Su Italia Oggi del 12 settembre 2014 si legge un articolo di Sergio Luciano titolato “Spoil system? I dirigenti pubblici restano tali a vita” che testimonia come gli slogan e l’assenza di approfondimento sui temi della dirigenza pubblica caratterizzino troppo la stampa italiana.

Nella sostanza, il giornalista riprende alcuni temi tracciati lo scorso febbraio anche da Sergio Rizzo sempre sul tema, arricchendolo anche di frasi fatte. Come quella sulla “intoccabilità dei dirigenti”. Ragiona, Luciano: “Mentre nel settore privato, nonostante la discussa sopravvivenza dell’articolo 18, i dirigenti che demeritano o semplicemente perdono la fiducia dei capi possono essere licenziati, ed è all’ordine del giorno che ciò accade” invece “nel settore pubblico ciò non accade”.

Se, per un verso, è vero che casi di licenziamento di dirigenti pubblici sono rari e pochi, per altro verso “intoccabilità” significa esistenza di norme che vietino il licenziamento dei dirigenti. Il che, semplicemente, non corrisponde alla realtà. Sergio Luciano, come qualsiasi altra persona, possono andare a leggere l’articolo 21 del d.lgs 165/2001 o le norme della contrattazione collettiva regolanti il rapporto di lavoro della dirigenza pubblica, per avere contezza della loro piena licenziabilità, a conferma dell’inesistenza dell’asserita “intoccabilità”. L’articolo 21 citato spiega in maniera estremamente chiara come siano perfettamente licenziabili i dirigenti “che demeritano”.

Ma vi è di più. Il trito e ritrito paragone con la dirigenza privata semplicemente non ha senso. Luciano certamente saprà che nel settore privato le assunzioni vengono effettuate sulla base di scelte totalmente discrezionali del datore di lavoro, in base spessissimo a conoscenze personali. Ecco perché si può parlare appunto di licenziamento per il fatto che i dirigenti privati “semplicemente perdono la fiducia dei capi”.

Nella pubblica amministrazione le cose vanno in modo totalmente diverso. I dirigenti sono assunti per concorso e non sono assunti dai “capi”. Con i quali non deve, oltre tutto, intercorrere alcun rapporto “di fiducia”, come hanno spiegato infinite volte sia la Corte costituzionale, sia la Corte di cassazione. La dirigenza pubblica non è “fiduciaria” della politica, ma una struttura tecnica autonoma, al servizio degli organi di governo, perché ovviamente tenuta ad eseguire le direttive tracciate dagli organi di governo, ma non può e non deve essere ad essa connessa da rapporti fiduciari, che inevitabilmente la configurerebbero come dirigenza politicizzata. Il che va a cozzare irrimediabilmente con l’articolo 98, comma 1, della Costituzione, che vuole gli impiegati pubblici al servizio esclusivo della Nazione, non soggetti al sentimento di fiducia del “capo”.

Ma gli slogan non finiscono qui. Luciano prosegue, affermando: “I dirigenti privati licenziati possono impugnare il licenziamento davanti al giudice e spesso lo fanno, ma nel 99% dei casi non vedono accogliere la loro istanza. I dirigenti statali rimossi o licenziati si appellano al Tar e vincono s-e-m-p-r-e”.

Non sappiamo quali siano le fonti di cognizione, sulla base delle quali il Luciano possa affermare che i dirigenti statali licenziati si appellano al Tar, vincendo sempre. Evidentemente ci sfugge qualcosa: probabilmente i Tar avranno preso atto che l’articolo 63, comma 1, del d.lgs 165/2001, ai sensi del quale “Sono devolute al giudice ordinario, in funzione di giudice del lavoro, tutte le controversie relative ai rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni” è stato disapplicato, cancellato, caduto in desuetudine, perché così hanno deciso Rizzo e Luciano. Evidentemente, allora, la Corte di cassazione deve essersi distratta e non deve aver dato sufficientemente retta alla stampa italiana, quando nelle sue pacifiche pronunce, conferma che sono devolute alla giurisdizione del giudice ordinario le controversie sullo scioglimento del rapporto di lavoro del dirigente pubblico (per tutte, Cassazione, Sez. Un., sentenza 15 maggio 2012, n. 7626).

Che burocrati, quelli della Cassazione! Invece di stare a sentire Rizzo, Luciano e la stampa degli slogan, applicano le leggi e dispongono che, come imposto dal citato articolo 63 del d.lgs 165/2001 (ancora vigente e mai abolito) le cause di licenziamento di dirigenti siano sottoposte al giudice ordinario e giammai al Tar!

L’affermazione finale dell’articolo di Luciano è quella degna di maggior nota. E’ a causa dell’illicenziabilità e della circostanza che i dirigenti, se licenziati fanno ricorso al Tar (sic) “il vero motivo per cui Renzi (ma come lui, chiunque altro oggi) deve tenersi sullo stomaco una sfilza di direttori generali ministeriali ostruzionisti, o perché di diverse fedeltà politiche o perché affezionati alle loro consuetudini”.

Intanto, come si nota, l’articolista continua a ritenere normale e forse corretto che la dirigenza abbia “fedeltà politiche”, quando, come precisato sopra, ciò è esattamente la violazione più palese e odiosa alle norme costituzionali sull’imparzialità che la dirigenza deve sempre e comunque assicurare nella sua azione, per quanto vincolata ad attuare le direttive degli organi di governo.

Ma, soprattutto, Luciano glissa (non può non sapere) che Renzi o qualsiasi altro organo di governo non è affatto tenuto a “tenersi sullo stomaco” alcun direttore generale. Luciano non può non sapere che:

a)                            i dirigenti pubblici hanno una sorta di sdoppiamento della loro attività lavorativa: il contratto di lavoro a tempo indeterminato, cui si aggiunge un “incarico” dirigenziale, quello sì conferito dagli organi di governo;

b)                           i direttori generali, così come i capi di gabinetto, sono incarichi dirigenziali;

c)                            Renzi, come qualsiasi altro ministro o organo di governo, ha la possibilità, dunque, di assegnare questi incarichi esattamente a chi crede, anche perché proprio questi incarichi di massimo vertice o riguardanti gli “uffici di diretta collaborazione” con la politica sono, secondo la Consulta, legittimamente soggetti allo spoil system.

La dirigenza pubblica sarà, forse, eterna e dura a morire. Ma, ancor più coriacea appare la stampa italiana nel diffondere sul tema della dirigenza pubblica nozioni e considerazioni troppo, troppo, troppo lontane dalla realtà.

 

 


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