Nella puntata del 17 giugno scorso, il sottosegretario alla Funzione pubblica Rughetti, alla domanda della Gruber circa le obiezioni mosse da alcuni sull’opportunità di inserire nella riforma della PA la norma che consentirebbe ai sindaci di nominare nei propri staff con stipendi da laureati anche persone non laureate, non ha fatto una piega.

Né ha negato l’intento governativo (anche se l’indomani Il Fatto Quotidiano ha dato conto dell’intenzione del Governo di eliminare quella norma), né ha fornito argomentazioni tecniche o giuridiche o, quanto meno, di opportunità di simile disposizione. Si è semplicemente limitato a constatare che, in fondo, anche un non laureato può accedere, se la politica lo nomina, perfino a posti dirigenziali. E ha citato l’esempio del comune di Napoli, ove ha lavorato, ricordava, un direttore generale non laureato, operando, a suo dire, molto bene.

Nessuno pare si sia minimamente indignato per il messaggio odiosamente tracotante e gli effetti devastanti di un simile modo di ragionare.

Il sottosegretario Rughetti, che è stato per anni direttore generale dell’Anci, associazione nazionale dei comuni e dovrebbe conoscere piuttosto bene Costituzione e leggi, sa perfettamente che l’amministrazione pubblica non è, contrariamente alla vulgata, nemmeno lontanamente paragonabile ad un’azienda privata. Nella quale il proprietario si organizza come meglio ritiene ed è perfettamente libero di assegnare incarichi di vertice, come amministratore delegato o direttore generale, anche a persone non laureate, purché in grado di conseguire gli obiettivi aziendali.

La pubblica amministrazione, i comuni, non sono proprietà dei politici o dei sindaci. La Costituzione e le norme che regolano l’accesso agli impieghi ed il rapporto di lavoro impongono, in modo diametralmente opposto al sistema privato, che per svolgere determinati incarichi, funzionario o dirigente, occorra la laurea come requisito obbligatorio, per la semplice ragione che, essendo la PA di tutti, si deve pretendere che vengano selezionati, per le attività da svolgere, i migliori possibili, sia in base a precisi requisiti professionali, sia per effetto di concorsi.

Rughetti, invece, ha rappresentato una visione che, lungi dall’essere alla base di una riforma che cambia verso in modo moderno ed efficiente, è quanto di più medievale e retrivo possa essere: al di là dei meriti, del percorso di studi e degli obblighi selettivi, è il “signore” feudale, cioè il politico di turno, che di volta in volta può creare senatore qualsiasi cavallo, o attribuire a non laureati incarichi, e connessi trattamenti economici, che dovrebbero spettare solo ai laureati.

E’ un messaggio devastante, in un Paese nel quale i laureati sono pochissimi, molti meno di quelli dei Paesi competitori, e nel quale hanno una difficoltà enorme nel trovare lavoro o, comunque, un lavoro adeguato rispetto al percorso di studi compiuto ed agli sforzi ed ai costi sostenuti per la propria formazione.

Nessuno, come detto, pare essersi indignato per l’affermazione, tra il sufficiente e il tracotante, di un sottosegretario della Repubblica che considera normale che un direttore generale di un comune possa essere scelto da un sindaco, pur non essendo laureato, in palese violazione delle norme che impongono in capo ai dirigenti pubblici il possesso del titolo di studio della laurea.

Nessuno ha fatto rilevare che l’esempio fatto, il direttore generale di Napoli indicato come molto bravo, probabilmente non era nemmeno molto calzante, considerando le tristemente arcinote estreme difficoltà amministrative che caratterizzano il comune di Napoli, rispetto alle quali l’operato del direttore generale evidentemente non ha apprestato alcun sufficiente rimedio.

Nessuno si è indignato, probabilmente perché la riforma della PA, fatta passare come inno alla modernità e all’efficienza, viene vissuta da molti con il più becero spirito italiano: cioè, l’occasione per ottenere posti ben remunerati e di potere non come risultato e frutto di sacrifici e studi, di esami e concorsi, bensì come “premio” per la fedeltà alla cordata politica ed al leader, prescindendo da investimenti nella formazione, puntando tutto sull’atto di vassallaggio. Con buona pace della meritocrazia e della riforma che “deve partire dalle persone” e con tanti saluti ai tanti figli dell’Italia che si sacrificano negli studi, ma si vedono superati per un “diritto divino” nei ruoli ai quali potrebbero e dovrebbero ambire da chi, senza titoli, ha il solo merito di saper fiutare il vento della politica.

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5 COMMENTI

  1. La meritocrazia non esiste e non è mai esistita: è solo un vessillo che copre i peggiori meccanismi della fiduciarietà intesa come fedeltà acritica. Gli studi universitari sono un arricchimento culturale personale, e non sociale: servono magari per essere assunti in una PA (quando va bene, incappando il concorso “poco” pilotato), ma una volta dentro non valgono più nulla (questo non esclude che una persona con formazione superiore sia ricercata al momento del bisogno, gratis). Questo mi è stato detto al momento della mia assunzione, 22 anni fa circa, e ci ho messo veramente tanti anni per convincermi che era vero. L’ascensore sociale si è rivelato una povera illusione già per chi (come me) si è laureata (summa cum laude) da più di un ventennio. A questo punto mi sono convinta che sarebbe meglio ratificare il principio della fiduciarietà: un amministratore si circonderebbe di persone di sua fiducia, che al momento del ricambio politico potrebbero essere licenziate e non ci sarebbe posto per illusioni meritocratiche che fanno solo male a chi le ha. Non è una questione di modernità, ma di onestà intellettuale rispetto all’esistente.

  2. Sono laureata e lavoro nella PA. Non trovo così sorprendenti le dichiarazioni riportate.
    Attualmente nella pubblica amministrazione per le progressioni verticali, cioè ad esempio il passaggio dalla qualifica di diplomato a quella di laureato, il requisito non è solo l’avere conseguito un diploma di laurea ma è previsto che si possa sostituire il diploma di laurea con cinque anni di anzianità prestata nella PA. In pratica un diplomato dopo cinque anni di lavoro nella PA può passare alla stessa qualifica di un laureato.
    Ma non solo. Un lavoratore può entrare in un ente pubblico con qualifica di diploma di terza media mediante ufficio di collocamento e dopo dieci anni avere stessa qualifica di un laureato che ha dovuto non solo laurearsi ma accedere allo stesso ente mediante concorso per laureati.
    Indigniamoci pure…ma così è.

  3. Bravo Oliveri, è proprio un ritorno alla logica feudale… altro che moderna riforma della PA. Si è iniziato con le Province, eliminando il diritto di voto dei cittadini per gli Amministratori di area vasta e dando predominanza ai Presidenti di Regione e Sindaci dei Comuni capoluogo (Valvassini e Valvassori) a danno dei Piccoli Comuni. Si è continuato con la non elettività dei Senatori (Vassalli) scelti proprio tra quei Valvassini e Valvassori e si finirà con la conferma dell’impossibilità di esprimere preferenze per l’elezione dei deputati già individuati dall’ Imperatore Feudale… che saranno elevati al rango di Duchi e Marchesi… caso mai con l’assegnazione di terre dell’Impero.
    E tutto questo mentre il popolo degli 80 euro al mese osanna l’Imperatore… senza rendersi conto che si sta consumando un “golpe” di stampo medievale.
    Meno male che l’Italia non ha superato il girone di qualificazione dei Mondali di Calcio… altrimenti saremmo finiti all’epoca di Nerone con il “panis et circenses”!!!

  4. Il titolo di studio (nella fattispecie il diploma di laurea, ora anche triennale), non è ciò che caratterizza, di per se, un valido apporto in termini di concorso al buon andamento della P.A.. Il nodo di fondo per un reale cambiamento della P.A. in Italia è la sua mutazione genetica in qualcosa di completamente diverso: in particolare in un’organizzazione che dal privato sappia mutuare i tratti distintivi dell’efficienza ed efficacia attraverso una trasposizione dove come output, al posto del prodotto, sia posto il bene comune. Qualunque altra strada, comprese le attuali previsioni costituzionali sull’accesso ai ruoli, si è dimostrata, nel corso dei decenni, assolutamente inefficace.
    Detto ciò, l’aumentare l’influenza della politica sull’apparato, non sarà certo, nella situazione culturale che caratterizza larga parte della società italiana, un saggio rimedio..

  5. Per chi come me e lei hanno studiato e si sono laureati con sacrifici,soprattutto dei loro genitori,è da considerarsi una vergogna quello che sta accadendo.Altro che MERITOCRAZIA!!!! Lei non ha bisogno di suggerimenti ma la invito ad usare un nuovo termine nei prossimi articoli : la FIDUCIOCRAZIA che ha preso il sopravvento sulla meritocrazia.
    Saluti

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