Jobs Act, alla fine, per chi valgono le nuove norme? Nei giorni scorsi, politici e opinionisti si sono scontrati sugli effetti della riforma del lavoro, dopo che il governo ha presentato i primi due decreti legislativi collegati alla legge delega. Certamente, la legge non varrà per coloro che hanno già un contratto di lavoro a tempo indeterminato, dipendenti privati o pubblici che siano. Quello che è stato reso esplicito, è il valore della norma solo ed esclusivamente per i neoassunti. Ma ora la domanda è: solo quelli del privato o anche del settore pubblico?

E’ stato il senatore e giuslavorista Pietro Ichino a t0gliere il velo dalla nuova riforma del lavoro che entrerà in vigore il primo gennaio 2015. Nella parte dei licenziamenti collettivi, notava il giurista, non si parla dei lavoratori pubblici: un’ammissione implicita del governo, che, a suo dire, avrebbe escluso la categoria dagli effetti della nuova legge.

Dopo alcune ore di tira e molla, alla fine è stato il premier Renzi a riconoscere come le nuove regole incluse nel decreto delegato del Jobs Act non saranno valide per i lavoratori di enti pubblici in generale” ho proposto io di togliere la norma perchè non aveva senso inserirla in un provvedimento che parla di altro”.


La posizione ufficiale del governo,a  questo punto, è quella che toccherà al Parlamento definire al materia per il pubblico impiego, cioè con il ddl di riforma della pubblica amministrazione che si occupa di stabilire le novità anche occupazionali per i lavoratori pubblici. In sostanza, la patata bollente è stata rimessa nelle mani del Parlamento.

Cosa dice il Jobs Act sui licenziamenti collettivi

Il decreto legislativo approvato dal governo lo scorso 24 dicembre nel Consiglio dei ministri prenatalizio, prevede esclusivamente che per i licenziamenti collettivi non comunicati senza osservare la forma scritta, si applichino le sanzioni vigenti con la nuova legge in materia di licenziamenti discriminatorio.

Nella fattispecie, saranno comminate le sanzioni previste per il licenziamento discriminatorio, e quindi la reintegra indipendentemente dal motivo formale, con obbligo di ripresa del lavoro entro trenta giorni. In aggiunta, potrà essere definita una sanzione sotto forma di indennità commisurata all’ultima retribuzione globale di fatto maturata dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione. Il lavoratore, comunque, potrà chiedere al datore di lavoro, in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, un’indennità pari a quindici mensilità dell’ultima retribuzione globale.

QUI IL TESTO DEL DECRETO SUI LICENZIAMENTI

Dubbi di incostituzionalità

Dopo questa pronuncia, emergono già i primi dubbi di incostituzionalità per il Jobs Act: alcuni, infatti, agitano lo spettro della violazione del principio di uguaglianza di tutti i lavoratori davanti alla legge. Come ha ammesso il giurista Stefano Ceccanti“Se c’è disparità di trattamento la questione può finire di fronte alla Consulta”.

 

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1 COOMENTO

  1. JOB ACT ………………….siamo alle solite……………..discriminazione fra privati e pubblici……ma non poteva esere altrimenti visto che i contributi per mantenere il sistema è a carico del datore di lavoro del privato (salvo quel 10% circa a carico del dipendente del privato)…….OH NO!

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