Domani la Consulta si pronuncerà sulla costituzionalità della mediazione civile obbligatoria. Al centro della causa l’ordinanza del Tar Lazio del 12 aprile 2011 che rimette la questione alla Corte Costituzionale dopo il ricorso proposto dall’Unione delle Camere civili, dall’Oua e da altri organismi forensi, senza dimenticare, tuttavia, l’ordinanza del giudice di pace di Catanzaro del primo settembre 2011. Quello della mediazione civile obbligatoria è un tema molto controverso, su cui non mancano pareri contrastanti.

Il presidente dell’Oua (Organismo Unitario Avvocatura) Maurizio De Tilla ritiene la mediazione civile obbligatoria un vero e proprio fallimento, infatti ha dichiarato “La media conciliazione obbligatoria è fallita. Dopo otto mesi dalla sua entrata in vigore non sono più di tremila le conciliazioni effettivamente realizzate con la procedura di obbligatorietà. E in queste vanno comprese le controversie che le parti assistite dagli avvocati avevano già conciliato e sono andate davanti al mediatore per ottenere un titolo esecutivo”.

 Ma il fallimento della media conciliazione obbligatoriaha poi proseguito De Tilla –  è tanto più grave in quanto si sono spese somme iperboliche (con grandi speculazioni) per formare mediatori (senza lavoro), insediare camere di conciliazione pubbliche e private (queste ultime sono più di quattrocento con qualificazione giuridica di società di capitali), alle quali si aggiungono forti costi di accesso alle procedure per le materie dei diritti reali, delle successioni, delle divisioni, della responsabilità medica”.


Di tutt’ altro avviso, invece, la presidentessa dell’ Apm (avvocati per la Mediazione) Lorenza Morello che ha replicato duramente a quanto dichiarato dal presidente De Tilla. Secondo la Morello, De Tilla sarebbe così polemico sulla mediazione perché è “Difficile per un re vedere finire il proprio regno, questo è umanamente comprensibile e storicamente noto, ma al popolo che non ha il pane l’OUA risponde “date loro le brioches” e questo è inaccettabile”.

La presidentessa, poi, ha rinsaldato le sue tesi facendo il punto della situazione partendo dalla Circolare del ministero della Giustizia del 20 dicembre, nella quale si annotano i provvedimenti presi durante l’anno; Tirocinio assistito, l ’obbligo riguardante solo i mediatori già iscritti, la partecipazione comporta solo la presenza senza compimento di ulteriore attività che riguardi l’esecuzione di attività proprie del mediatore titolare del procedimento, è ritenuta partecipazione valida anche la sola presenza  ad una singola fase del procedimento di mediazione, costituisce partecipazione valida, tenuto conto del limitato numero di mediazioni concluse con la partecipazione della controparte, anche la sola presenza alla fase di redazione del verbale negativo per mancata partecipazione della controparte, la determinazione del numero dei mediatori in tirocinio che possono essere presenti di volta in volta è lasciata alla valutazione del responsabile dell’organismo, che terrà conto della natura dell’affare di mediazione e della propria capacità organizzativa e strutturale.

“Nonostante la crociata anti conciliazione da parte di esponenti dell’avvocatura”, prosegue la Presidente dell’Apm, “il Ministero della giustizia tiene la barra dritta sull’ utilizzo della mediazione civile e commerciale”. “L’emergenza dell’arretrato del contenzioso civile e le ristrettezze ogni anno più acute nelle disponibilità finanziarie pubbliche, nonché la crisi economica e finanziaria- ha concluso la Morello – sono tali che il ricorso alla mediazione civile debba essere effettuato: è l’unico modo per riportare gli investitori nel nostro Paese e garantire a tutti una giustizia realmente efficiente”.


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6 COMMENTI

  1. Mentre sono chiari i vantaggi che potrebbero derivare e derivano tuttora dall’adozione della mediazione civile (risparmio di tempo, di costo…) per il cliente, gli svantaggi sembrano molto più opachi ed incerti.

    Tuttavia, queste valutazioni avrebbero dovuto esser approfondite prima dell’introduzione della figura del mediatore. Adesso stiamo minando, ancora una volta, la credibilità del nostro ordinamento giuridico.

    Saluti,
    Stefano

  2. […] vanta tanti sostenitori quanti detrattori, sono molte le associazioni contro la mediazione, l’Oua di De Tilla in testa, come sono altrettante quelle a favore, l’Apm presieduta dalla Morello, su […]

  3. […] vanta tanti sostenitori quanti detrattori, sono molte le associazioni contro la mediazione, l’Oua di De Tilla in testa, come sono altrettante quelle a favore, l’Apm presieduta dalla Morello, su […]

  4. […] contrastanti, dunque, che riflettono i pareri tutt’altro che univoci emersi negli ultimi mesi sulla questione della mediazione civile […]

  5. mi spiace usare termini popco ortodossi: la mediazione obbligatoria è la più colossale boiata utile solo a fini speculativi di organizzazioni che si sono gettate a capifitto vedendo un affare. Manca la compatezza degli avvocati come al solito e in più sono contrari molti troppi giudici miopi manefreghisti ed altro.-ultima perla: uno mi ha mandato in mediazione in un caso di licenza di finita locazione e in un altro caso di detenzione senza titolo.

  6. In tempi come questi, dopo le piccole vicende locali sulla geografia giudiziaria, e in attesa delle grandi questioni nazionali su mediazione, riforma professionale e congresso nazionale forense, viene da domandarsi su quale sia o debba essere il ruolo del professionista avvocato nella società, una riflessione/tagliando che l’avvocatura fece nel 2005 a Napoli in una conferenza nazionale in cui mi trovai ad essere relatore di sintesi, ragion per cui mi ritengo tenuto a questa riflessione oggi, che quell’indirizzo assai saldo ed equilibrato tra tradizione e innovazione mi pare appannato, se non smarrito.
    Gli anni 90 hanno segnato l’inizio visibile della fine dello stato nazionale welfare, madre e nutrice dei suoi cittadini.
    Le ragioni sono molteplici, ma le possiamo qui sintetizzare nel fatto che il combinato effetto dei trattati UE (da Maastricht a Lisbona), della globalizzazione economica e della rivoluzione digitale, ha trasformato le comunità da aggregati tendenzialmente chiusi e organizzati su base nazionale in società transnazionali aperte, con un’insanabile e crescente asimmetria tra cittadini e utenti che ha rotto l’equilibrio che aveva consentito la socializzazione di molti servizi e funzioni attraverso la fiscalizzazione dei loro costi, finanziati dalle imposte applicate ai propri cittadini.
    In altre parole: se tutti o molti usufruiscono del servizio, ma solo pochi sono tenuti a pagarlo, il costo per costoro è crescente, sino a diventare insostenibile.
    Questo ovviamente vale tanto per i trasporti quanto per la giurisdizione o la pubblica sicurezza (se la gran parte dei detenuti è formata da stranieri senza reddito, è chiaro che quel costo viene sostenuto solo dai cittadini che producono un reddito; se il costo sociale di un processo avanti al giudice di pace fosse di 1.000 euro, le parti ne sosterrebbero solo un centinaio, i restanti 900 verrebbero dall’erario; ma se la controparte è straniera che non produce un reddito tassato o tassabile in Italia, essa non contribuirebbe in alcun modo a quei 900 €).
    Tale fenomeno, peraltro non compiutamente compreso dai governi nelle sue dinamiche macroeconomiche, ha indotto ad aumentare il contributo richiesto alle parti per i processi e dall’altro all’incentivazione della fuga dal processo statale, attraverso la previsione e promozione di strumenti ad esso alternativi (mediazione, conciliazione, arbitrato).
    Con essi, in particolare, si è chiesto alle comunità intermedie (territoriali, come gli enti locali, o professionali, come gli ordini, o commerciali, come le CCIAA) di farsi carico di un onere sociale divenuto insostenibile per lo stato centrale.
    Questo quadro ci sta restituendo una struttura sociale non più centralizzata e organizzata in modo rigidamente gerarchico, com’era lo stato moderno in cui il welfare è nato si è modellato, ma piuttosto “leggera” o “a rete”, più simile alla società antecedente la nascita degli stati moderni, cioè quella medioevale, in cui non esisteva il principio di cittadinanza, quanto quello di appartenenza, che si sostanziava in aggregazioni “tra eguali” uniti da una regola comune e legati da un giuramento ad osservarla (ordini, confraternite, ecc,) le quali negoziavano tra loro patti e relazioni di cui l’autorità sovrana era testimone e garante, per esempio attraverso il riconoscimento degli statuti municipali.
    Questo ha ben a che fare con i professionisti costituiti in ordini, i quali giurano di osservare una regola comune, che, se violata, produce l’esclusione dalla comunità e l’inibizione all’esercizio della professione.
    Ci si può forse domandare perché proprio lo stato borghese napoleonico nato dalla rivoluzione dell’89 abbia inteso riesumare o mantenere una forma istituzionale propria dell’ancient regime.
    La risposta, semplificata al massimo, è che i professionisti sono depositari in materie sensibili, di una conoscenza specifica e tipica, che, se non ben regimentata e indirizzata, può fare danni gravi a chi di quella materia non ha piena padronanza.
    Sembra una banalità, ma solo un avvocato può davvero insegnare come si fa l’avvocato, e perciò se occorre che essi siano sottoposti a regole speciali, inevitabilmente solo loro possono indicarle nel dettaglio.
    Questo è appunto il concetto di deontologia: una regola speciale e diversa, di solito più stringente rispetto alle condotte dei comuni cittadini.
    In questo senso il professionista ha assunto, nello stato moderno, una funzione analoga a quella del cavaliere nella società medievale, e anzi a ben guardare, nella sostanza il giuramento dell’avvocato, per esempio richiama quello del cavaliere “mantenersi fedele alla parola data, proteggere i deboli, le vedove e gli orfani, combattere l’ingiustizia…” usque ad effusionem sanguinis.
    Coraggio e generosità sono infatti qualità richieste, anzi, attese, dovute, dal professionista, il quale se non antepone l’interesse dell’assistito al proprio personale interesse è considerato corrotto, un fellone. Il cavaliere indegno veniva condotto sulla piazza principale della città da un corteo di cavalieri vestiti a lutto.
    Ogni tanto il corteo si fermava e un araldo proclamava ad alta voce il crimine commesso. Giunti sul luogo della cerimonia, il reo veniva posto su un cavallo di legno dove gli si toglievano, uno ad uno, tutti i pezzi dell’armatura dinanzi al popolo riunito, che lo copriva di scherno.
    Il lutto dei cavalieri atteneva al disonore che il cavaliere fellone aveva gettato sulla loro comunità infrangendo la fede che le altre comunità municipali avevano in quella cavalleresca, cioè infrangendo la pubblica fede.
    Non è difficile riconoscere in ciò il procedimento mosso dagli ordini verso i propri appartenenti infedeli alla regola ordinistica.
    Gli ordini professionali quindi nascono come garanti necessari verso la società e lo stato della speciale correttezza e competenza dei propri componenti, che ne costituisce “l’onore” collettivo, la pubblica fede, esattamente come collettivo, in quanto prova di inaffidabilità, è il discredito gettato sulla categoria dal professionista infedele o corrotto.
    E oggi, oggi che la massimizzazione del profitto è il vangelo della società globalizzata, che senso ha parlare di “onore collettivo”, fede pubblica, rispetto a una categoria che è inequivocabilmente sul piano socioeconomico una categoria di lavoratori autonomi titolari di aziende di servizi intellettuali, per quanto particolarmente qualificati?
    Il punto sta sempre in quel particolarmente qualificati, che determina l’asimmetria con la concreta possibilità del cliente di distinguere il corretto dal cialtrone e scegliere consapevolmente.
    Non resta quindi che individuare ed espellere i cialtroni, e quest’onere tocca in primo luogo a chi prima e più di tutti sa quali siano gli obblighi e le tecniche del mestiere: i suoi colleghi.
    Per questo oggi che lo stato, arretrando e cedendo sovranità, ha l’oggettiva necessità di devolvere funzioni alla responsabilità dei corpi sociali intermedi, il professionista, l’avvocato, deve riconoscere ed assumersi la conseguente responsabilità sociale e, fermo restando la legittimità all’equo compenso della sua opera, cessare di rappresentarsi come un cavaliere mercenario al soldo del suo cliente per qualunque guerra questi intenda ingaggiare, ma farsi pacificatore sociale, mantenendo la parola, proteggendo i deboli, impedendo l’ingiustizia.
    Comprendendo, soprattutto, che ciò non è contraddittorio con la funzione difensiva degli interessi del cliente: infatti solo soluzioni giuste perché eque ed equilibrate e quindi stabili possono davvero tutelare tali interessi.
    Una sentenza vantaggiosa ma ingiusta, sarà vittoriosa sulla carta, ma assai più difficile da eseguire di una equa.
    Solo l’acquisizione di una coscienza siffatta può consentire all’avvocatura di recuperare un ruolo sociale fuori e a prescindere dal processo e dal giudice, riscattandosi dal ruolo ancillare in cui l’ha confinata il giustizialismo giuspositivista.
    Il che oggi che il processo al collasso è addirittura questione di sopravvivenza per gli stessi avvocati.
    Impariamo quindi a tornare giureconsulti, a creare lo jus, oltre che interpretare (talvolta male o da felloni) la lex.

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