Finalmente, forse, qualcuno inizia a interessarsi degli stagisti. Mentre il nuovo governo ha messo in cantiere per il prossimo mese di giugno una riforma per mettere un freno alla dilagante disoccupazione giovanile, si sente parlare finalmente della vera zavorra che, negli ultimi anni, ha disincentivato le assunzioni tra gli under 35: il ricorso selvaggio agli stage e metodologie di inserimento aziendale affini.

Una selva dove le tipologie di contratto sono le più disparate, a seconda dell’età del lavoratore, dagli anni di distanza dalla laurea, dal titolo di studio conseguito, dalle competenze e dall’eventuale – ma tutt’altro che raro – svolgimento tirocini in successione. Uno strumento che, proprio sostanzialmente libero da impegni per i datori di lavoro, è stato scelto spesso in maniera scriteriata da un mercato ingordo (oltre 300mila le attivazioni all’anno dicono i dati ufficiali), che non vuole investire tempo e risorse nella formazione, né doversi trovare a rispettare obblighi nei confronti di futuri dipendenti poco inclini all’umore del posto di lavoro.

Insomma, ciò che doveva essere un ponte molto breve tra fine degli studi e avviamento della carriera professionale, nel giro di pochissimi anni si è tramutato nel sistema preferito dalle aziende di avvalersi delle capacità e delle conoscenze di giovani laureati, magari non specializzati ma sovente relegati a svolgere mansioni tutt’altro che in linea con le proprie conoscenze maturate in ambito accademico per poche centinaia di euro di rimborso spese, se il giovane era fortunato, o anche del tutto gratis.

Col risultato che, in chiusura di periodo formativo, le strade dello stagista e del committente, spesso, finiscono per separarsi, obbligando il ragazzo a trovare un’altra soluzione per la propria vita lavorativa. Che, spesso, finisce per diventare un ulteriore rapporto a tempo limitato e con salario appena sufficiente per l’affitto di una stanza in condivisione.

Insomma, una situazione insostenibile, che finisce per privare una generazione dei propri progetti di vita. Ora, come si diceva pare che dai piani del governo Letta sia arrivata una spinta anche in direzione dei bistrattati stagisti. A tal proposito, il segretario della Cgil Susanna Camusso ha chiesto di bloccare immediatamente gli stage gratuiti, introducendo una fiscalità vantaggiosa per chi assume giovani leve all’interno dei propri ranghi aziendali.

L’uscita della Camusso, cui il governo non ha ancora dato risposte, arriva comunque dopo l’ok al minimo di compenso, in attuazione della riforma Fornero – che agli stagisti dedicava in realtà un capitolo alquanto scarno – con il parere favorevole anche della Conferenza Stato Regioni sullo stop ai prolungamenti immotivati e sprovvisti di data di scadenza per gli stage aziendali.

Ora, la palla è nella mani del governo: se davvero si vorrà debellare la piaga della crescente disoccupazione giovanile, tralasciare stage, tirocini e simili sarebbe un peccato in grado di compromettere completamente la riuscita della manovra.

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