“L’incontro è andato bene. Sono stati sciolti tutti i nodi”. Con queste parole il presidente del Consiglio Mario Monti poco prima della mezzanotte ha commentato dopo l’incontro con i segretari dei partiti della maggioranza, convocato per trovare un accordo sulla riforma del mercato del lavoro, alla presenza del ministro del Welfare Elsa Fornero.  “Abbiamo detto le nostre cose, le cose che dovevamo dire. Ora il governo deciderà'”, ha commentato il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani. In nottata un comunicato di palazzo Chigi spiegava  che il senso dell’intesa si condensa nell’intenzione di sviluppare un Iter veloce in Parlamento.  “Il presidente del Consiglio Mario Monti ha incontrato gli onorevoli Angelino Alfano, Pierluigi Bersani e Pier Ferdinando Casini. Erano presenti il Ministro Elsa Fornero, il Vice-Ministro Vittorio Grilli e il Sottosegretario Antonio Catricala'”, si legge nella nota. “Si è proceduto  ad un confronto sulla riforma del mercato del lavoro approvata in Consiglio dei Ministri dopo consultazione delle parti sociali”. “Il termine della discussione, che ha avuto esito positivo, il Governo e i leader delle forze politiche di maggioranza si sono impegnati per un iter di approvazione efficace e tempestivo della riforma in Parlamento”, conclude il comunicato.

La proposta di mediazione su cui ieri si è discusso e che potrebbe a questo punto entrare nel disegno di legge in fase di completamento di stesura, prevederebbe il rafforzamento del ruolo della commissione di conciliazione tra azienda e sindacati in cui è possibile il ricorso al giudice solo in seconda battuta. L’onere della prova tornerebbe a carico del datore di lavoro. Tra le ipotesi, quella secondo cui se il giudice ritiene che ci sia stato un abuso nella scelta del licenziamento economico egli potrà stabilire il reintegro. Resterebbe in altre parole l’istituto del licenziamento economico (e il non reintegro), anche se alla luce di quanto visto verrebbe ridotta la possibilità di applicare questa norma. – “Vedremo il testo prima di dare un giudizio meditato ma l’unica soluzione per far sì che questa riforma potesse essere approvata in Parlamento era che facessero un compromesso quindi da questo punto di vista è una notizia apprezzabile”, chiosa il leader della Uil, Luigi Angeletti. Mentre all’attivo della Cgil a Cremona  il segretario generale, Susanna Camusso, mantiene la linea della fermezza e dice: “Se, come temiamo, nel ddl non verrà previsto il reintegro nel caso di licenziamenti illegittimi, continueremo le iniziative di protesta”.

Fortunato Laurendi


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  1. Sciolti tutti i nodi? Un bel niente! Ripropongo qui di seguito un passo stralciato da un mio vecchio intervento sulla questione art. 18, nel quale mettevo in guardia -per primo e non da ora- sul vero nodo della pasticciata modifica, che risulta in realtà inapplicabile sul piano giuridico:
    E poi, Ichino e i suoi seguaci dovrebbero spiegare che cosa vuol dire che il reintegro nel posto di lavoro previsto dall’art. 18 non si dovrà più applicare, con la riforma della norma, ai licenziamenti per ragioni economiche. La cosa non ha infatti alcun senso già sul piano logico ed un minimo di onestà di ragionamento dovrebbe condurre a riconoscere il maldestro inganno su cui poggia la tesi: se, come dovrebbe essere ovvio, il reintegro è la conseguenza per il licenziamento nullo/inefficace -e non certo per il licenziamento, anche determinato da ragioni economiche, che sia legittimo per la presenza di tutti i requisiti di legge- i casi sono due: o il licenziamento è appunto legittimo, e allora nulla quaestio di reintegro si pone (il reintegro, già ora coll’attuale normativa, comunque non spetta), oppure il licenziamento è nullo -cioè difettano le pretese ragioni economiche-, e allora non di licenziamento per ragioni economiche si tratta, e dunque l’ipotizzata esclusione del reintegro sarebbe automaticamente inapplicabile! A meno che la proposta norma riformatrice dell’art. 18, in qualche maniera, non dica che, per far scattare detta esclusione, sia sufficiente la mera dichiarazione del datore di lavoro che autocertifichi che il licenziamento è dovuto a ragioni economiche! Ed a questo che probabilmente pensano Ichino & C. quando dicono che il datore di lavoro deve poter licenziare liberamente per ragioni economiche e organizzative anche solo prospettate sulla base di previsioni di future situazioni di crisi, difficoltà ecc., e non solo per quelle attuali (oggi richieste): come dire, insomma, che sarà sufficiente che il datore di lavoro dichiari di prevedere, secondo sue inevitabilmente soggettive e comunque non dimostrabili analisi (sbagliano le previsioni i prof, figuriamoci quelli che prof non sono!), che tra qualche anno avrà qualche problema economico, per mandare a casa, già da subito e senza tante difficoltà, un pò di dipendenti. Poi, se in seguito le sue previsioni economiche si rivelino sbagliate o, addirittura, se venga accertato (dal giudice) che, in realtà, il licenziamento non è stato determinato da obbiettive ragioni economiche, ma da motivi soggettivi (licenziamento ontologicamente disciplinare, di rappresaglia, persino discriminatorio o comunque determinato da motivo illecito), pace: il lavoratore licenziato non avrà comunque diritto al reintegro nel suo posto di lavoro (ma solo ad un indennizzo) e il datore di lavoro avrà, senza alcuna difficoltà, raggiunto il suo scopo di liberarsi del lavoratore. E magari si pensa pure –tutto è possibile sulla strada del sistematico annientamento dei principi giuridici e dell’affermazione dello Stato farwest- ad una norma che preveda -come prevedeva ad esempio quella, contenuta nella prima manovra Berlusconi (e poi fortunatamente stralciata), che intendeva scippare ai docenti precari della scuola statale il diritto di ricorrere al giudice- una sostanziale non impugnabilità del licenziamento! Già attualmente il motivo “economico” è largamente utilizzato dalle aziende quale “ordinario” escamotage -camuffante il vero dissimulato motivo illecito- per liberarsi di dipendenti (magari scomodi), figuriamoci cosa succederà se passa la proposta “riforma” (venendo meno l’effetto deterrente dell’obbligo di reintegro, il giochino diventerà ancora più semplice: i datori di lavoro -è da scommetterci- giustificheranno il licenziamento solo e sempre con motivi economici, atteso che, in questa maniera, anche nel caso di riconosciuta sua illegittimità, la conseguenza sarebbe esclusivamente il pagamento dell’indennizzo)…. Quanto agli effetti di una simile riforma, propagandata dai suoi sostenitori (Monti compreso) compreso) quale panacea di tutti i mali dell’Italia e che favorirebbe la crescita del Paese, l’occupazione, la produttività, gli investimenti esteri, ecc., il meno che si possa dire –e va detto- che trattasi di mere “prof-ezie” (dei prof-economisti), indimostrate e tutte da dimostrare. Mentre, non difficili da prevedere, già da ora, appaiono gli effetti negativi connessi ad un consistente aumento della conflittualità sociale, rinfocolata dal ritorno ad un sistema da “padrone delle ferriere” titolare di un potere assoluto sui dipendenti (in sostanza licenziabili ad nutum e perciò facilmente sfruttabili e ricattabili), e del contenzioso giudiziario, che intaserebbe, ancor di più di quanto non succeda oggi, le aule dei tribunali, chiamati a pronunciarsi sulla legittimità e sui limiti della nuova norma che violerebbe principi generali dell’ordinamento –espressamente richiamati e ribaditi anche dalle nuove disposizioni recentemente introdotte dalla L. 4.11.2010 n. 183 (art. 30) in materia di cause di lavoro- quali, oltre a quelli più sopra richiamati, quello della stabilità del rapporto (Cost., artt. 4 e 36), quello di correttezza e buona fede (artt. 1175 e 1375 c.c.), quello della giustificatezza della causa e della causa quale elemento essenziale del negozio giuridico (art. 1418 c.c.,), quello del favor prestatoris quale parte debole del rapporto, e che risulterebbe in contrasto con la generale tendenza del nostro ordinamento a rafforzare la giuridica tutela di prioritari interessi coinvolti nel contratto mediante la progressiva riduzione delle ipotesi di recedibilità a-causale e il correlativo aumento delle ipotesi di recedibilità causale. Contenzioso che non sfuggirebbe neanche al vaglio della stessa Corte Costituzionale, la quale, come avverte Michele Ainis, ha più volte ribadito l’irrevocabilità dello statuto dei diritti sociali, per loro stessa natura progressivi, ed il sostanziale divieto di regressione delle tutele costituzionali acquisite, nel caso di specie giustificate dall’esigenza sociale di porre rimedio allo squilibrio tra le parti del rapporto in cui quella più debole (il lavoratore), in assenza di dette tutele, sarebbe facilmente soggetta ad abusi e prevaricazione.

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