Una recente decisione, n.925 del 14 aprile 2012, del Tribunale di Rimini, fa riflettere sui rapporti, talvolta confliggenti, tra legge e burocrazia.

Può una buona legge diventare inutile e anche dannosa se messa in mano a cattivi funzionari?

Sì, certo che può. Ed è per questo che a giudicare per la forma, e senza considerare le ragioni del cuore, si fa il maggiore torto alla libertà senza la quale non può esservi giustizia.

 Il d.lgs. n.286 del 1998 richiede, quale presupposto per il rilascio del permesso per coesione familiare, la convivenza effettiva tra i coniugi. Il Questore di Rimini ha rifiutato la richiesta di rilascio della carta di soggiorno a un brasiliano sposato con una donna italiana, perché, da indagini effettuate, risultava che aveva contratto matrimonio al solo fine di ottenere il titolo di soggiorno. A sostegno del diniego la questura ha tirato in ballo, non solo fatti risalenti estranei al matrimonio, ma, e questo desta raccapriccio, circostanze che riguardano la sfera personale dei coniugi e i loro gusti sessuali.

Il Tribunale di Rimini, accertata, attraverso prove testimoniali, l’effettiva convivenza e ritenute irrilevanti le circostanze dedotte dall’Amministrazione, ha dichiarato illegittimo il decreto di rifiuto della carta di soggiorno per familiare cittadino Ue, emesso dal Questore di Rimini. Il Giudice, dott. Susanna Zavaglia, ha escluso, nel contrario avviso espresso dall’Amministrazione, che il pubblico, proprio perché pubblico, possa fare il guardone del privato.

A meno che, ma questo vale per tutti i matrimoni, non bisogna pensare che “essendo il matrimonio, di tutte le cose serie, la più buffonesca” si possa mettere il dito tra moglie e marito.

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