vede il nostro Paese tra i più esosi del mondo, e un’attenzione alle famiglie molto “dem”, l’ex ministro degli Esteri ha finalmente indicato i primi obiettivi, dopo tre mesi a dir poco titubanti. Ma gli strascichi dell’età renziana non potranno essere eliminati con una semplice intervista tv. E lo dimostra anche l’incrocio pericoloso che ha visto il premier riconoscere come “gravi” i fatti imputati nell’affare Consip, salvo poi rinnovare in toto la fiducia al ministro dello Sport Luca Lotti, emblema del cosiddetto “giglio magico”, la cerchia dei fedelissimi di Matteo Renzi e al centro delle carte in Procura.

Nel frattempo, il Partito democratico sembra totalmente distratto dalla partita interna delle primarie, che si giocherà come noto il prossimo 30 aprile. Dunque, se dopo il 4 dicembre la parola d’ordine era attendere il responso della Consulta sull’Italicum e poi, arrivato lo stop dei giudici, l’unica via possibile pareva la correzione della legge elettorale per tornare subito al voto, ora tutti sembrano improvvisamente pensare ad altro. Una specie di ipnosi collettiva, forse frutto delle liti quotidiane comuni a tutti gli schieramenti. Non va dimenticato, infatti, che nel centrodestra il panorama è quantomai incerto, con l’incompatibilità conclamata tra leghisti e moderati, mentre Grillo sembra concentrarsi su Roma dopo le varie bufere sulla giunta capitolina.

Da oltre un mese sono vigenti due leggi elettorali frutto di due pareri negativi della Corte costituzionale, tali da sconfessare i Parlamenti che le hanno votate, tra cui quello attualmente in carica. Senza tralasciare un fatto: la batosta al referendum costituzionale avrebbe dovuto convincere anzitutto i partiti di maggioranza a riconoscere il fallimento delle riforme e richiedere la fiducia degli elettori. Insomma, ce n’era abbastanza per calare il sipario, ma a prendere il sopravvento sono state le varie scissioni – avvenute sia nel Pd che in Sel – con i vari riposizionamenti in vista delle urne. Senza contare “l’ora X” delle pensioni, ossia i vitalizi, che scatteranno per tutti gli eletti il prossimo 15 settembre. E va bene che ai debuttanti in Parlamento i trattamenti arriveranno solo al 65esimo compleanno, ma chi se la sentirebbe di buttare via un quadriennio intero in Parlamento a pochi passi dalla meta…

Ecco perché nessuno ha fretta di staccare la spina al governo Gentiloni, il quale, signorilmente, cerca di onorare l’impegno pur con evidenti limiti di manovra. Ed ecco perché ora, alla legge elettorale non si accenna più, neppure nelle tribune politiche di tarda notte.

 


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