In clima di riforme e liberalizzazioni, è chiaro che si ricominci a parlare del problema dell’accesso alla professione forense. Rappresentanti degli Ordini, associazioni degli avvocati e persino dei consumatori, numeri alla mano, ripropongono il vecchio discorso dei troppi iscritti all’albo degli avvocati. Le cifre ormai sono note così come il confronto tra gli avvocati di Milano e quelli di tutta la Francia: il copione si ripete.

Siamo troppi. Anzi, sono troppi. Perché ovviamente nessuno di noi ritiene di essere in eccesso. Così, dopo aver escluso che i titolati possano appendere la toga al chiodo, si guarda a chi il titolo ancora non ce l’ha. In nome, stavolta, della professionalità, si auspica un esame più selettivo che diminuirà anche il numero di avvocati nei tribunali.

Sarà che io lo ricordo ancora molto bene, sarà che continuo a confrontarmi con chi lo sta preparando o è all’ennesimo tentativo, ma l’esame di avvocato lo ritengo molto selettivo. Del resto basterebbe guardare alle percentuali di abilitati o sentire anche la “campana” di chi sta provando a superarlo per capire che non è poi una passeggiata. Io l’ho fatto.


Francesco (nome di fantasia) è un mio amico. Lo conosco personalmente e posso dire che è un ragazzo preparato, brillante e anche simpatico! Francesco è anche molto onesto: viene dal sud Italia e, in particolare, da una di quelle zone in cui l’esame, diciamo così, può essere meno “selettivo”; ma vive a Milano e ha deciso di non sfruttare le sue origini. Così è la terza volta che ci prova.

Gli ho chiesto di raccontarmi che cosa fosse successo nei tre giorni di scritti, per capire se ancora oggi potevano essere riscontrate le stesse mancanze degli anni addietro e focalizzare il problema. La risposta che ho avuto è stata la dimostrazione che l’esame di avvocato, pur svolgendosi a livello nazionale sulla base delle medesime direttive, è caratterizzato da un grado di discrezionalità che ne mina profondamente la serietà e la correttezza.

Per dire ciò non è nemmeno necessario guardare al giorno dell’esame.

Giorno consegna codici.

Mi presento alla fiera di Milano, polo di Rho, alle 17,30. La chiusura delle consegne è alle 18,30 ma mi avevano avvertito che prima c’era troppa fila. Appena arrivato mi accorgo che qualcosa non va. I controlli sono effettuati in due zone diverse: in una la fila scorre veloce e i tavoli sono completamente vuoti; nell’altra, la mia, le operazioni vanno a rilento e i tavoli sono pieni di codici bloccati all’ingresso.

Dopo la battuta infelice del commissario – “La avverto che da domani si faranno controlli a campione” – e la mia risposta – “Mi sembra giusto e non ho nulla da nascondere” – apro il trolley e iniziano i problemi.

Non vogliono farmi passare i codici di Garofalo e Tramontano annotati con la sola giurisprudenza. Faccio presente che è il terzo anno che mi presento allo scritto e l’anno precedente erano entrati senza problemi. Dopo qualche discussione approvano il testo ma iniziano le discussioni per il codice civile Caringella, sempre annotato con la sola giurisprudenza, concludendo per la non ammissione. Nei due anni precedenti non erano state sollevate eccezioni ma quei commissari non conoscono la casa editrice e, nella mia zona dei controlli, la bloccano. Chiedo delucidazioni e la risposta è “abbiamo trovato una sentenza troppo lunga”!

Mi riporto alla circolare da poco pubblicata sul sito dell’ordine (“Al riguardo il Ministero della Giustizia, nella nota 11/10/2011, esprime il parere che, date le finalità della legge e la natura degli esami di cui trattasi, possa essere consentita la consultazione, da parte dei candidati, di codici corredati dai riferimenti giurisprudenziali attinenti alle singole disposizioni, alla rigorosa condizione, naturalmente, che sia riportato esclusivamente il testo delle sentenze in questione, ancorché ordinate organicamente secondo criteri di logica giuridica. Con esclusione quindi di ogni integrazione esplicativa, illustrativa o esemplificativa”) ma niente da fare. Faccio allora presente che se mi tolgono quel testo io sono senza codice civile, ma mi viene risposto che potevo pensarci prima e comprarmi anche dei codici più noti portandone più d’uno per materia. Faccio presente che non sono molto economici soprattutto considerate le finanze di un praticante, ma non serve a nulla.

Continuano i dibattiti alla ricerca di un motivo o di un altro per non far passare il codice. Un commissario, addirittura, contesta la presenza di una sentenza di merito! Mi scusi, ma non si tratta sempre di giurisprudenza?

Mi arrendo e decido di lasciare il codice all’ingresso chiedendo di poterne portare un altro la mattina seguente dato che ormai è tardi per andare in centro, comprarne un nuovo e consegnarlo in tempo utile.  “Poteva venire alle 15, all’apertura!” – questa la risposta. “Mi avessero permesso di uscire prima dallo studio…” – la mia replica.

A questo punto insisto e chiedo nuovamente delucidazioni. Mi fanno vedere la pagina con la sentenza incriminata che, a loro dire, contiene riferimenti dottrinali. La discrezionalità appunto. Pretendo di averne la certezza. Se ci sono, lascio il codice. Un commissario chiama il suo studio, si fa leggere il testo della sentenza da una banca dati, è identico, il codice entra. Finalmente è finita!

E invece no. Mi tolgono i post-it, nonostante siano passati negli anni scorsi; l’addenda di aggiornamento del codice scaricata on-line e stampata a casa non va bene nonostante sia prassi di alcune case editrici pubblicarla esclusivamente in rete e nonostante non ci siano stati di questi problemi negli anni precedenti…e nemmeno nella fila accanto. Ma rinuncio e sto zitto, chiudo il trolley, ringrazio, saluto e finalmente entro nel padiglione per andare a legare con la catena il trolley pieno di codici al mio banco.

Quello che è successo dopo si immagina: colleghi che raccontano che nell’altra parte dei controlli nemmeno li aprivano i codici, colleghi a cui hanno fatto passare addende stampate a casa identiche alla miaqualcuno che è riuscito ad accedere con una rassegna giurisprudenziali da lui creata; gente con i cellulari e le solite storielle già ampiamente note.

Questo è il terzo anno che ripeto l’esame e ora posso dirlo: passarlo è come fare un terno al lotto.

Nell’esame di abilitazione i ragazzi investono tanto: tempo, fatica, denaro, aspettative e il loro futuro. E si aspettano in cambio serietà e unanimità. Ma come è possibile garantirle a livello nazionale se sembra difficile essere coerenti tra una fila e l’altra di controllo dei codici?

A conclusione del racconto, Francesco mi ha anche inviato due file .pdf delle tracce d’esame. Il Ministero della Giustizia non ha avuto nemmeno l’accortezza – ed il rispetto – di curare la forma: spaziature esagerate, refusi, punteggiatura messa dove capita.

Credo che un esame più serio sia automaticamente un esame più equo, selettivo e gratificante per chi ha il meritoquesto deve essere garantito – di passarlo.

 

 


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10 COMMENTI

  1. Mi sono sempre chiesta se questi commenti servano a qualche cosa o siano un semplice sfogo di rabbia, fatto sta, che di rabbia ne ho accumulata talmente tanta che mi va di scrivere.
    Gentile scrittrice/ore, la testimonianza da Lei raccolta, è solo una delle tante storie che si diffondono sull’intero territorio italiano, ed è anche una delle più lievi. E’ inutile ripetere che percorriamo, inesorabilmente un circolo vizioso, ormai apatico e demotivante. Del resto tutti lo sanno, ma nessuno ha il “potere” o se vogliamo la “libertà” o anche possibilità, di dirlo. Non è un argomento trattato dal punto di vista dell’esaminato.
    Forse un mesetto fa, ho avuto la fortuna di sentire un’intervista di un noto magistrato, che proprio per la sua carriera corredata da buon nome e stima di molti, ha finalmente detto pubblicamente, che la libera professione di avvocato è per pochi eletti ed ha elencato, figli di professionisti, chi ha uno studio a cui potersi affidare, e… .
    Peccato! Non riesco a trovare l’intervista.
    Le cose non si mettono per niente bene, tutto sembra complicarsi ancora di più, è anche possibile che venga approvata quella ancora più selettiva riforma che conosciamo. Quindi da quando sono venuta a sapere dell’ultimo mio risultato, mi sono detta, ma si, dai, confrontati con altri e sfogati, ormai è palese che si tratta di un terno al lotto.
    Continuano a selezionare, dopo che tutti noi, chi più chi meno, ha fatto sacrifici, di spese, di tempo, di vita, lasciandoci sconsolati e privi di fare quello per cui abbiamo studiato. Perché noi, l’esame lo abbiamo già superato! Non vogliono per niente capire, che la selezione, va fatta prima!!! o durante la professione! Troppo spesso si sentono storie di avv. che non meriterebbero per niente tale titolo, perché una delle materie meno perseguite, forse è proprio, il rispetto dell’altro, dimenticando che questa non è solo una professione, ma anche una sorta di “missione”. Io ho intrapreso tale cammino universitario per fare questo, e ora? posso capire l’alternativa di fare il notaio, il magistrato, ma dovresti uscire da una facoltà di giurisprudenza, convinto almeno, che farai l’avvocato, o no?
    Non voglio che siano gli altri a decidere per me! Se non desidero fare l’avvocato, voglio deciderlo io, dopo tanti anni di studio, di buona pratica, molto spesso non pagata, e per molti ma molti, di 6 anni in cui vieni chiamato avvocato da tutti, perché c’ è stato concesso, abbiamo fatto un giuramento solenne e perché in fondo, ci sei, lo fai, ricorsi, citazioni, diffide, istanze, cosa c’è di diverso se non una p. prima di avv.
    Fai pareri dalla mattina alla sera con ottimi risultati, sul vero campo da battaglia ( la vita quotidiana ), dinanzi ai veri esaminatori ( i clienti) fino a che, a fronte di tre giorni massacranti subiti quasi un anno prima, arriva la notizia: ” non ammesso”. Non ammesso! Perché non è finita lì, devi anche subire il supplizio dell’orale, rimetterti sui libri una estate intera, caso mai perturbata da un Caronte, Minosse o chi so io, e Dio solo sa se ne varrà la pena! E poi, arriva il giorno in cui sei esausto, ti senti sconfitto, smetti anche di combattere, ma in fondo… non vuoi dargliela vinta.
    Quante storie ho sentito, quante ne sento e quante ancora ce ne saranno. Mi domando, raccogliere tutte queste vere e disperate storie, impacchettarle ed inviarle tutte ai piani più alti al fine di ingolfargli gli uffici o il pc di e-mail, non potrebbe essere un inizio? Aver ragione, a volte, non serve a nulla. Perdonate il mio sfogo. Ciao

  2. Esami!

    Lettera aperta al Ministro della Giustizia Paola Severino sulla Professione Forense

    Preg.mo Signor Ministro

    grazie al Suo intervento siamo sicuri che cambieranno in meglio diverse cose nel Sistema Giustizia italiano.
    Con la presente lettera noi di Quinto Piano Roma Le chiediamo di intervenire sul problema dell’accesso alla professione forense, in quanto come è noto i meccanismi di ingresso sono basati su logiche che prescindono da un concreto e verificabile accertamento delle capacità ed attitudini dei candidati. Un esame basato su valutazione discrezionale, insindacabile nel merito da parte dei Tribunali Amministrativi Regionali, scevro da obblighi di motivazione e finalizzato a ” falciare ” il numero degli ammessi, a beneficio dei potenti, della massoneria, dei figli di papà e dei potenti è una vergogna che il Legislatore italiano dovrebbe abolire. Chiediamo una prova trasparente, verificabile e idonea. Ci auguriamo che questo Governo si preoccupi di garantire ai praticanti ammessi al patrocinio l’esercizio alla professione, per un lasso di tempo seppure parziale, che superi i 6 anni.
    La preghiamo di leggere questi siti. Grazie per quello che ha fatto finora.

    V Piano

    1
    http://www.lavocedirobinhood.it/Articolo.asp?id=143&titolo=ESAMI%20DI%20AVVOCATO%20A%20MILANO:%20UNA%20FARSA

    2
    http://www.altalex.com/index.php?idnot=7692

    3
    http://www.facebook.com/group.php?gid=46949574565&v=wall#!/group.php?gid=46949574565&v=info

    4
    http://www.malagiustizia.eu/dossier%20malagiustizia.htm

    5
    http://www.praticalegale.it/forense/archivio/ddl7178.htm

  3. Io, quest’anno, dopo 2 (soli) tentativi, ho preferito non sostenere l’esame, perchè non credo più a questa sorta di farsa.

  4. Prima di parlare di meno selettività al Sud sarebbe meglio seguire il celeberrimo detto : “Provare per credere”

  5. Buongiorno a tutti. Mi permetto di inserirmi nella discussione, portando la mia esperienza relativa ad un’altra professione, quella di architetto (in Italia un architetto abilitato ed iscritto ad un ordine provinciale ogni 400 abitanti, che corrisponde ad oltre il 41% di tutti gli architetti europei..), e al relativo esame di abilitazione, per molti altrettanto ingiusto, poco equo e selettivo rispetto a principi di merito. Come per l’esperienza descritta nell’articolo, anche nel caso degli architetti, di sede in sede ed anche di commissione in commissione che si avvicenda, le regole del gioco assumono “personalizzazioni” che differenziano sostanzialmente le difficoltà d’esame. Ma tutto questo non avviene anche nella vita reale? Come una sentenza può essere la conseguenza di una interpretazione personalistica del giudice, così un progetto architettonico, sottoposto al giudizio di merito di due tecnici diversi può essere accettato o respinto per ragioni interpretative o personalistiche.. è quello che avviene tutti i giorni nella vita reale, come negli esami di stato. Ma secondo me il problema è un altro; se io non posso giudicare la preparazione di un laureato in giurisprudenza, posso farlo per i laureati in architettura, dal momento che mi occupo da 14 anni di preparazione all’esame di stato per architetti, e posso quindi raccontare la mia esperienza personale e dei mie studenti, rispetto alla preparazione successiva ad una laurea in architettura, per il superamento dell’esame di abilitazione. Ebbene, un laureato medio di architettura, come ritengo di essere stato io, di normativa tecnico – procedurale non si sa quasi nulla, di principi di progettazione architettonica men che meno, non parliamo di tecnologia e aspetti statico-strutturali elementari, così come di storia dell’architettura, dell’urbanistica e del restauro..non sarà allora che è l’università che per prima deve cambiare, nell’accesso e nel modello di preparazione, prima dell’esame di accesso alla professione? Un’analisi seria del problema, ad esempio rivelerebbe che le grosse difficoltà di superamento dell’esame di stato di alcune professioni, sono successive ai moti del 1968, e generano una moria di candidati a partire dalla metà degli anni ’70, come probabile conseguenza dello stravolgimento formativo nei programmi di laurea di molte, se non tutte le facoltà, oltre che del famigerato 18 politico… Voglio chiudere riportando un passo dell’architetto Mies van Der Rohe, con il quale accoglieva i nuovi studenti all’ITI ( Institute of Tecnology dell’Illinois) di Chicago, dove fu chiamato ad insegnare da Wright, dopo aver lasciato la direzione del Bauhaus :” Vi insegnerò prima a progettare con il legno, il primo materiale dell’architettura quando ogni colpo d’ascia aveva un significato, poi con la pietra, quando ogni colpo di scalpello era una espressione, poi con i mattoni, largamente usati nell’antichità a partire dagli Egizi, poi con il cemento armato, il materiale più duttile, ed infine con l’acciaio e il vetro..alla fine dei corsi molti di voi sarete pronti a laurearvi e, dopo qualche anno di esperienze in qualche buono studio professionale, POCHI di voi diventeranno architetti”..Ebbene, quanti in Italia hanno avuto dalle università di architettura una siffatta formazione, negli ultimi 45 anni? E quanti buoni studi professionali esistono, che possano garantire quel tirocinio di valore, descritto da Mies, fondamentale per diventare POCHI bravi architetti? E penso che tutto ciò valga per tutte le professioni intellettuali, in Italia. A titolo informativo e di precisazione, la citazione è tratta da un articolo pubblicato sul Corriere della sera ed. napoletana di venerdì 28/03/2008, dell’architetto Gerardo Mazziotti, intitolato “LE FACOLTA’ DI ARCHITETTURA NON SERVONO. IO LE ABOLIREI TUTTE”.

  6. Cari Silvia e Francesco,

    quello che ho appena letto rappresenta esattamente il punto della questione.
    Ed invero, in un circolo che si deve definire per definizione chiuso, come quello di un Ordine, è chiaro ed evidente che coloro che vi sono associati hanno un totale interesse a che vengano rispettate pedissequamente le norme per potervi anche solo partecipare (esserne protagonisti è cosa che dipende dalle capacità individuali).
    Da un tale presupposto, di per sè corretto, come sempre accade in Italia moltissime sono le storture (chiamiamole così).
    Per questo accade che quello che si vuole far passare per meritocratico non lo sia assolutamente, in quanto nessuno controlla veramente l’operato del controllore.
    La disparità tra Corti di Appello, la discrezionalità assoluta di chi corregge (comprensiva del NON correggere), la completa disorganizzazione nella fase preparatoria (è l’unico esame di accesso ad una professione – non retribuita si intende – che viene fatto una sola volta all’anno per “l’impossibilità” di coreggere in tempo i compiti), le modalità di esame che non tengono conto che oggi la professione viene (spesso) esercitata in modo molto specialistico, se non in forma addirittura di giurista di impresa, rende l’esame assai vetusto, incontrollato, generico, noioso e NON meritocratico.
    Fatti come quelli accaduti a Francesco, fanno intravedere la volontà non di essere rigidi riguardo alle modalità di svolgimento, ma di essere rigorosamente avversi ad uno svolgimento sereno, checchè ne dicano talvolta i commissari in sede di esame.
    Queste parole sono scritte da un Avvocato, dunque da una persona che ha studiato molto, ma che ha avuto, alla luce dei fatti, anche solo la allucinante fortuna che un commissario abbia letto approfonditamente i suoi scritti.
    Riformare a mio avviso non vorrà dire dunque aprire il circolo a chiunque, ma solo creare delle modalità di accesso più snelle, trasparenti, e dunque meritocratiche.
    Riformare vuol dire consentire ad un ragazzo di circa 25 anni, di poter iniziare questa professione non tra le avversità quotidiane (pratica non pagata, pratica svolta solo per finta, non considerazione dei colleghi), ma di iniziare un vero percorso formativo, serio, retribuito quanto basta e quanto serve, fino a che non sia in grado di camminare da solo, in proprio o quale collaboratore di Studio.

    Scusate la lunghezza, ma è quello che un’Avvocatura seria, moderna, aperta alle nuove esigenze dei Clienti, Privati ed Istituzionali, dovrebbe davvero considerare di fare.

  7. Molto semplicemente io metterei il numero programmato all’università, obbligherei i laureati a frequentare tutti la SSPL dopo la laurea contestualmente alla pratica, e toglierei l’esame.

  8. Anch’io ho fatto quest’anno gli scritti a Milano. Pure io ho avuto l’impressione che la gestione del controllo dei codici all’ingresso abbia scontato una carenza di omogeneità.
    Condivido che l’esame, nel suo complesso, debba raggiungere un livello maggiore di serietà, nonostante sia conscio che le difficoltà riscontrabili nella gestione organizzativa di un esame siano proporzionali ai grandi numeri di candidati partecipanti.
    Tuttavia, da aspirante avvocato, tengo a precisare che tale richiesta di maggior rigore e serietà non può prescindere da una ferma e risoluta correttezza da parte dei candidati stessi nello svolgimento delle prove! Sono rimasto sconcertato dall’ambiente d’esame, caratterizzato da un libero e sfrontato confronto reciproco tra i candidati sulle risoluzioni dei quesiti posti dalle tracce, dalla confusione creata dalle discussioni – a volte anche accese – dei vicini di banco, dai cappannelli di persone a scopo consultativo e dalla conseguente difficoltà di concentrazione, con pregiudizio di coloro – la minoranza – che volevano svolgere individualmente e in tranquillità l’esame, nel pieno rispetto delle regole. Il quadro che ne risulta è piuttosto inquietante. Mi chiedo se questo atteggiamento sia dimostrazione di maturità e costituisca il giusto presupposto per ambire all’esercizio di una professione secondo lealtà e probità.

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