Qualcuno – se può – salvi l’Emilia-Romagna. La patria dell’ospitalità, culla delle ideologie rivoluzionarie trasformate in saggezza amministrativa, con il suo mare pieno di comfort, l’imprenditoria instancabile e i successi nella Formula Uno è in preda a una crisi senza precedenti.

In poche settimane, alcune granitiche certezze di una regione spesso lontana dalle cronache nazionali, si sono letteralmente sbriciolate. Cosa verrà dopo, non si sa, ma è certo che tra qualche mese molti punti di riferimento avranno cambiato i propri connotati.

Chi è abituato a vivere in questa regione sa che gloria e rispetto derivano solo ed essenzialmente dall’operosità, dai risultati che si conseguono giorno per giorno nell’attività quotidiana. Vale anche per la politica: per questo, fino a oggi, gli scandali, che pure non sono mancati, hanno spesso avuto una dimensione locale, finendo smaltiti nella pancia di un partito moloch,abile a mantenere saldamente il controllo sul territorio. Ma dallo tsunami del risveglio post-renziano anche l’Emilia-Romagna, rischia di scoprirsi un po’ meno rossa.

Il caos rimborsi che si sta abbattendo sulle primarie del partito democratico, con i due candidati front-runner Stefano Bonaccini e Matteo Richetti indagati – quest’ultimo, ha ritirato la corsa, mentre il primo, segretario regionale, pare voler restare in sella – è un colpo durissimo alla credibilità di una classe dirigente, riuscita a perpetuarsi, fino a oggi, anche in virtù della qualità della vita e dei servizi che ha concorso ad assicurare. Tutto ciò, dopo che Vasco Errani, dominus della politica regionale per lungo tempo, ha rassegnato le dimissioni da governatore dopo la condanna in Appello per falso ideologico. Oggi, con la domanda di trasparenza chiesta alla politica, la sinistra vede la sua immagine appannata come non mai.

Il 23 novembre, sarà davvero la volta di uno storico cambio di colore all’amministrazione regionale? I dati delle elezioni europee non lasciano dubbi: nonostante tutto, sarà il Pd a vincere ancora. Se in Italia il partito del premier ha totalizzato quasi il 41%, lasciamo all’immaginazione del lettore quali percentuali bulgare si siano raggiunte nella terra più amica alla tradizione di centrosinistra. Eppure, già negli anni scorsi, specialmente a Bologna come, ovviamente a Parma, si è registrata una solida presenza di voti grillini. Il pericolo per il Pd è il ripetersi della storia di Livorno: che in preda ai dissidi interni, sulla certezza di un consenso impossibile da scalfire, l’elettorato smarrito finisca per rifugiarsi in un volto nuovo, lontano dalle logiche dei soliti potentati.

Un rosso sbiadito, di questi tempi, è poi anche quello della Ferrari, in preda alla bufera più grave dell’ultimo ventennio. La stoccata di Marchionne sui mancati successi dell’ultima gestione ha sventolato per il presidente Luca Cordero di Montezemolo la bandiera dell’ultimo giro: mentre si avvia alla conclusione l’ennesima, fallimentare stagione dominata dalle altre case automobilistiche, il cambio al vertice del cavallino rampante sarà realtà a partire dal 13 ottobre. Anche un marchio noto in tutto il mondo come quello di Maranello, non è immune al periodo di transizione.

E non basta. Ci s’è messo anche il clima, quest’anno, a demoralizzare una fetta importante dell’economia regionale: la riviera romagnola, da sempre sinonimo di ospitalità, strutture ricettive all’avanguardia e divertimento, si è trovata a fare i conti con una delle estati più anomale che le memorie viventi ricordino, con i conseguenti danni al fondamentale introito turistico, uno dei motori dello sviluppo regionale.

Eppure, ci vuole ben altro per abbattere questo popolo. Così come, due anni fa, per le scosse di terremoto, gli emiliani non si sono arresi alla rassegnazione, ma hanno rialzato la testa e ancora oggi lottano perché i fondi della ricostruzione arrivino dove sono stati promessi, l’identità verrà ricostruita anche dopo questo ciclone.

Forse, davvero, i vecchi modelli nella politica, nell’economia e nello sport non funzionano più, vanno aggiornati, a partire dai suoi protagonisti, e l’Emilia-Romagna, regione sempre un passo avanti, lo sta sperimentando prima di altri. Solo il cibo, e da queste parti lo sanno bene, ha successo quanto più si attiene alla tradizione.

La classe politica, in particolare, ha molto da farsi perdonare. La sola ragione per cui l’Emilia va intesa come la regione del magna-magna è la sua inimitabile tradizione culinaria: chi ci ha messo del suo perché lo diventasse anche in altri ambiti, è meglio si faccia da parte. Altrimenti, magari, ad allontanarlo ci penseranno gli elettori.  Perché l’Emilia-Romagna, lo ha dimostrato più volte, è bravissima a salvarsi anche da sola.


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