Secondo le parole del nostro premier Renzi, gli organismi partecipati che gestiscono in Italia i servizi pubblici subiranno una cura dimagrante che li ridurrà dall’attuale numero di ottomila a non più di mille.
A queste dichiarazioni ha poi fatto seguito un intervento del Governo, che con l’art. 23 del del DL 66/2014, ha affidato al commissario straordinario Cottarelli lo spinoso compito di ridurre drasticamente il numero degli organismi strumentali, senza però compromettere la continuità e la qualità dei servizi da essi erogati.
Il nuovo piano d’azione elaborato dall’Esecutivo si caratterizza per una novità metodologica rispetto al passato, e prevede che il commissario straordinario dovrà muoversi puntando ai seguenti obiettivi:
1) processi di liquidazione o trasformazione (per fusione o incorporazione) di aziende speciali, istituzioni e società pubbliche, in funzione delle dimensioni e degli ambiti ottimali per lo svolgimento delle rispettive attività;
2) efficientamento della gestione di tali organismi, anche attraverso la comparazione con altri soggetti economici che operano a livello nazionale e internazionale;
3) cessione di rami d’azienda o anche di personale ad altre società, anche a capitale privato, con il trasferimento di funzioni e attività di servizi.
Il programma d’intervento dovrà essere predisposto entro il 31 ottobre 2014, per poi trovare concreta attuazione sul territorio, secondo ulteriori indicazioni e tabelle di marcia.
È ora il momento di farsi qualche domanda.
Si tratta del ricorrente intervento di riordino al quale ci ha abituato il legislatore senza poi far seguire alle parole ai fatti, o siamo dinanzi a una svolta epocale per gli organismi strumentali alla Pubblica amministrazione?
Come si sa, per ragioni che poco hanno a che fare con i principi di sana gestione della res publica, nel panorama politico-amministrativo nostrano vale il principio per cui “tutto si crea e nulla si distrugge”, dacché l’esperienza testimonia come risulti cosa assai più gradita costituire ex novo una società a partecipazione pubblica, anziché chiuderla allorquando non sia più utile al perseguimento delle relative finalità istituzionali.
D’altro canto, anche su scala nazionale l’esperienza è maestra di quanto sia difficile mettere in liquidazione e sciogliere gli enti inutili, a dispetto dei vari proclami – l’ultimo dei quali sancito con l’art. 2, comma 634, della legge n. 244/2007 – che attestano come tra il dire e il fare ci sia di mezzo il mare.
E se tante difficoltà s’incontrano nel tagliare i rami secchi al livello dell’amministrazione centrale, ben si intuisce come non sia facile coltivare una linea rigorosa verso tali sacche d’inefficienza, allorquando si ripercuotono, come a cerchi concentrici, nell’ambito periferico locale.
A livello locale, appunto, le criticità sopra descritte hanno recentemente trovato conferma nel fatto che l’obbligo di dismissione delle società pubbliche in perdita ex art. 14, comma 32, del DL 78/2010, convertito in legge 30 luglio 2010, n. 122, è rimasto privo di attuazione e poi espunto dall’ordinamento con la legge di Stabilità 2014, a causa delle difficoltà riscontrate dai Comuni nella “missione impossibile” di smantellare un sistema di partecipate costruito, nel corso degli anni, (anche) per attutire l’impatto del debito pubblico sui bilanci degli Enti locali.
Ci sembra giusto, comunque, dare fiducia all’attuale Governo e attendere l’esito dell’incarico conferito in base al suddetto DL 66/2014, con la facile previsione che, qualora l’intervento di disboscamento degli organismi strumentali trovi davvero attuazione, esso punterà l’obiettivo, ancora una volta, sulle gestioni in perdita, responsabili dell’erosione di valore che mette a rischio i fattori di ripresa economica sul nostro territorio.


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