Esiste un pregiudizio diffuso per il quale solo le persone dotate di speciali caratteristiche sono in grado di far nascere nuove idee, i cosiddetti creativi. Nulla di più falso. Esistono certamente persone dotate di talenti naturali e questo in ogni campo del sapere, esistono anche i geni se è per questo, tuttavia ognuno di noi è in grado di produrre idee in gran quantità, se solo desideriamo farlo.

Un secondo pregiudizio riguarda il momento in cui nascono le idee. Si pensa che sia un’illuminazione, un’intuizione, una sorta di momento magico che sopravviene, come sceso dal cielo e che solo pochi hanno il privilegio di vivere. Altra sciocchezza. Quando generiamo un’idea probabilmente la sensazione di soddisfazione e di meraviglia che viviamo assomiglia molto ad un’illuminazione ( non a caso la lampadina è diventata il simbolo dell’idea e di questo ringraziamo Walt Disney), tuttavia il merito è solo nostro, della voglia, della fatica e dell’energia che ci abbiamo messo per trovarla. In altre parole la creatività è metodo, utilizza strumenti, tecniche, intelligenza. Nient’altro. Quindi siamo tutti creativi, se solo sappiamo come fare.

Uno dei tanti esempi che lo dimostra è quello di Johann Gutenberg, chi non lo ricorda? Siamo a Magonza, in Germania, attorno al 1450.  Gutenberg, figlio di un nobile mercante, studia presso una scuola latina, come allora si usava. Non risulta che avesse speciali competenze, né un livello d’istruzione eccellente. Fu anche vittima di un processo per insolvenza che lo condusse al fallimento a al sequestro dei suoi beni. Sebbene l’idea fosse stata sua la prima Bibbia venne infatti pubblicata col nome del banchiere Johannes Fust che rilevò i suoi beni dal fallimento. Ciò nonostante Gutenberg fu l’artefice della più importante invenzione del secondo millennio: la stampa a caratteri mobili. Come fu possibile?

Tutto nacque dall’osservazione, dalla curiosità. All’epoca i pellegrini che si recavano ad Aquisgrana sentivano il bisogno di portare con sé i sacri testi, ma i libri erano costosi, venivano riprodotti ancora manualmente e in quantità limitate. Come fare a riprodurre la Bibbia in così tanti esemplari e soddisfare una domanda sempre crescente? La tecnica del tempo, il manoscritto, non era certo in grado di soddisfare questo nuovo bisogno. Gutenberg conosceva la xilografia, una tecnica di riproduzione inventata dai cinesi già nell’ottavo secolo che utilizzava una lastra di legno sulla quale venivano incisi i caratteri e i disegni da riprodurre. Il metodo però era poco efficace per stampare dei libri.

La famiglia di Gutenberg trattava metalli per il conio e quindi lui era a conoscenza delle tecniche di fusione dei metalli e di forgiatura delle monete; ispirandosi a queste pratiche ebbe l’idea di realizzare i caratteri di stampa in metallo impiegando i punzoni e gli stampi utilizzati per coniare le monete. Restava ancora da risolvere il problema della carta. La nuova tecnica di stampa infatti richiedeva un procedimento diverso da quello usato all’epoca dove il foglio veniva sfregato sulla lastra di legno. L’idea gli venne dall’uso, frequente all’epoca, di sigillare lettere e documenti. La lastra con i caratteri metallici avrebbe dovuto “battere” sul foglio di carta in maniera analoga a come avviene per il sigillo.

Ma come fare concretamente? Magonza era circondata da grandi distese di vigne. Per spremere i grappoli d’uva, come sappiamo, si utilizza il torchio. Ecco l’idea: utilizzare il torchio per premere, per battere come suol dirsi, i caratteri sul foglio di carta.  L’ultimo problema da risolvere fu quello dell’inchiostro. La nuova tecnica aveva bisogno di un inchiostro che asciugasse in fretta e non si spandesse sul foglio. Gutenberg possedeva qualche nozione di chimica e ciò gli consenti di realizzare l’inchiostro adatto. A Francoforte, il 23 febbraio 1455, vennero messe in vendita le prime Bibbie a stampa tipografica. Grazie al suo “fiuto” per i bisogni del mercato, alla sua conoscenza della lavorazione dei metalli, del conio, della chimica, all’abilità di trasferire tecnologie e strumenti da un settore produttivo ad un altro, Johann Gutenberg inventò una nuova tecnologia, un nuovo prodotto e cambiò la storia dell’umanità. In quegli anni, nel nord Europa, qualcun altro utilizzò in maniera importante questa nuova invenzione. La riforma protestante traducendo dal latino in tedesco la Bibbia e divulgandola in ogni dove la fece diventare il testo più venduto al mondo e cambiò il corso della storia moderna. Ma questa è tutta un altra storia.

Come ha fatto Johann Gutenberg a connettere tecniche, materiali, conoscenze così diverse e distanti tra loro? La risposta sta nella capacità associativa del pensiero creativo. Associare immagini, parole, oggetti è uno tra i comportamenti più naturali e spontanei dell’essere umano, un processo per cui idee e immagini si uniscono e si coordinano tra loro secondo rapporti di somiglianza, di continuità e di opposizione. Questo processo viene definito bisociazione per definire lo choc che scaturisce dall’incontro di due universi normalmente non associati e consiste nel mettere insieme due elementi esistenti, fino ad ora lontani e appartenenti a campi diversi, per crearne un terzo, del tutto originale. Questa è l’operazione creativa fondamentale. E sicuramente tutti noi siamo in grado di farlo.

Gutenberg ha utilizzato un metodo che anche noi possiamo replicare nel nostro contesto: partire da un bisogno concreto, quello del “mercato” dei pellegrini, mettere in discussione l’ovvio, l’uso dei costosi manoscritti, connettere elementi diversi e conosciuti della realtà, sperimentare utilizzando ciò che funziona e migliorando ciò che non funziona, imparare dagli errori, realizzare un prototipo funzionante. A Gutenberg è mancata forse la capacità di vendere la sua idea, che è poi l’ultima fase del processo creativo. Noi oggi possiamo imparare dai suoi errori, vendere l’idea è altrettanto importante che averla. E di questo parleremo un’altra volta.

 

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