Elena Molinari Snel è una giornalista di origine italiana (che ha ottenuto, anche, la cittadinanza statunitense) che è stata convocata tre anni fa per rivestire il ruolo di Presidente di Giuria in un delicato processo nella Contea di Essex. Ha allora pensato bene, con uno stile molto vivace e da vero legal-thriller, di descrivere come questa esperienza abbia caratterizzato un preciso periodo della sua vita e come l’abbia fatta entrare, all’improvviso, nel delicato meccanismo dei processi con giuria per fatti di sangue, un “eco-sistema” che siamo soliti ammirare nei film americani.

Il libro, che s’intitola “Ragionevole dubbio”, e ha come sottotitolo la criptica frase “condannatelo e ve ne pentirete”, è stato pubblicato dalle Edizioni San Paolo nel 2010 e ha al centro della trama le vicende occorse a Kaseem Camel, Sterling Kinsale e Walter Dirkin, tre giovani che si sono improvvisamente ritrovati nelle austere aulee del decimo piano del Palazzo di Giustizia per affrontare un delicato processo conseguente a un violento regolamento di conti tra bande.

L’autrice descrive in prima persona non solo i fatti processuali ma anche come, in quel periodo, la sua vita sia stata condizionata dalle tensioni inevitabilmente generate da un simile evento. La parte più interessante è questa “visione dall’interno” dei meccanismi del processo con giuria, con una grande attenzione per i dettagli appresa dal mestiere di giornalista ma anche con un gusto per il particolare e per il dialogo che crea una tensione costante e un interesse continuo nel lettore. Una sorta di diario romanzato, insomma, ma con grande rigore per i particolari e per i meccanismi processuali.


La prima parte del libro non è propriamente legal, ma l’autrice illustra il lato investigativo della vicenda (attraverso le indagini e gli interrogatori effettuati dai poliziotti chiamati a indagare sul caso) aggiungendo, in maniera sapiente, rapidi affreschi sul quartiere (e le persone che incontra sugli autobus e per strada) e sulla sua vita “normale” di italiana in attesa della cittadinanza statunitense, mamma e giornalista politica in giro per il Paese per interviste importanti. Il ritmo della narrazione cambia quando l’autrice riceve l’intimazione a comparire in Tribunale, all’ufficio “gestione giurie”, per iniziare l’avventura attorno alla quale ruota tutta la parte centrale del libro.

Il libro mi è parso denso di pregi e con ben pochi difetti. In primis, nonostante la vicenda accaduta sia reale, la scrittrice riesce ad alternare l’aspetto d’azione (lo scontro a fuoco tra bande), la parte investigativa, la densissima parte processuale e il “contorno” in maniera molto efficace, destando sempre l’attenzione del lettore. Secondo punto: per il giurista, un diario del meccanismo del dodici giurati così dettagliato dall’interno è davvero interessante non solo per apprenderne con precisione i meccanismi, ma anche per assaporare i problemi, le invidie, gli equilibri e i caratteri così diversi che si devono confrontare durante i lavori di una giuria (come molti film hanno meravigliosamente descritto). Terzo, ma non ultimo, la scrittrice descrive contemporaneamente ciò che avviene in aula, ossia le strategie processuali di accusa e difesa, l’umore degli imputati e l’aria che si respira in un processo di questo tipo, dando vita a una testimonianza affidabile degli accadimenti, delle strategie e delle eccezioni sotto ogni punto di vista.

Non è facile definire un’opera di questo tipo: si potrebbe definire come una storia vera con, però, il ritmo e le sorprese di un legal thriller o, al contrario, come un legal thriller basato su una storia vera. Ma le definizioni contano sino a un certo punto: è certamente un libro che può destare grande interesse (e soprese) anche in lettori con già esperienza e formazione giuridica.

 


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