Abogados, ecco la vittoria decisiva. Questa volta non dovrebbero esserci marce indietro: è ufficiale, agli aspiranti avvocati italiani è consentito prendere l’abilitazione in Spagna.

E’ stata depositata ieri a sentenza più attesa nel mondo della professione forense, soprattutto dopo il lungo tira e molla tra istituzioni nazionali e comunitarie. E da poche ore, la parola fine è così arrivata con la pronuncia della Corte europea, che non ha opposto restrizioni verso chi decida di recarsi in Spagna a ricevere l’abilitazione per svolgere la professione di avvocato.

Una condotta sempre più diffusa, che vede oggi oltre 3mila avvocati esercitare in Italia la professione dopo aver preso il tesserino in terra iberica. Senza contare, poi, coloro che invece si sono recati in Romania, dove le pratiche di abilitazione sono più accessibili dei labirinti italiani per accedere alla professione.

Così, la Corte di Giustizia ha respinto in maniera definitiva il ricorso presentato dal Consiglio nazionale forense, affinché si prendessero provvedimenti contro gli avvocati abilitati in altri Stati dell’Unione europea e a protezione dei confini dell’ammissione italiana al foro.

Ma dalla Corte europea, è arrivata una doccia fredda per il Cnf: nessuna condotta abusiva, gli abogados sono pienamente legittimati a svolgere il lavoro da legale. A questo proposito, la Corte ha richiamato la direttiva che stabilisce come esista un meccanismo di riconoscimento dei titoli per avvocati migranti, al fine di agevolare lo svolgimento della professione entro i confini dell’Unione europea.

Rimane, dunque, consentito ai singoli Stati adottare norme per scoraggiare condotte illegali da parte dei propri cittadini, eppure la libertà di scegliere in quale Stato membro conseguire il titolo professionale è una delle prerogative di un mercato unico esteso ai 28 Paesi collegati.

Così, è perfettamente lecito, come nel caso degli abogados o degli avvocati rumeni, conseguire il titolo di studio in uno Stato europeo, ottenere l’abilitazione in un altro Paese ed esercitare la professione in quello natale.

Un impianto che smentisce quanto invece propugnato dal Cnf, secondo cui la direttiva non andrebbe applicata a chi invece ha il solo scopo di aggirare le normative italiane per ottenere il via libera alla professione forense in un altro Paese.

Oltretutto, la direttiva europea, a questo punto valida in toto anche per il contesto italiano, non contempla un periodo di praticantato per ottenere l’abilitazione alla professione. L’unica restrizione per chi si è avvalso di questa pratica sempre più frequente, sarà quella di indicare nella lingua del Paese in cui si è ottenuta l’abilitazione, il proprio ruolo professionale, e dunque scrivere nelle targhette l’indicazione di “abogado”.

 


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