Pos ai professionisti, è ormai partito il conto alla rovescia. Manca poco più di un mese al momento in cui partirà ufficialmente l’adozione anche per gli studi professionali e le piccole attività del terminale per il pagamento elettronico. Nel dibattito, molto acceso da mesi, interviene anche il Consiglio nazionale forense a difesa degli avvocati.

Quella dei professionisti del foro è infatti una delle principali categorie che si ritroverà coinvolta nel nuovo regime di obbligo del Pos negli studi, una pratica molto criticata perché comporta esborsi extra ai professionisti per la messa a punto dei collegamenti e il mantenimento della macchina.

A questo proposito, la circolare 10-C 2014, firmata dal presidente del Cnf in persona, Guido Alpa, mette in guardia che, in realtà, nessun obbligo di dotazione del Pos negli uffici degli avvocati è in realtà stato sancito.

Questo, per varie ragioni. Innanzitutto, si tratta di una disposizione che vincola il professionista ad accettare il pagamento elettronico al di sopra dei 30 euro qualora il cliente ne faccia esplicita richiesta. In aggiunta, nessuna sanzione sarebbe prevista per coloro che non esaudiscano la richiesta.

 

Ecco il testo completo della circolare

N. 10-C-2014 PRESIDENTI DEI CONSIGLI DELL’ORDINE DEGLI AVVOCATI
via e-mail  e p. c.
ILL.MI SIGNORI AVVOCATI COMPONENTI IL CONSIGLIO NAZIONALE FORENSE
LORO SEDI
OGGETTO: pagamenti tramite POS; precisazioni in merito all’art. 15, comma 4, DL. N. 179/2012

 

 

Illustre Presidente, Caro Collega,

 

ritengo utile fornire alcune precisazioni in merito al presunto obbligo di dotarsi di POS (point of sale) che – secondo notizie da ultimo diffuse con una certa insistenza da alcuni media – graverebbe su tutti i professionisti e quindi anche sugli iscritti nei nostri albi a partire dal prossimo 30 giugno 2014.

 

La fonte conferente è l’art. 15 comma 4 del cd. “decreto sviluppo bis”( D.L. 18 ottobre 2012, n. 179, “Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese”, come modificato dall’ultimo decreto cd. “mille proroghe”, cfr. art. 9, comma 15-bis, D.L. 30 dicembre 2013, n. 150, convertito, con modificazioni, dalla L. 27 febbraio 2014, n. 15.). Tale disposizione prevede:

 

” A decorrere dal 30 giugno 2014, i soggetti che effettuano l’attività di vendita di prodotti e di prestazione di servizi, anche professionali, sono tenuti ad accettare anche pagamenti effettuati attraverso carte di debito. Sono in ogni caso fatte salve le disposizioni del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231″.

 

Come appare evidente anche a prima lettura, la previsione corrisponde a chiari intendimenti di semplificazione e non stabilisce affatto che tutti i professionisti debbano dotarsi di POS, né che tutti i pagamenti indirizzati agli avvocati dovranno essere effettuati in questo modo a partire dalla data indicata, ma solo che, nel caso il cliente voglia pagare con una carta di debito, il professionista sia tenuto ad accettare tale forma di pagamento.

In altre parole, salvi i limiti vigenti nell’ordinamento (perché previsti da altre fonti; si pensi ad esempio al divieto di pagamento in contanti oltre la soglia di mille euro, previsto dalla normativa antiriciclaggio, espressamente richiamata dalla disposizione in commento; cfr. art. 49, d. lgsl. 231/2007), la volontà della parti del contratto d’opera professionale (cliente ed avvocato) resta ancora il riferimento principale per la individuazione delle forme di pagamento. Ad esempio, i clienti che sono soliti effettuare i pagamenti tramite assegno o bonifico bancario potranno continuare a farlo.

 

A ben vedere, dunque, la disposizione in parola introduce un onere, piuttosto che un obbligo giuridico, ed il suo campo di applicazione è necessariamente limitato ai casi nei quali saranno i clienti a richiedere all’avvocato di potersi liberare dall’obbligazione pecuniaria a proprio carico per il tramite di carta di debito. Ipotesi che, considerate le prassi in uso nei fori, per molti colleghi potrebbe anche non verificarsi mai. In ogni caso, qualora il cliente dovesse effettivamente richiedere di effettuare il pagamento tramite carta di debito, e l’avvocato ne fosse sprovvisto, si determinerebbe semplicemente la fattispecie della mora del creditore, che, come noto, non libera il debitore dall’obbligazione. Nessuna sanzione è infatti prevista in caso di rifiuto di accettare il pagamento tramite carta di debito.

 

Così precisati i termini della questione, va da ultimo ricordato che la normativa regolamentare di attuazione (DM Sviluppo economico 24 gennaio 2014) fornisce la definizione giuridica di “carta di debito” (“strumento di pagamento che consente al titolare di effettuare transazioni presso un esercente abilitato all’accettazione della medesima carta, emessa da un istituto di credito, previo deposito di fondi in via anticipata da parte dell’utilizzatore, che non finanzia l’acquisto ma consente l’addebito in tempo reale”) e precisa il limite di valore oltre il quale si applica il predetto onere (pagamenti di importo superiore ai trenta euro; cfr. art. 2, comma 1, DM cit.).

 

Ti sarò grato se vorrai diffondere il contenuto della presente nota tra gli iscritti nelle forma che riterrai più opportune, onde evitare che maturino sul punto equivoci e/o fraintendimenti.

 

Un saluto cordiale

 

 

Il Presidente
Avv. Prof. Guido Alpa

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