Oscilla tra i 19.000 (18.947, per la precisione) ed i 22.500 il numero dei lavoratori precari accumulati negli enti pubblici della Regione Sicilia nel corso degli anni e che ora, stando alla normativa vigente, rischierebbero di ritrovarsi senza lavoro dal 1o gennaio 2013.

Un esercito di persone che, rassicurato per anni con la promessa che, presto o tardi, una qualche forma di stabilizzazione sarebbe arrivata, ora chiede – giustamente – garanzie e certezze sul proprio futuro. Ma è la risposta che sta cercando di dare il Parlamento siciliano ad apparire inadeguata, con il tentativo di far passare la loro assunzione senza i concorsi pubblici.

Non si è però fatta attendere l’impugnativa del commissario dello Stato Carmelo Aronica, che ha fermato il provvedimento di assunzione predisposto dal Parlamento regionale della Sicilia per inammissibilità in ordine ai contenuti (mancato rispetto delle norme di finanza pubblica) e, soprattutto, relativamente al merito: per essere assunti in una amministrazione pubblica sono, infatti, necessari i concorsi. Il commissario ha anche rilevato una violazione dell’articolo 3 della Costituzione.


La Regione Sicilia è intervenuta in extremis con la cosiddetta “legge voto”, votata da Palazzo dei Normanni (la sede dell’Assemblea regionale siciliana), che consentirebbe di prendere tempo fino alla fine del 2014. Tale legge, infatti, permetterebbe la permanenza dei precari nelle attuali sedi di lavoro, tramite una proroga della normativa nazionale ed in particolare dei commi 10, 11 e 12 dell’articolo 17 del decreto legislativo 78/2009, relativo ai percorsi di stabilizzazione del personale, con il superamento dei vincoli di finanza pubblica dettati dal Patto di Stabilità.

Tuttavia, sui precari della Pubblica Amministrazione siciliana grava la concreta possibilità che il Parlamento italiano non approvi la “legge voto”. In quest’ultimo caso, infatti, non sarebbero più consentite proroghe, in applicazione di norme nazionali (presenti nelle leggi 102/2009 e 122/2010). In particolare, due dettami mettono a rischio il futuro dei lavoratori precari della P.A. dell’isola: 1) il termine perentorio per cui la stabilizzazione deve avvenire entro il 31 dicembre 2012 e 2) il vincolo che fa divieto agli Enti locali in cui l’incidenza delle spese per il personale sia pari o superiore al 40% delle spese correnti di procedere all’assunzione di personale “a qualsiasi titolo”.

Questa vicenda rappresenta l’ultima clamorosa manifestazione del “gigantismo” che caratterizza l’amministrazione pubblica dell’isola dove, purtroppo, da lungo tempo il settore pubblico è stato considerato alla stregua di un bacino di voti a cui rifornirsi in vista di ogni tornata elettorale. Situazione che sicuramente non è tipica della sola Sicilia, ma che nell’isola assume proporzioni particolarmente elevate. Ora si prospetta lo spettro della disoccupazione per chi fino ad oggi ha lavorato in condizioni precarie: questi sono i risultati di una politica poco lungimirante, fatta di promesse che non hanno le necessarie basi per poter essere mantenute e che ingenerano solo inutili (e pericolose) illusioni.



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1 COOMENTO

  1. Con l’approvazione di tale disegno di legge-voto l’ARS impegna il Parlamento Nazionale a fare proprie le disposizioni di legge ivi contenute così derogando a tre normative finanziarie statali che ostano sia alla stabilizzazione che alla semplice proroga dei contratti dei lavoratori a tempo determinato degli enti locali. Tuttavia, secondo questa impostazione voluta dai parlamentari siciliani, anche attraverso una decisa intransigenza verso un emendamento che avevo suggerito ad almeno 15 Deputati, restano fuori tutti i lavoratori in servizio presso gli enti locali della Sicilia che hanno sforato il patto di stabilità. In questo modo dopo una prima discriminazione tra contrattisti dell’Amministrazione Regionale e contrattisti degli Enti Locali operata due anni addietro, la Regione promuove un ulteriore discriminazione tra i medesimi lavoratori contrattisti (circa 18.500) in servizio presso gli enti locali. Pertanto ai lavoratori di serie”A” (regionali) ed ai lavoratori di serie “B” (enti locali) la Regione pensa di individuare anche i lavoratori di serie “C” (gli sforati). L’impegno di alcuni Deputati, che certamente si sono distinti tra i tanti colleghi particolarmente distratti sull’argomento, non è bastato a scongiurare questa triste ipotesi. Mi auguro che il Parlamento Nazionale, che non è affatto obbligato ad approvare integralmente la legge voto dell’ARS, possa rimediare a tale manifesta discriminazione tra lavoratori figli della stessa storia.

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