Il titolo del romanzo di Georges Simenon “Corte d’Assise”, pubblicato da Adelphi nel 2010 e scritto dall’autore nel 1937 in Italia (lo elaborò nell’agosto di quell’anno a un tavolino dell’Hotel Verbano, sull’Isola dei Pescatori del Lago Maggiore), inganna un po’ il lettore.

Tutta la prima parte, infatti, non è processuale, bensì è una raffinata descrizione delle fantasiose attività un balordo che vorrebbe essere un vero gangster – a livello dei migliori marsigliesi! – ma che, in realtà, si limita a vivacchiare e cerca di trascorrere le giornate sognando grandi colpi senza però riuscire a scollarsi dalla mediocrità.

Petit Louis, questo il nome dell’aspirante gangster, frequenta soggetti di dubbia reputazione (e identità), tra cui sedicenti contesse e vari mascalzoni; si pensi che la pubblicazione fu ritardata, in Francia, perché la trama fu tacciata di dubbia moralità.


La storia e la prospettiva cambiano, come spesso accade nei romanzi di Simenon, quando questo mezzo gangster si trova stritolato dal meccanismo implacabile della giustizia, implacabile soprattutto nel momento in cui viene accusato e processato per un delitto che sostiene di non aver commesso.

La prima parte del romanzo, come si diceva, è poco legale ma molto vivace, e narra degli intrallazzi di questo piccolo malavitoso tra Le Lavandou, Nizza e altre località turistiche della zona. Le sue giornate si spengono in maniera abbastanza monotona: qualche piccola truffa, la ricerca di una camera gratis per dormire o di qualche contatto importante da sfruttare o da derubare, la preparazione di qualche intrigo per guadagnare soldi e un po’ di chiacchiere con “colleghi”.

Proprio le chiacchiere, tra le altre cose, creeranno non pochi problemi a Petit Louis il quale, nella seconda parte del libro, sarà costretto a riprendere il suo nome vero, Petit Bert, e si troverà al cospetto della macchina della giustizia, circondato da avvocati e giudici e pronto, ma non troppo, a fronteggiare un vero incubo: omicidio, furto, truffa, falso in atto privato e altri vari reati.

Il romanzo è molto bello e, soprattutto, è di diversi “colori”.

Da un lato c’è il malvivente che non fa nulla per essere simpatico al lettore ma che è, in un certo senso, “vestito”, si muove a suo agio negli ambienti che ben conosce, tra i colori, i ristoranti, i bar, le tresche e le amanti. È, per molti versi, un fallito, ma nel suo ambiente si sente protetto. A suo agio.

Poi, improvvisamente, il protagonista diventa “nudo” quando si trova a dover fronteggiare un ambiente oscuro e più grande di lui, fatto di articoli di giornali, lettere, giudici istruttori, deposizioni e aule di tribunale.

Questo cambio costante di registro rende l’opera molto piacevole; non è un giallo tradizionale, è più un viaggio nella personalità di questo strano individuo, ma condotto con indubbia maestria.


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