Tutti si affannano a ripetere le solite litanie pro lavoro, ma ognuno prescrive ricette inapplicabili. E questo perché si ha paura di affrontare il nodo vero che sta alla base della scarsità di richiesta di lavoro.

Chi dice aumentiamo i consumi, ma non si sa con quali finanziamenti, chi dice rimaniamo fermi sulle politiche di rigore e deflazionistiche con una continua perdita di posti di lavoro.

La verità è che il mondo, con la crisi finanziaria nata negli USA e denunziata per tempo da alcune “Cassandre” , è cambiato e sono cambiati anche i rapporti tra i fattori della produzione.

Per uscirne indubbiamente è necessario un patto di acciaio tra lavoratori e imprenditori, ma nel senso che intendono i rispettivi sindacati : bisogna voltar pagina, dalla USA alla CINA, all’EUROPA!

L’iniziale fascino della crescita economica globale, con la prospettiva di avere di più per tutti senza che nessuno fosse sacrificato, è stato un semplice miraggio e nulla più, come l’esperienza di questi anni, ormai storica, ha dimostrato!.

L’alternativa è costituita dalla redistribuzione (non dei redditi, che porterebbe a disordini sociali,non essendo i più ricchi disposti a pagare per i più poveri, ma) dei beni economici prodotti, e lo strumento idoneo per attuare questa redistribuzione è, secondo noi, quello culturale, prima che economico, della riconfigurazione del profitto, nell’ambito di una visione di un diverso ordine economico mondiale che rivitalizzi lo stesso sistema del libero mercato e scongiuri guerre future,commerciali prima e militari dopo.

Sulla legittimità o meno del profitto si sono avute essenzialmente due teorie. La dottrina classica liberale che pone il profitto in termini di differenza tra il prezzo e il costo del bene moltiplicata per la quantità prodotta. La teoria marxista, che nega ogni liceità al profitto e lo considera lavoro non retribuito per cui il prodotto finito presenta sul mercato un valore eguale al lavoro che è costato, donde l’equazione lavoro = valore. Una variante della prima teoria distingue ,poi, il profitto normale dal superprofitto. Il profitto normale rappresenterebbe il giusto compenso dell’imprenditore quale corrispettivo del rischio affrontato; il superprofitto, che si forma in regime di monopolio, sarebbe illegittimo e andrebbe combattuto.

Orbene, l’imprenditore è, nel vecchio schema semplificato al massimo, colui il quale crea un’impresa assumendo su di sé l’alea della produzione. Egli paga ai fornitori del fattori produttivi ( capitale e lavoro ) prezzi ( interessi e salari) che sono stati fino a ieri indipendenti dall’esito favorevole o sfavorevole dell’attività intrapresa, liberandoli da ogni sorta di rischio.

Sorge, così, la giustificazione economica ed etica del profitto come ricompensa dell’alea della produzione che l’imprenditore corre. Ma viene da osservare che se l’impresa non avrà successo il capitalista-mutuante corre il pericolo non solo di non percepire l’interesse pattuito,che pure l’imprenditore è obbligato a pagare, ma anche quello di non ottenere la restituzione del capitale prestato; il lavoratore, a sua volta, rischia non soltanto di non ricevere il salario per il lavoro già eseguito ma anche di essere licenziato.

Pertanto sia il risparmiatore/finanziatore che il lavoratore, al pari dell’imprenditore, sono di fatto coinvolti nell’alea della produzione. E’ evidente, allora, che se dal punto di vista giuridico-formale il rischio è sopportato unicamente dall’imprenditore, dal punto di vista economico-sostanziale il rischio grava anche sui fornitori dei fattori produttivi. In questo quadro non appare più convincente,sotto il profilo sociale, il concetto di profitto quale giusto compenso dell’alea che corre l’imprenditore, determinato dalla differenza tra costi e ricavi. Il profitto riacquista la sua legittimazione nella riconfigurazione di elemento del costo di produzione, connesso alla funzione della imprenditorialità. Come il salario è il prezzo del lavoro, l’interesse del capitale, così il profitto è il prezzo dell’attività imprenditoriale.

Il profitto considerato secondo la visione tradizionale,come differenza tra costi e ricavi, si traduce in plusvalore a danno del consumatore che viene a pagare la merce o il servizio più del suo <reale> valore economico. Facendo, invece, rientrare il profitto nei costi produttivi ,il valore di mercato del bene non soggiacerebbe più ad una esigenza di disequilibrio tra costi e ricavi ma sarebbe perfettamente uguale al costo di produzione: V=C, Valore=Costo.

Il problema che qui si pone è quello della formazione di questo nuovo costo di produzione, che risulterebbe determinato, in un primo momento, da un prezzo concordato; il prezzo concordato, in un secondo momento, si riconfigurerebbe come prezzo di mercato, tale da essere la risultante della domanda e dell’offerta

Cerchiamo di chiarire il concetto con una esemplificazione banale. L’imprenditore X produce il bene Y ad un costo di € 100 e lo vende a € 200 al chilogrammo, prezzo di equilibrio tra domanda e offerta. Se il profitto fosse considerato come elemento delle spese di produzione e le forze sociali ne determinassero il saggio, ad es., a 30 € il chilogrammo, l’imprenditore otterrebbe, per ogni unità di merce prodotta e venduta, un ricavo di € 30, e il plusvalore di € 70 si riverserebbe a beneficio del consumatore. Il prezzo di € 130 non è, però, prezzo di equilibrio ma è divenuto prezzo concordato inferiore a quello di mercato con la conseguenza che la domanda supera l’offerta del bene. Ma, in una seconda fase, l’imprenditore, incrementando la produzione, riequilibria domanda e offerta e il valore di € 130 riappare di nuovo come prezzo di mercato. Consegue che complessivamente i consumatori del bene Y aumenteranno, aggiungendosi ai vecchi,i quali usufruiranno di un risparmio, i nuovi cui prima era inaccessibile quel singolo bene; l’imprenditore, da parte sua, ha la possibilità di realizzare maggiori ricavi e maggior reddito intensificando la produzione e conquistando nuove aree di collocazione della merce.

Il profitto, quindi, inteso come costo, si ottiene moltiplicando la quantità di merce prodotta per un certo prezzo (correlato agli altri elementi costitutivi delle spese di produzione) concordato tra le associazioni dei datori di lavoro e le associazioni dei consumatori. Già intorno agli anni venti del secolo scorso lo svedese Ernst Wigforss enunciava l’idea che i consumatori fossero legittimati a prender parte alla determinazione dei prezzi dei beni prodotti.

La diminuzione dei prezzi dei prodotti a vantaggio di masse più larghe di consumatori favorirebbe la tendenza alla redistribuzione dei beni economici tra i componenti dell’intera collettività, in un contesto di crescita economica generale.

La collocazione del profitto nella categoria dei costi aziendali, ponendo sulla stessa linea funzionale profitto e salario, fa in modo che i due costi si configurino come variabili dipendenti l’una dall’altra, con la conseguenza che a una contrazione del profitto deve corrispondere una contrazione del salario. Questa stretta correlazione tra profitto e salario è una necessità storica determinata dalla globalizzazione dell’economia, la quale, se non governata, produrrà guerre e catastrofi sociali.

Queste brevi annotazioni, che possono sembrare strampalate, sono meno pericolose della tesi dei professori tedeschi Lars Feld e Peter Bofinger i quali hanno proposto la confisca, con una pesante patrimoniale, dei beni privati per finanziare il debito pubblico, facendo pagare ai i più benestanti le tasse occorrenti.

Nella storia le tasse hanno sempre giocato un ruolo dirompente!

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