Spesso si sente parlare delle banche e di quanto il loro ruolo incida, non solo sulla vita economica del paese, ma anche su questioni più delicate come la politica, non ultimo lo scandalo della Mps. Altrettanto spesso dietro ai nomi altisonanti degli istituti bancari non si sa chi ci stia realmente, quali siano gli interessi coinvolti e questo dovrebbe essere un requisito fondamentale per una economia capitalistica nella quale la certezza dei diritti di proprietà è essenziale.

Da questa confusione si generano vicende come quella del Monte dei Paschipiù che le accuse che piovono indistintamente su Governo, Consob, Banca d’Italia, partiti, sarebbe opportuno verificare da cosa e chi sia dipeso questo caos. Privatizzare le casse di risparmio non è semplice e così possibile come è stato con quelle pubbliche, in quanto manca il soggetto chiaramente proprietario; così Amato e Ciampi hanno generato le fondazioni bancarie per provare ad aggirare il problema, anche se di fatto è stato un rinviarlo all’interfaccia tra fondazioni  e banche.

In realtà, però, delle soluzioni risolutive esistevano; una, ad esempio, era di permettere alle banche di possedere, con deroga momentanea al codice civile, la totalità delle proprie azioni, il che avrebbe permesso la ricapitalizzazione qualora le avessero vendute entro un periodo di tempo determinato, ma pare che Banca d’Italia non fosse d’accordo. Un’altra possibilità era usare dei voucher, ossia dei buoni di acquisto scambiati su un mercato secondario (elaborata da De Nicola, Giavazzi, Penati e Debenedetti).


Grazie alla legge Amato – Carli (1990), le fondazioni sono costrette alla detenzione del 50% delle banche, grazie a Dini (1994) hanno incentivi fiscali per dismetterle, e le perdono se non lo fanno entro  5 anni (1995), con la legge delega Ciampi (1998) il processo legislativo si conclude, con un iter parlamentare di due anni.

La commissione finanze del Senato di allora, presieduta da Gavino Angius (Ds), coadiuvato nelle sue scelte anche da Pinza e Grillo, ha respinto tutti gli emendamenti destinati a rendere le fondazioni di investimento e non solo, holding di partecipazioni. L’ultimo stadio è rappresentato dal rendere legge solo il fatto che se contengono il divieto di controllare e di partecipare al controllo di qualsiasi attività economica, gli statuti sarebbero stati approvati dal Tesoro, condizione indispensabile per il riconoscimento dei soggetti privati.

La possibile parità è definitivamente tramontata quando la Corte costituzionale, sconfessando Tremonti, ha stabilito che le fondazioni sono soggetti privati, espressione delle libertà sociali, protette costituzionalmente. I problemi esistono solamente quando le fondazioni controllano le banche perché a quel punto diventa rilevante il fatto che i patrimoni delle fondazioni non siano riconducibili a persone fisiche o giuridiche.

Nel caso in cui il patrimonio della fondazione appartenga alla comunità locale, è naturale, se non doveroso, che siano i politici ad occuparsene visto che sono diretta emanazione della volontà popolare. Ciò che rende la questione nazionale e sistemica è che la fondazione si curi della banca; la responsabilità dei politici di aver votato una legge che non lo vieta; il paradosso però è che è proprio la sua dimensione a renderlo risolvibile.

Quello che non è tollerabile è che attualmente sia proprietaria di Mps la fondazione che ha permesso o non ha saputo evitare le azioni che l’hanno rovinata, a prescindere da possibili rilevanze penali. I nuovi vertici aziendali odiernamente sottostanno ancora ai vecchi proprietari; per scindere quel rapporto, è sufficiente commissariare la banca confermando  i medesimi vertici aziendali, trasformando i bond in equity e diluendo la fondazione. Se questo determinerà problemi alla fondazione sui bilanci, il problema sarà di competenza municipale.

Qualora, invece, avesse conseguenze su eventuali creditori della fondazione, sarà un loro problema manageriale. I politici non sono gli unici finiti sulla graticola per lo scandalo Mps, infatti molte colpe sono state attribuite agli organismi di vigilanza come Consob e Banca d’Italia, anche se le accuse di scarsa vigilanza non sono del tutto fondate visto che l’idea che passa è quella di attendersi troppo da loro. Certo avrebbero un compito più agevole se ci fosse più chiarezza e si capisse chiaramente la proprietà, la distinzione tra problema politico e municipale della fondazione, problema nazionale e finanziario della banca.


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