La legge Delrio? Era solo uno scherzo. In molti hanno pensato che si trattasse di un’occasione per riordinare le competenze dell’ente di area vasta e di ridistribuirle meglio tra comuni e regioni, assicurando agli enti subentranti le risorse, in vista una gestione più adatta e aderente alle esigenze del territorio e dei cittadini.

Infatti, l’articolo 1, comma 92, della legge 56/2014 dispone: “con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’interno e del Ministro per gli affari regionali, di concerto con i Ministri per la semplificazione e la pubblica amministrazione e dell’economia e delle finanze, sono stabiliti, previa intesa in sede di Conferenza unificata, i criteri generali per l’individuazione dei beni e delle risorse finanziarie, umane, strumentali e organizzative connesse all’esercizio delle funzioni che devono essere trasferite, ai sensi dei commi da 85 a 97, dalle province agli enti subentranti, garantendo i rapporti di lavoro a tempo indeterminato in corso, nonchè quelli a tempo determinato in corso fino alla scadenza per essi prevista. In particolare, sono considerate le risorse finanziarie, già spettanti alle province ai sensi dell’articolo 119 della Costituzione, che devono essere trasferite agli enti subentranti per l’esercizio delle funzioni loro attribuite, dedotte quelle necessarie alle funzioni fondamentali e fatto salvo comunque quanto previsto dal comma 88”.

Ma si tratta solo di parole messe lì, tanto per farsi quattro risate. Lo conferma il disegno di legge di stabilità, che totalmente al di fuori del percorso umoristicamente delineato dalla legge 56/2014, impone alle province un taglio secco di 1 miliardo nel 2015, 2 miliardi nel 2016 e 3 miliardi nel 2017.

E se qualcuno avesse dei dubbi in merito, basta leggere quanto scrive Il Sole 24Ore (quotidiano della Confindustria, nei confronti della quale la legge di stabilità “realizza i sogni” come è noto) del 17 ottobre 2014, e l’articolo “Comuni, il Patto perde 3 miliardi”, ove si legge: “Sulle Province arriva una mazzata, che serve a imporre l’avvio effettivo della cessione delle competenze evitando trattative territoriali troppo lunghe con Regioni e Comuni”.

Tradotto: le disposizioni della legge Delrio, che non hanno mai contenuto nessun elemento finanziario connesso alla riforma, non servono assolutamente a niente. Il Governo ha deciso di puntare sulle province come capro espiatorio ed avendo compreso che dal riordino non sarebbe provenuto un centesimo di risparmio, visto che il passaggio delle funzioni avrebbe portato con sé, come sarebbe ovvio, il passaggio anche delle entrate e delle spese connesse, ha deciso di andare con la mannaia dei tagli forfettari e lineari, come qualsiasi legge di marca Tremonti.

La legge di stabilità, nei riguardi dei tagli per complessivi 8 miliardi da qui al 2017 imposti a regioni ed enti locali, in effetti, può contare solo sulla sforbiciata alle province come reale diminuzione della spesa. Le province, infatti, a differenza di regioni e comuni, non possono disporre di aumenti di imposte o addizionali locali.

Ma, nella realtà, il Governo sbaglia egualmente, e di grosso, conti e previsioni. Per quanto la legge di stabilità riveli per l’ennesima volta la burla della riforma Delrio, comunque il passaggio delle funzioni dalle province ad altri enti non potrà non avvenire. Ed avverrà, per amore o per forza.

Occorre comprendere che l’impatto dei tagli alle province non ha alcuna paragonabilità con quelli previsti per comuni e regioni. Queste ultime stanno urlando a squarcia gola sull’insostenibilità di un taglio alla spesa di 4 miliardi, su un totale delle spese regionali ammontante a circa 120 miliardi, secondo il Siope; si tratta dunque, di un taglio del 3,33%. I comuni, a loro volta, urlano contro il taglio di 1,2 miliardi, su una loro spesa totale di 86 miliardi (Siope), cioè un taglio dell’1,40% circa. Nel 2017, il taglio definitivo assestato di 3 miliardi alle province sarà da rapportare alla spesa di oggi di circa 9,5 miliardi e si avrà l’incidenza mostruosa del 31% circa.

Qual è il problema, allora? Semplice. Le province non potranno svolgere già dal 2015 integralmente le loro funzioni nelle more del completamento della riforma Delrio, anche vigendo l’articolo 1, comma 89, della legge che impone loro di gestirle fino al completo passaggio ad altri soggetti. Il taglio del 2015, che si somma a quelli precedenti disposti tra il 2010 e il 2014, già di circa 2,5 miliardi, impedisce radicalmente di poter sostenere tutte le spese correnti necessarie per i servizi. E lede l’articolo 119, comma 2, della Costituzione, sì da liberare certamente le province dall’obbligo di svolgere le funzioni. Così, sarà molto probabile che da subito alcune province decideranno di dismetterle. E se comuni e regioni non vorranno privare i propri cittadini di servizi come il trasporto dei disabili nelle scuole, non potranno che farsene carico.

Ma, anche si completasse al volo la scherzosa normativa Delrio e si ponesse mano velocissimamente ai passaggi di funzioni, i tagli previsti dalla legge di stabilità ai bilanci provinciali impedirebbero di accompagnare verso gli enti subentranti le funzioni con le connesse risorse, cancellate per almeno il 31% a regime.

Pertanto, comuni e regioni, che ancora non se ne sono accorti, si troveranno addossato in grossa parte anche il taglio a regime di 3 miliardi imposto dalla legge di stabilità alle province.

C’è da scommettere che appena l’arcano sarà chiaro anche a loro, altre urla lancinanti saranno lanciate. Con probabilissimo contorno di ulteriore aumento delle imposte locali e perdita di qualità e quantità, comunque, dei servizi ai cittadini.

 

 


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