Una delle tematiche più trattate nell’attuale dibattito politico ha a che fare con la mediazione. Essa costituisce una prassi metodologica sui generis alla gestione dei conflitti. L’obiettivo al quale risponde è quello di conciliare le parti in disaccordo in vista di concretizzare un appianamento che sia mutuamente ammissibile per entrambe i soggetti, mediante l’intervento di un terzo neutro: appunto il mediatore. La mediazione prospetta un sistema di approccio verso i conflitti che trova applicazione in ogni sfera sociale, basato su presupposti “naturali”, convocando all’interno del proprio processo gli stessi attori della controversia e incanalandoli verso l’identificazione di una soluzione, senza né vinti né vincitori.

Da giorni, tuttavia, oramai il nostro Paese ha detto addio alla mediaconciliazione obbligatoria. La Consulta ha difatti decretato l’incostituzionalità della norma. Ora l’istituto, gradito dall’allora guardasigilli Angelino Alfano per espettorare i tribunali dagli ingorghi, risulta nuovamente facoltativo.

La Corte costituzionale ha sentenziato l’illegittimità costituzionale per eccesso di delega legislativa del dlgs 28/2010, in riferimento alla sezione in cui viene previsto la dimensione obbligatoria della mediazione civile. E proprio questa obbligatorietà, secondo la Corte, ostacolerebbe il cittadino nel suo ricorso al giudice, interponendosi quale scoglio verso l’accesso diretto alla giustizia.


La mediazione civile, ripensata come istituto facoltativo, vale per le liti in materia di condominio, diritti reali, divisione, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazioni, comodato, affitti di aziende, contratti assicurativi, bancari e finanziari e per i risarcimenti di danni derivanti da: responsabilità medica, diffamazione a mezzo stampa o con altro mezzo di pubblicità, circolazione di veicoli e natanti. Ciascuna variante prevede dunque l’abolizione delle sanzioni pecuniarie nei confronti di chi non prende parte alla conciliazione, non essendo più tenuti gli avvocati a fare riferimento al carattere, oramai decaduto, di obbligatorietà.

Il sistema della mediaconciliazione, attivo dal 21 marzo 2011, ha generato fino ad oggi 948 organismi di mediazione, rigorosamente iscritti al registro presso il ministero di Giustizia. Risultano, invece, 350 gli enti formatori accreditati e sono oltre 40 mila i mediatori abilitati che adesso paventano la perdita dei rispettivi incarichi. A ciò si aggiunge il consistente numero di impiegati che attualmente operano nei neonati organismi conciliatori.

Ecco i motivi per cui la mediazione obbligatoria si rinnova frequentemente come programma elettorale da parte dei partiti politici a caccia di voti. Pd e Pdl non sembrano propendere per la reintroduzione dell’obbligatorietà della manovra di mediazione, bensì puntano comunque a reimpostare il congegno di deflazione attraverso, per esempio,  la prospettiva di possibili incentivi.

Dal fronte del Partito Democratico si innalza la voce di Mario Cavallaro, responsabile tematiche dell’Avvocatura del PD, il quale in occasione dello sciopero degli avvocati, in una lettera indirizzata a Maurizio De Tilla, Presidente Oua (Organismo unitario dell’avvocatura), precisa come il suo partito si dichiari favorevole a sostenere in Parlamento quelle proposte che sono orientate verso una possibile rinnovata compatibilità dell’’istituto della mediaconciliazione rispetto ai principi costituzionali, in tema di difesa della funzione che l’avvocato svolge nella coordinazione dei conflitti.  Cavallaro sottolinea l’importanza del ruolo da riservare, sempre in attuazione del dettato costituzionale, al professionista forense e si augura che la riforma dell’ordinamento accolga tutti i fattori innovatori volti a tracciare una conformazione indipendente di avvocatura, in deferenza ai principi della competizione qualitativa.

Anche Donatella Ferranti, membro della II commissione giustizia per il Partito Democratico, si pronuncia al riguardo, prospettando l’introduzione di opportuni incentivi al posto dell’estromessa obbligatorietà mediatoria. “Non crediamo in questo strumento come mezzo di deflazione, ma come alternativo alla definizione delle cause civili” -ribadisce Ferranti- “Bisogna ragionare ora se fare dei regimi, percorsi che possono essere per tipologie magari meno ampie; oppure per valore. Un governo serio credo che debba fare questo” conclude l’esponente democratico.

Sul versante politico opposto si espone il collega del Pdl, Francesco Paolo Sisto, confermando la messa al bando dell’obbligatorietà e sottolineando il fallimento dell’abrogato istituto, soprattutto con riguardo alla qualità formativa degli enti di conciliazione. “Partirei dalla qualità degli organismi di mediazione” -precisa Sisto- “Essi devono essere effettivamente capaci di garantire un risultato utile”.

La posizione dei Radicali, sintetizzata dall’avvocato Emilio Martucci del Comitato nazionale Radicali Italiani e dell’Associazione radicale Per la Grande Napoli, in linea con l’orientamento sostenuto dal rappresentante Pdl, indugia sul miglioramento della qualità delle istituzioni di mediazione. “Sin dalla sua entrata in vigore ho espresso fortissime critiche sia in merito all’obbligatorietà che all’onerosità: come membro del Comitato nazionale di Radicali Italiani sollevai notevoli dubbi di incostituzionalità di tale norma e prevedevo che con la sua inutile entrata in vigore si sarebbero ulteriormente allungati i tempi processuali ed aumentate a dismisura le spese a carico del cittadino che chiede giustizia” enfatizza Martucci. Anche i Radicali sembrano pronunciarsi a favore della predisposizione di incentivi, ma a condizione che si verifichi un’effettiva inversione nella riforma della giustizia civile.

I politici sembrano dunque sostenere all’unanimità la necessità di sedimentare una maggiore “cultura della qualità”; diventa al riguardo indispensabile il varo di tutti quei meccanismi di efficienza degli organismi al fine di consentire ad ogni utente di potersene avvalere agevolmente


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6 COMMENTI

  1. Queste proposte vengono da partiti, che pur cambiando nome nel tempo, da decenni governano il Paese permettendo che il sistema giustizia italiano venga ritenuto fra i peggiori al mondo.
    Chi parla dei costi della mediazione è chiaramente ostile alla stessa e la vede come un ulteriore, e fastidioso, passaggio prima di andare in giudizio. Per costoro il costo della mediazione non è alternativo ai notevoli costi del procedimento giudiziario, ma si aggiunge agli stessi.
    Benevolmente definirei tale visione miope, ma chiunque, intellettualmente onesto, non può ignorare come sia in atto uno scontro di interessi che vede da una parte i soliti noti che vogliono la abolizione, o in alternativa una gestione riservata agli stessi, e dall’altra l’interesse dei cittadini ad una soddisfazione dei propri interessi rapida, poco costosa ed autogestita.
    Con amarezza bisogna rilevare che ancora una volta l’interesse pubblico non trova considerazione e voce ed i partiti sono pronti a sposare gli interessi di categoria (banche, assicurzioni, compagnie petrolifere, notai, farmacisti, tassisti, avvocati ecc.).
    Abbiamo sperimentato la mediazione volontaria prima e dopo la sentenza, e sarebbero sufficienti i dati statistici per dimostrare la inconsistenza delle tesi avanzate.
    Nel frattempo, la mediazione è stata cancellata, come il nasello surgelato, dal paniere ISTAT, ed il Ministero ha trasformato in trimestrale la statistica, già mensile, sui procedimenti di mediazione.
    Ci vuole sempre più volontà e carattere per continuare ad essere ottimisti.

  2. Premesso che la Mediazione resta un istituto valido che, senza dubbio, contribuirebbe ad eliminare un notevole numero di cause civili, ma è indispensabile che tale istituto vada disciplinato sia nell’ambito della formazione dei mediatori (con titolo di studio, tirocinio ed esperienza adeguati) sia nell’ambito degli Organismi. Non vanno, tuttavia, escluse determinate incompatibilità. Angela FINO

  3. L’eminente articolista al terzo paragrafo sostiene: “E proprio questa obbligatorietà, secondo la Corte, ostacolerebbe il cittadino nel suo ricorso al giudice, interponendosi quale scoglio verso l’accesso diretto alla giustizia.”.
    Ah, sì?
    E dove sarebbe scritto, tutto ciò, nella sentenza della Consulta?
    O per caso ci troviamo di fronte a un nuovo fenomeno per il quale contenuti inesistenti hanno improvvisamente preso vita nello scritto?
    Ma forse, e semplicemente, si tratta di una lettura poco attenta delle motivazioni da parte di chi, in tutt’altre faccende affaccendato, aveva necessità di chiudere un articolo senza aver troppo tempo per approfondirne gli argomenti.

  4. La Corte non si è pronunciata in tema di accesso alla Giustizia. Al momento si vive un forte boicottaggio dell’istituto in esame da parte di chi, volente o nolente, complice della disinformazione generale, scrive simili inesattezze.
    Mi associo all’osservazione di Corrado. L’articolo è fuorviante, infatti, al di là della percezione generale – distorta – la sentenza 272/2012 della Corte Costituzionale ha rilevato l’assoluta compatibilità della Mediazione Obbligatoria, sia con la Direttiva 2008/52/CE che la prevede espressamente, sia con l’impianto costituzionale.

  5. Sarebbe opportuno che le forze politiche rivedessero la “Mediazione” come deflazione delle cause civili e/o commerciali approvando una norma ministeriale che stabilisca come requisito indispensabile la necessità di tentare tale istituto prima del ricorso al giudice.
    Dalla dimensione obbligatoria della mediazione si transita alla necessità del requisito di tentativo di mediazione che non è stato dichiarato illiggittimo dalla Corte Costituzionale.

  6. Vorrei semplicemente sapere quale sentenza avete letto e se per puro caso fosse la stesso che ho letto io, vi chiedo di farmi sapere in quale parte della suddetta si afferma che la mediazione obbligatoria “ostacolerebbe il cittadino nel suo ricorso al giudice, interponendosi quale scoglio verso l’accesso diretto alla giustizia”.
    Scrivete tanto per riempire un foglio o anche con cognizione di causa?

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