Giovani brillanti e studiosi, poliglotti e amanti della cultura, che possono vantare curricola accademici quanto mai degni di nota: ecco a voi la cosiddetta “Generazione mille euro”.

E’ con questa terminologia, tutt’ altro che incoraggiante, che si descrive in tre sole parole la situazione in cui versa la maggior parte dei trentenni di oggi, i quali in molti casi ai mille euro di fine mese manco ci arrivano. Storie di laureati con 110 e lode (architetti, designer, avvocati, giornalisti, educatori, biologi e così via) che riescono ad affacciarsi al mondo del lavoro soltanto attraverso una sequela di stage, di pochi mesi ciascuno, costretti a ricoprire le mansioni più disparate che, nella maggior parte dei casi, coincidono con le mansioni che sono anche le più lontane dai rispettivi percorsi di studio.

Ma cosa ancor più significativa: la quasi totalità di queste esperienze non prevede mai uno stipendio, al massimo si può parlare di risarcimenti spese, solitamente compresi tra i 300 e i 400 euro al mese.


Le storie di questi giovani uomini e donne sembrano, infatti, rivelare un desolante trait d’union: la costante condizione di precarietà. Diventa così estremamente difficile riuscire a costruire basi solide per progettare il proprio futuro, non soltanto dal punto di vista professionale, se non si hanno alle spalle famiglie in grado di poter dare una mano.

Oltre alle ripercussioni pratiche che il fil rouge della precarietà riversa sulla generazione dei trentenni di oggi (basti pensare a quanti sono costretti a vivere ancora con i genitori perché privi delle risorse sufficienti per un affitto, figuriamoci per un mutuo), stanno assumendo una dimensione sempre più rilevante anche gli effetti che questa instabilità apporta alla sfera della psiche.

Si calcola, infatti, che la cosiddetta “sindrome del precario” attualmente arrivi a colpire milioni di italiani, sia maschi che femmine, invalidandone i normali tenori di vita. I sintomi più comuni sono dati da stress, ansia, insoddisfazione che possono sfociare in veri e propri attacchi di panico. Nelle situazioni peggiori si arriva addirittura a stati di depressione ed apatia.

Esistono, dunque, delle precauzioni, sia pratiche che psicologiche, per far fronte a questo scenario diffuso che, almeno per  il momento, non sembra portare segnali di miglioramento?

“Fondamentale è coltivare la capacità di reinventarsi, di ripensare a sé stessi e alle proprie capacità secondo schemi e punti di vista differenti: è vero che il cambiamento da una parte destabilizza, ma può anche creare una potente spinta motivazionale e creativa, in grado di farci scorgere nuove strade e nuovi obiettivi”, è la risposta fornita da un’esperta in materia, la psicologa Serenella Ricci.

Secondo la psicologa “l’incertezza sul proprio futuro, l’assenza di tutele riguardanti la malattia, la maternità e gli infortuni, la retribuzione spesso scarsa, la difficoltà di reggere continui cambiamenti di lavoro sono tutti elementi che vanno a minare il nostro equilibrio psicologico. La precarietà lavorativa, quando non è frutto di una libera scelta – prosegue Ricci – comporta un costo piuttosto alto da pagare sul piano personale: paura del futuro, angoscia, rabbia, mancanza di autostima, indebolimento del senso di autoefficacia sono sensazioni molto comuni fra i lavoratori senza posto fisso“.

Nonostante lo scenario avvilente, dunque, il consiglio migliore potrebbe essere quello di “provare a sfruttare la situazione e cercare dei percorsi professionali alternativi che tengano conto dei propri interessi e delle proprie attitudini”. Come suggerisce Ricci: “Fare tante esperienze diversificate, per quanto economicamente frustrante, sicuramente amplierà il nostro bagaglio di contatti e conoscenze e ci permetterà di avere una panoramica molto più ampia sul mondo del lavoro. Ci fornirà inoltre un grande senso di adattamento, risorsa questa che ci sarà di grande aiuto e che viene enormemente apprezzata nel mondo del lavoro”. Imparare a reagire diventa così fondamentale.


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