Cos’è che preoccupa il Corriere della Sera rispetto alle nebbie che si parano davanti in conseguenza della crisi di governo? Lo spread? Il Pil? La disoccupazione? L’Ilva?

Anche, ma non solo. La battaglia annosa di Sergio Rizzo contro le province campeggia, come d’abitudine, anche questa volta. Come se l’arresto ad un processo di riordino talmente mal congegnato e dissennato che lo stesso Governo afferma, nel suo studio inviato in Parlamento per incitare alla conversione del d.l. 188/2012 (e fare contento lo strepitante Patroni Griffi), fosse determinante ai fini dei problemi italiani.

Rizzo richiama le questioni trite e ritrite, affermate mille volte, nel cieco e populistico ruolo di censore della spesa pubblica.


Nel suo intervento sul Corriere del 10 dicembre 2012, Rizzo richiama il rischio che la mancata conversione del decreto “costerà 500 milioni l’anno: tanto, dice il ministro Piero Giarda, sarebbe il risparmio dovuto all’accorpamento delle province”. E si lancia il solito messaggio: le province “costano”.

Ci sarebbe da osservare, in primo luogo, che da sempre Rizzo ed epigoni affermano che intervenendo sulle province, si sarebbero risparmiati 12,5 miliardi, cioè la spesa che esse movimentanto.

Ovviamente le cose non stanno affatto in quel modo. Il volume della spesa è tale, perché le province svolgono funzioni che solo ora il Ministro Patroni Griffi scopre essere fondamentali e necessarie. Se si abolissero le province, le funzioni andrebbero spostate verso altri enti e il volume della spesa sostanzialmente non diminuirebbe.

Ma, si potrebbe obiettare, il Ministro Giarda ha appunto confermato che con gli accorpamenti comunque si ottiene un bel risparmio.

E’ il caso di legge con molta attenzione lo studio elaborato dal Ministro Giarda, intitolato “Quanti risparmi dalla riorganizzazione delle province ?”, specie nelle sue conclusioni. Lo studio costruisce tutta la stima non sulla natura delle spese, su cosa le province fanno e, di conseguenza, su quanto spendono (a conferma che il Governo non sa cosa le province facciano, cosa molto più grave della carenza di informazioni, in proposito, della stampa e dei media), ma sul rapporto tra spesa e popolazione residente. Un errore contabile e di prospettiva clamoroso. Le province, per esempio, dedicano molta spesa alla manutenzione delle strade. La popolazione residente non ha alcuna relazione con questa voce di spesa, influenzata, invece, dai chilometri della rete e dall’orografia.

Si tratta, dunque, di uno studio che definire approssimativo e totalmente sganciato dalla realtà finanziaria e contabile è ancora molto eufemistico. Tanto è vero che così lo stesso studio chiude: “L’esercizio presentato è molto astratto e prescinde dalle valutazioni di natura organizzativa che sarebbero necessarie per stime aventi precisi riflessi finanziari; per la difficoltà di tali valutazioni è da notare che il decreto non associa risparmi di spesa (né le possibili conseguenti riduzioni dei trasferimenti) all’accorpamento.

Le stime del modello affrontano solo la questione delle diseconomie di scala associate alle piccole dimensioni ed indicano che le piccole dimensioni incorporano maggiori costi ai quali non corrispondono necessariamente maggiori servizi”.

Affermare, pertanto, che la mancata conversione del decreto 188/2012 farebbe perdere un risparmio, completamente campato in aria, di 500 milioni l’anno è solo disinformazione e propaganda.

Tanto lo studio del Ministro Giarda non ha alcun serio fondamento, che nel bilancio dello Stato non è previsto un solo centesimo di risparmio dalla manovra sulle province.

Sarebbe il caso che la stampa generalista, ma soprattutto Governo e Parlamento affrontassero il tema del riordino istituzionale, certamente opportuno e necessario, senza indulgere ai puntigli degli opinion leader o ai facili populismi, messi in ridicolo da Petrolini col suo Nerone, per evitare che siano Governo e Parlamento a bruciare la città.


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