Valutazione, questa sconosciuta. Sul Messaggero del 12 maggio 2014, Francesco Grillo, nell’articolo “Misurare il rendimento e premiare il merito” sostiene delle tesi, sulla riforma della Pubblica Amministrazione, che confermano come di essa, gli analisti esterni, abbiano una visione del tutto erronea.

E si conferma, ulteriormente, quanto sia deleterio per i Governi che si succedono affidarsi, per provare a riformare la PA, proprio ad analisi e proposte provenienti da persone e culture lontane dalla comprensione del mondo dell’amministrazione pubblica e, dunque, non in grado di fornire risposte davvero utili alle esigenze di riforma che pure esistono.

Il cuore del ragionamento esposto dal Grillo nell’articolo citato è il seguente: “Fissare gli obiettivi non è una cosa che un gruppo di consulenti possono fare da soli, chiusi in qualche stanza a produrre slide. È un’operazione politica, anzi di esercizio di democrazia evoluta. Che richiede un forte coinvolgimento dei cittadini e che nei cittadini, nella aspettativa diffusa, non organizzata, di una maggiore qualità dei servizi, trova l’energia politica per superare la resistenza delle lobby del non cambiamento. È necessario, allora, che gli obiettivi siano pochi, chiari, che parlino di risultati rilevanti per le persone e che le persone possano sentire, vedere, toccare, a volte, persino controllare. È paradossale che dopo anni di riflessioni sofisticate non si sia riusciti a stabilire – come in qualsiasi Paese normale – che chi gestisce settori strategici per l’Italia come il turismo sia remunerato sulla base del numero di biglietti venduti dai musei; che chi in questo momento è responsabile di servizi tanto vitali come la formazione professionale ed il reinserimento di chi non ha lavoro, sia pagato in maniera proporzionale al numero di posti di lavoro creati. Non è accettabile che la distribuzione delle forze di polizia sul territorio non rifletta la geografia dei crimini sul territorio o che i dirigenti delle scuole non rispondano dei risultati faticosamente rilevati dagli esami Invalsi. Turisti, posti di lavoro, sicurezza, competenze matematiche o linguistiche dei più giovani: la valutazione deve parlare il linguaggio della vita di tutti in maniera da dare al cambiamento l’energia della volontà di chi paga quei servizi“.

E’ un ragionamento non molto dissimile dall’idea di agganciare il premio di risultato dei dirigenti all’andamento del Pil, molto sponsorizzata dal Governo e, correttamente criticata a fondo da Fausto Panunzi su La Voce.info (Una buona idea legare la retribuzione dei dirigenti della PA al Pil?).

L’idea di attivare un percorso di valutazione all’attività della PA è giusta e necessaria. Come sempre, però, sono i modi con i quali giungere al risultato che consentono di conseguirlo o meno.

La proposta del Grillo è semplicemente improponibile perché fuori bersaglio. Analizziamone le tre componenti.

1. Chi gestisce il turismo dovrebbe essere remunerato in base al numero dei biglietti venduti dai musei, afferma Grillo. Ma, il turismo è:

a)      promozione all’esterno;

b)      accoglienza e informazione;

c)      commercializzazione del prodotto.

La vendita del biglietto del museo, ammesso che sia corretto ascriverla al tema del turismo e non della gestione dei beni culturali, sarebbe solo l’ultima fase di una filiera complicata, nella quale l’operatività della pubblica amministrazione è importante, ma marginale, specie se riferita all’attività di chi gestisce il turismo. Se, infatti, non è in mano a questo il sistema di promozione esterna, creazione di infrastrutture e trasporti, nonché la competenza ad orientare la commercializzazione dei prodotti, ivi compresi i musei, è evidente che risulta impossibile valutare la struttura della PA che si cura del turismo per questo aspetto.

2. Chi in questo momento è responsabile di servizi tanto vitali come la formazione professionale ed il reinserimento di chi non ha lavoro, sia pagato in maniera proporzionale al numero di posti di lavoro creati.

Il Grillo, nel suo articolo, critica il sistema della remunerazione della PA perché troppo egualitario, figlio, quasi di un sistema di socialismo reale.

Insomma, critica un appiattimento egualitari stico sovietico, ma poi propone, per valutare chi si occupa di lavoro, uno strumento che potrebbe funzionare solo nell’Urss di Breznev: proporzionare, cioè, il risultato al “numero di posti di lavoro creati”. Ma di che parla? Ma, il Grillo, che ha un profilo di consulente aziendale, sa o non sa che il lavoro lo crea la PA appunto solo nei sistemi comunisti, nei quali unico imprenditore è lo Stato?

I servizi per il lavoro non creano lavoro, perché questo è frutto delle politiche economiche del Governo e del Parlamento, ma, soprattutto, dell’iniziativa di impresa e dell’andamento del mercato.

I servizi per il lavoro non si misurano in base al lavoro che si crea, perché non esiste alcuna correlazione tra queste due grandezze. Gli strumenti per valutare i servizi per il lavoro esistono e sono chiari: come il numero delle persone disoccupate convocate, inserite in percorsi di formazione e tirocinio, aiutate a percepire le indennità di disoccupazione e intermediate, in proporzione alla domanda di lavoro delle imprese, per esempio. Avventurismi valutativi come quello proposto dal Grillo servono solo a fare solo confusione.

3. Non è accettabile che la distribuzione delle forze di polizia sul territorio non rifletta la geografia dei crimini sul territorio o che i dirigenti delle scuole non rispondano dei risultati faticosamente rilevati dagli esami Invalsi.

Ma, i crimini sono geografici? Dunque, la mafia esiste solo al Sud, dove si uccide, e non al Nord, dove si veste con i colletti bianchi e investe in borsa?

E, ancora, al netto della conclamata inidoneità dei test Invalsi, sciatti, incomprensibili, mal concepiti e frutto di una cultura della scuola semplicemente devastante, è giusto pretendere una valutazione della capacità delle scuole di istruire e formare. Ma, i dirigenti scolastici, se non hanno il potere di essere loro direttamente, ad esempio, a selezionare i docenti più bravi, con assoluta autonomia non solo contabile, ma di decisione, come possono rispondere dei risultati di una scuola da loro diretta, nella quale l’elemento fondamentale, gli insegnanti, sono calati dall’alto?

Gli esempi citati dal Grillo si dimostrano banalità populistiche, forse anche dovute alla ristrettezza degli spazi di un articolo di giornale, ma, comunque, inaccettabili.

Questioni complesse ed essenziali come una PA più efficiente valutabile non possono essere affrontate con paradigmi totalmente fuori strada. Cosa che, per altro, avviene da circa 21 anni, dalla riforma del 1993.

Non è più il tempo di considerare la PA “come fosse un’azienda”. E’ un errore di impostazione decennale, che i fatti hanno dimostrato essere, appunto, un errore. Molta parte delle riforme, controriforme e riforme delle riforme di 21 anni di esperienza sono il frutto proprio di un’impostazione di base sbagliata e da rigettare. La PA è la PA. Apporti di conoscenze ed esperienze esterne per dare un contributo all’idea di riforma sono utili, ma non possono che essere apporti, rifiniture. La PA va riformata da chi la conosce e con strumenti valutativi seri, legati non a voli pindarici, bensì alla creazione di standard operativi.

La PA dà servizi che sono irrinunciabili, perché attengono al ruolo stesso di cittadino. E’ completamente sbagliato l’approccio secondo il quale gli stipendi pubblici siano da assegnare in base alla “produttività”. Essi andrebbero semplicemente legati alla capacità di assicurare gli standard, riducendo il risultato e il trattamento economico se si è al di sotto e attribuendo “premi” solo se si è al di sopra, ma molto e in modo molto evidente, allo standard.

Ogni altro strumento è sofisticazione, confusione e, spesso, retropensiero che simula esigenze di riforma, per creare, invece, uno spoil system che permetta alla politica di infarcire la PA solo di funzionari e dirigenti “fedeli”.

 


CONDIVIDI
Articolo precedenteIl caos degli ATO rifiuti in Sicilia e la responsabilità dei Sindaci
Articolo successivoBonus 80 euro in busta paga, il mistero della foto del cedolino

2 COMMENTI

  1. Grazie per l’immeritata stima. Il Suo ragionamento mostra un estremo del problema; il “valutare per valutare”, lo scimmiottamento di ciò che davvero serve. Negli enti locali si è introdotto un sistema aberrante, tra contrattazione decentrata, oggetto di strali (anche giustificati) di migliaia di ispezioni, e sistemi di valutazione, per distribuire al personale delle qualifiche una media di 1000 euro lordi l’anno. Si farebbe prima e con meno sforzi e senza nuclei di valutazione o Oiv ad assegnare la 14^, esistente nel privato non a caso.
    Dunque, che dire? I Suoi ragionamenti sono utilissimi per far capire che la valutazione non è un feticcio, non è un gioco, nè uno strumento per politicizzare. In mezzo, dovrebbe esserci la capacità di trovare tra i due estremi il modo di introdurre criteri di valutazione adeguati, connessi ai servizi e non all’inutile ricerca di virtuosismi individuali. Meno ancora a criteri sballati, come il Pil o il numero dei disoccupati, che non hanno alcun senso pratico.

  2. Egregio Oliveri, apprezzo la sua ragguardevole capacità di analisi e di critica. La leggo sempre volentieri grazie alla sua singolare capacità di chiarezza espositiva anche rispetto ai temi più controversi.
    Oggi sono in disaccordo con lei. Ma non tanto sui singoli punti della sua analisi quanto per l’impostazione generale.
    Io credo, che dopo oltre 20 anni di propaganda “meritocratica”, non si tratti più di criticare questo o quel punto delle varie proposte in campo ma di cambiare radicalmente paradigma culturale.
    Quando siamo entrati in questo sistema, con la c.d. “privatizzazione” del lavoro pubblico la propaganda ci aveva assicurato che avremmo conseguito più elevati standard di efficienza e saremmo entrati nel terzo millennio con il vento in poppa.
    Ad oltre 20 anni da quella svolta “storica” dobbiamo prendere atto che l’esito di quella scelta è stato deleterio e lo sfascio della PA è cresciuto e non certamente diminuito. La privatizzazione ha ampliato semplicemente la forbice delle retribuzioni tra la dirigenza e le qualifiche più basse così come ha dilatato le distanze tra i diversi comparti e, all’interno dei diversi comparti, tra gli enti più disponibili ad allargare i cordoni della borsa e quelli che, per necessità o per virtù, invece non possono o non vogliono.
    In questi giorni è scoppiato il caso Roma a proposito degli accordi decentrati (che sono istituto strettamente collegato con l’istanza meritocratica) ma credo che sia solo la punta dell’iceberg di un malcostume che è nazionale. Certo, ci sono responsabilità e negligenze dei singoli ma c’è una sollicitatio ad turpia intrinseca al sistema stesso.
    La composizione del fondo stesso è frutto di formule alchemiche, i cui ingredienti sono eterogenei dati storici e percentuali astratte e del tutto decontestualizzate rispetto ad ogni specifica situazione locale.
    Sono norme e sistemi “criminogeni”. Spesso chi si siede ai tavoli di contrattazione non ha la minima esperienza delle situazioni locali per cui sottoscrive norme astruse.
    Ma poi è la stessa idea di mettere in competizione artificiosa (perché i parametri di valutazione – è inutile che proseguiamo in questo non più sostenibile esercizio di ipocrisia – sono tutti inevitabilmente elaborati a tavolino) i lavoratori che non ha prodotto quel salto di qualità che tutti vaticinavano ed anzi ha concorso a deteriorare il tessuto etico della P.A. proprio per quel tratto di artificiosità e di conseguente ipocrisia che si è inoculato nel sistema.
    Poi l’idea che la funzione pubblica possa essere oggetto di “negoziazione” richiama terribilmente l’ancien regime quando le cariche pubbliche venivano “appaltate”. Sotto altra forma stiamo tornando a quella matrice culturale.
    La funzione pubblica va esercitata per se stessa e non in funzione di obiettivi transeunti e delle remunerazioni che vi sono collegate. Questo sistema innesca quella trattativa, quel commercio tra direzione politica e vertice burocratico che introduce il virus della fidelizzazione ad personam.
    Ma poi la (sia pur parziale) remunerazione “a cottimo” produce, alla lunga, distorsioni che sono macroscopiche. Si osservano pedantemente le prescrizioni del contratto e non l’interesse pubblico generale. Si distoglie la funzione dal perseguimento degli interessi generali per inseguire interessi particolari e contingenti.
    In quel principio che sta scolpito nell’art. 98 della Costituzione (i pubblici funzionari sono al servizio esclusivo della nazione) c’è anche un modello di esercizio delle funzioni pubbliche alternativo al mercimonio che abbiamo sotto gli occhi. Secondo il modello costituzionale la funzione pubblica non può essere soggetta alla commercializzazione….ed all’ansia da prestazione.
    Quanti effetti distorsivi produce lo spirito di competizione che, spesso nella PA (dove non esistono certi argini oggettivi propri delle imprese che stanno sul mercato), degenera in “spirito di rivalità”?

    Riflettevo nei giorni scorsi su una delle tante vicende in cui ci si imbatte operando nella PA. Le trascrivo il senso di quanto consideravo tra me e me.
    La Regione Abruzzo ha approvato di recente la nuova legge che disciplina la gestione dei rifiuti solidi urbani. Nulla di rivoluzionario… Si mastica da tutte le parti più o meno la stessa roba con qualche variante. Questo non significa però che non occorrano gli occhi ben aperti. Anzi!
    La legge, approvata lo scorso autunno, prevede un calendario serrato di adempimenti, alla cui cura è stato preposto un serio dirigente regionale, all’uopo nominato commissario unico straordinario.
    L’ottimo dirigente ha lavorato alacremente secondo il cronoprogramma fissato dalla legge. Così la Giunta regionale ha potuto adottare gli atti di sua competenza all’inizio di aprile e, anche a dispetto delle festività pasquali, il nostro zelante commissario straordinario ha potuto diramare agli oltre 300 comuni del territorio tutti gli atti propedeutici alla costituzione dell’AGIR. Si tratta di schemi di convenzione, di statuto con allegate tabelle; materiale corposo.
    Giustamente la stampa locale dà rilievo a questa solerzia ed a questo zelo meritevole. L’interessato ne mena giusto vanto.
    Così sui nostri tavoli nei giorni a cavallo tra le festività pasquali, il 25 aprile ed il 1° maggio è pervenuto tutto il corposo dossier che riguarda la ponderosa materia.
    Ora è notorio che il 25 maggio si vota e che quasi il 50% dei comuni abruzzesi (come del resto in tutta Italia) è direttamente interessato alla consultazione; gli altri essendo interessati alle sole elezioni europee… trascuriamo pure il fatto che i comuni sono alle prese con TASI, TARI e compagnia cantando… e che oltre l’80% dei comuni della Regione è alle prese con la patata bollente delle gestioni associate…. Se non bastasse, si vota anche per l’elezione del “Governatore” e del Consiglio regionale.
    La materia dei rifiuti è tra le più importanti, ca va sans dire….. essa meriterebbe approfondimenti continui ed una vera e propria operazione di formazione e di informazione preventiva di burocrati e di amministratori locali perché si decida realmente “cognita causa”….. Eppure la tempistica dello stringente calendario regionale prevede termini stretti e perentori. Così il 17 aprile scorso il solerte dirigente/commissario ha diramato una nota con cui assegna termine di trenta giorni – dalla ricezione – per deliberare, con minaccia di attivazione dei poteri sostitutivi in caso di inerzia. Trenta giorni, anche al netto delle festività, sono un’inezia in relazione alla mole della materia ed alle scarse risorse professionali di cui possono avvalersi i comuni – specie quelli più piccoli.
    Inoltre, come già detto, almeno il 50% dei comuni è interessato alle elezioni per il rinnovo dei propri organi, per cui – al momento – ha altro cui pensare per approfondire, come invece meriterebbe, una materia così fondamentale per i comuni stessi ma soprattutto per i cittadini/utenti/contribuenti.
    Io dico: quel dirigente avrà sicuramente rispettato la tempistica dettata dal calendario della sua amministrazione ed avrà quindi “meritato” il giusto premio previsto dalle norme contrattuali della sua amministrazione e finanche il plauso degli organi di stampa (una sorta di laurea cum laude). Ma in assoluto, ha concorso a conseguire veramente l’interesse pubblico generale o non si è limitato a rispettare pedissequamente regole evidentemente irrazionali?
    Credo che non ci voglia molto per comprendere che se si vuole il concorso attivo dei comuni (specie i più piccoli), essi devono essere coinvolti in altre forme e con altra tempistica che tenga conto degli adempimenti cui essi sono già soggetti per legge (si sapeva che comunque in primavera si sarebbe votato e che tra il pre e post elezioni per almeno 60/70 giorni la capacità operativa di molti enti sarebbe stata ridotta).
    La meritocrazia è un concetto di cui tutti si riempiono la bocca. E’ diventata la panacea di tutti i mali della P.A. ma è un concetto vago, troppo vago per essere applicato con raziocinio ed efficacia alle amministrazioni pubbliche. Perché già definire gli obiettivi è controverso. Nella specie, per la Regione – approvata la legge – l’obiettivo principale era rispettare una certa tempistica (nella logica del “fare presto” che ormai ha sostituito anche quella del semplice “fare”)…. Per gli altri enti pubblici proprio il rispetto di quella tempistica si rivela una beffa. Per l’interesse generale, almeno in astratto, un danno, atteso che gran parte dei comuni o sforerà il termine o deciderà acriticamente a scatola chiusa su una materia così decisiva….

    Al netto di questo esempio- digressione che però a me appare anch’esso significativo, mi lascia sbigottito questa sua affermazione: “E, ancora, al netto della conclamata inidoneità dei test Invalsi, sciatti, incomprensibili, mal concepiti e frutto di una cultura della scuola semplicemente devastante, è giusto pretendere una valutazione della capacità delle scuole di istruire e formare. Ma, i dirigenti scolastici, se non hanno il potere di essere loro direttamente, ad esempio, a selezionare i docenti più bravi, con assoluta autonomia non solo contabile, ma di decisione, come possono rispondere dei risultati di una scuola da loro diretta, nella quale l’elemento fondamentale, gli insegnanti, sono calati dall’alto?”.
    Mi concentro su di essa per esigenze di sintesi ma analoghe considerazioni possono valere per la sanità come per gli stessi servizi amministrativi di base o per i trasporti.
    C’è qui tutto il baratro ideologico che il sistema vigente ed ormai culturalmente imperante produce.
    Anche ammesso che sia possibile individuare una volta per tutte gli insegnanti “più bravi” (non si è bravi “a prescindere” e non esiste, checché se ne dica, un “bravometro” oggettivo. Si può essere bravi ad insegnare in determinate scuole piuttosto che in altre. Ad esempio: si può essere più bravi e motivati in istituti in cui gli alunni hanno una elevata preparazione di base, ma meno bravi e più frustrati o meno motivati ad insegnare in scuole rurali, dove il profilo delle relazioni umane può essere prevalente sulla stessa preparazione professionale. Magari un insegnante di estrazione sociale molto modesta e non preparato in maniera eccelsa può invece far valere capacità di relazione superiore proprio nei contesti sociali degradati, nei quali si sente maggiormente integrato…. E così via) ma dove sta scritto che essi si debbano concentrare in centri di eccellenza per lasciare magari alle scuole di periferia il personale meno preparato?
    Perché questo esito suppone il suo assunto.
    Quale idea di Stato e di società sta dietro a questa ideologia meritocratica? Non diventa l’approccio “meritocratico” un espediente per rinnovare e perpetuare quegli ostacoli d’ordine sociale che invece la nostra Repubblica dovrebbe rimuovere?
    Lo so che il discorso è complicato e che anche la mia posizione, specie se estremizzata, incorre inevitabilmente in qualche contraddizione (non occorre aver letto Hegel per saperlo). Ma si tratta, per l’appunto, di evitare estremizzazioni e di ristabilire alcuni principi di base che mi pare siano stati invece stravolti.

SCRIVI UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here