voluntary disclosure bis

Dopo la prima Vd 1.0, che ha portato all’emersione circa 60 miliardi di euro nel 2015, secondo le caute stime della Banca d’Italia, potrebbero essere 170 i miliardi non ancora dichiarati. Ed è questa la somma ad oggetto della nuova sfida fiscale.

Voluntary disclosure 2.0: in cosa consiste?

La voluntary disclosure è l’opportunità di regolarizzazione che il Fisco dà ai contribuenti che hanno sottratto all’imposizione fiscale i propri redditi, trasferendoli in paradisi fiscali o all’estero.

Tramite un’iniziativa volontaria, infatti, il contribuente può redimersi facendo emergere i patrimoni in questione: su questi pagherà le tasse dovute , ma non le sanzioni. Inoltre, si sottrarrà in questo modo alla responsabilità penale per gli illeciti compiuti (ciò non vale per le frodi fiscali gravi), sempre che “emerga” prima che sia iniziato nei suoi confronti un accertamento da parte del Fisco.

Come si evita legalmente il pagamento delle tasse?


Si può evitare il pagamento delle tasse solo se sono trascorsi i 5 anni utili alla prescrizione, 10 nel caso in cui siano stati commessi reati tributari o se i Paesi in cui i redditi furono trasferiti rientrano nella c.d. Black list (lista inclusa nel Dm 4/05/1999 o 21/11/2001).

La voluntary disclosure riguarda anche i patrimoni non dichiarati presenti sul territorio italiano, ad esempio tramite strutture “interposte” o “estero vestite”. In particolare può riguardare: conti correnti, polizze assicurative, trust, fondi comuni, deposito di metalli preziosi, partecipazioni, beni immobili, beni mobili registrati (per esempio natanti).

Voluntary disclosure 2.0: quali sono i rischi per chi emerge?

Tuttavia, il successo della nuova Voluntary Disclosure 2.0 (l.255/2016) sembra essere ostacolato da alcune problematiche.

Prima fra tutte è l’attuale assenza di un canale dedicato all’interno dell’Agenzia delle Entrate, che rende impossibile ad oggi l’invio delle comunicazioni di emersione.

L’autoliquidazione e l’errore di calcolo

In secondo luogo, la procedura di emersione non appare ancora del tutto conveniente ai contribuenti irregolari: infatti, essendo rimessa a ciascuno di loro la liquidazione delle imposte dovute, inclusive di sanzioni e maggiorazioni eventuali, non è remoto il rischio di errore di calcolo, con la conseguente richiesta di rettifica da parte del Fisco: ciò costerebbe la sanzione del 3% sul capitale.

SPECIALE VOLUNTARY DISCLOSURE: COSA SAPERE

L’innalzamento della pretesa fiscale per regolarizzare il “nero nazionale”

Per ciò che concerne, invece, il c.d. “nero” nazionale, sembrano del tutto stringenti gli oneri che incombono sul contribuente che decida di uscire allo scoperto: egli è infatti tenuto a garantire la provenienza fiscale dei propri beni, rilasciando una “dichiarazione relativa all’origine dei contanti e dei valori al portatore”.

Guida alla voluntary disclosure

Guida alla voluntary disclosure

Nicola Fasano - Roberto Zingari, 2015, Maggioli Editore

Dal 1° gennaio 2015 i contribuenti che detengono illecitamente capitali, attività finanziarie e patrimoni all’estero possono, autodenunciando spontaneamente alle autorità fiscali le violazioni commesse, godere in alcuni casi di considerevoli riduzioni e sconti sulle...



VOLUNTARY DISCLOSURE E AUTORICICLAGGIO

VOLUNTARY DISCLOSURE E AUTORICICLAGGIO

Barbara Weisz, 2015, Maggioli Editore

Tra la fine del 2014 e l'inizio 2015 sono tre i passaggi fondamentali avvenuti relativamente al rientro dei capitali non dichiarati in Italia: 1. Voluntary Disclosure 2. Trattato Italia Svizzera sulla trasparenza fiscale 3. Sganciamento del franco svizzero dall'euro. La Legge sulla Voluntary...



Inoltre, sarà tenuto ad esibire dinanzi ad un notaio il luogo in cui ha custodito segretamente l’ammontare del patrimonio non dichiarato, e dovrà aprire un conto dedicato a garanzia del debito erariale. Per regolarizzare il debito, si distribuirà la somma emersa sulle ultime cinque dichiarazioni dei redditi.

Volenti o nolenti, prima o poi, i “contribuenti irregolari” saranno costretti ad emergere: ciò non solo in vista dello scambio di informazioni internazionale previsto per il 2018, ma anche in quanto è sempre più probabile che il Fisco venga a conoscenza dei patrimoni all’estero, anche grazie alla collaborazione degli istituti bancari italiani e stranieri.

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