Il 36,2% dei giovani italiani tra i 15 ed i 24 anni che non studiano è senza lavoro. È l’Istat a scattare questa drammatica fotografia, aggiornata a maggio 2012, che registra il dato più alto di sempre (dall’inizio delle serie storiche mensili, nel gennaio 2004), un nuovo picco di un trend in quasi costante crescita negli ultimi due anni. Ormai più di un giovane su tre, in Italia, è disoccupato, una percentuale ben superiore alla media della Ue a 17 (i Paesi membri dell’Eurozona), che fa registrare il 22,6% della popolazione “attiva” compresa tra i 15 ed i 24 anni – non impegnata in percorsi di studio – senza occupazione.

In lievissima controtendenza, invece, la disoccupazione sul totale della popolazione attiva: in Italia a maggio risulta disoccupato il 10,1%, in calo dello 0,1% rispetto ad aprile 2012, in aumento su base annua (rispetto a maggio 2011) dell’1,9%. La media della disoccupazione dei 17 Paesi dell’area euro è leggermente più elevata di quella italiana, con una percentuale pari all’11,1% (dati Eurostat). Si tratta di circa 18.000 lavoratori occupati in più sul totale, forse un timido segnale di ripresa, dato che si tratta del primo aumento del numero complessivo degli occupati dal febbraio 2011. Tuttavia, come sottolineato dai tecnici dell’Istat, il quadro risulta “sostanzialmente stazionario” ed i valori della disoccupazione “molto elevati”.

È soprattutto nell’ambito della disoccupazione giovanile che in Italia si registrano le maggiori criticità. Peggio di noi nella zona euro, con più di un giovane su due senza lavoro tra i 15 e i 24 anni, solo Spagna e Grecia (con una percentuale astronomica, il 52,1%), che inoltre fanno registrare valori oltre il 20% di senza lavoro sull’intera popolazione attiva. Tra gli Stati che hanno adottato l’euro, prima della classe nel mantenere tassi di disoccupazione giovanile molto limitati si conferma ancora una volta la Germania (con “solo” il 7,9%, garantito da un ben rodato sistema di apprendistato), seguita a ruota dall’Austria (8,3%) e dall’Olanda (9,2%). Questi tre Paesi sono anche quelli con le percentuali più basse di disoccupazione complessiva.


Si attende, in questo quadro, l’impatto della riforma del mercato del lavoro, che tuttavia necessiterà di essere accompagnata da specifiche politiche anti-cicliche di crescita (e, dunque, di tempo) prima di iniziare ad esplicare in maniera tangibile i suoi effetti.


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