La reputazione goduta in rete dagli studi legali italiani non corrisponde a quella ‘fisica’. Questo è quanto emerge con maggiore evidenza dai dati diffusi dalla prima edizione dell’Osservatorio curato per ItaliaOggi Sette-AvvocatiOggi della società Reputation Manager inerente la reputazione “online” dei tredici maggiori studi legali nazionali per volumi d’affari e per fatturato, valevole per l’anno 2011. Fedeli all’impostazione più tradizionale della professione, rintanati dentro i rispettivi uffici legali, gli avvocati italiani non hanno infatti saputo sostenere e seguire la rivoluzione attuata nel web. Il risultato? Da un lato, gran parte della categoria non ha badato a spese nell’ammodernamento e nella scelta delle rispettive sedi fisiche, optando per postazioni prestigiose, aree centrali e dotazione di comfort di ogni tipologia e funzione, dall’altro invece si è finito col trascurare, sottovalutandolo, l’altrettanto importante aspetto della presenza in rete.

Neppure gli studi che raggiungono i primi posti nella classifica stilata dall’Osservatorio AvvocatiOggi (Chiomenti, Bonelli Erede Pappalardo e Nctm), pur rimanendo i primi anche sul mercato “reale” dei servizi, possono vantare altrettanta capacità nell’utilizzo degli strumenti del web 2.0, in particolare dunque dei social network, dei blog e dei forum di discussione. Si può dire, a ragione, che gli studi d’affari nostrani, nonostante non si attestino all’anno zero della presenza su Internet, non siano comunque stati in grado fino ad ora di fare ragguardevoli passi in avanti per ottenere e consolidare un rimando d’immagine e di prestigio degno delle rispettive nomee sul campo, anche e soprattutto attraverso la rete.

I portali ed i siti internet sono oramai la norma, ma purtroppo il rispettivo aggiornamento così come la progettazione di una correlata pagina su Wikipedia, risultano troppo spesso operazioni segregate ad attività di serie B. In maniera analoga i menzionati strumenti del web 2.0 solo in rari casi vengono utilizzati come rilanci importanti ai fini promozionali del brand e per la ricerca di nuovi clienti. Oltre alla semplicistica azione di creazione di siti-vetrina con allegate foto e curricula degli avvocati affiliati, gli studi italiani risultato infatti ancora molto indietro rispetto alla necessità dei clienti, vecchi e nuovi, di reperire servizi qualificati attraverso la rete.

L’errore più grosso in cui tendono ancora ad incappare molti avvocati del Bel Paese è quello che tende a ritenere il rapporto fiduciario interfaccia con il cliente un espediente basilare, e dunque sufficiente, per poter restare sul mercato anche in futuro. La prima edizione dell’Osservatorio curato per ItaliaOggi all’interno della tabella “Presenza web 1.0” ad esempio, registrando quali e quanti studi possono annoverarsi tra i più menzionati, nel corso dell’ultimo anno, nelle news apparse online, vede primeggiare sì alcuni nomi (ancora Chiomelli e Bonelli Erede Pappalardo), ma più che altro per via di notizie “reputazionalmente” discutibili inerenti o la presenza dei rispettivi soci in determinati consigli d’amministrazione o viceversa per le vicende giudiziarie di qualche partner.

Facendo poi menzione del quadro che emerge dalla cosiddetta presenza enciclopedica in rete dei professionisti, la cornice che si prospetta non è affatto allettante. Se si cerca infatti su Wikipedia il numero degli studi italiani di cui si fa menzione, ne appaiono solamente tre ( i soliti Chiomenti, Bonelli Erede Pappalardo e Nctm); dei restanti dieci che rientrano nel panel dell’Osservatorio (Carnelutti, Cba, d’Urso Gatti e Bianchi, Gianni Origoni Grippo Cappelli e partner, Grimaldi e associati, Lombardi Molinari e associati, Ls Lexjus Sinacta, Pavia e Ansaldo, Pirola Pennuto Zei e associati, Tonucci & Partners) non si trova invece alcuna traccia. Da questo scenario alquanto deludente diventa dunque palese come al giorno d’oggi il tema della reputazione online degli studi stia diventando il fulcro nodale dell’attività di tutti i professionisti dell’ambito legale.

Per quanto concerne l’aspetto prettamente economico poi, al momento è ancora difficile dire con certezza quale sia la relazione tra la reputazione online di uno studio e il suo volume d’affari, cioè quale e quanta rilevanza può giocare su un fatturato una buona o viceversa una pessima stima ‘virtuale’. Lo studio promosso dalla società Reputation Manager assieme ad AvvocatiOggi risulta pertanto un interessante spunto di partenza per far sì che si inverta al più presto la rotta ‘tradizionalista’ mantenuta agli avvocati italiani, orientando tutti gli addetti ai lavori a colmare la distanza che si è creata con il tessuto delle piccole imprese, le quali da sempre mostrano una certa diffidenza verso i grandi studi legali soprattutto in virtù della scarsa trasparenza ed accessibilità delle parcelle. Oggi le stesse hanno la possibilità di ridurre il distacco proprio grazie ai nuovi canali comunicativi nonché alla maggiore flessibilità dei professionisti del settore. Spetta agli studi legali valorizzare questa opportunità.

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