Il 18 maggio l’Assemblea regionale siciliana ha approvato, all’unanimità, il disegno di legge che prevede l’insegnamento della storia, della letteratura e della lingua siciliana nelle scuole.

Sembra di assistere ad una promessa d’amore fatta alla propria terra, dopo avergli fottuto l’identità e la vita.

Passi pure lo sdegno di sentire Bruto commemorare Cesare, ma rimane un triste presentimento: il buon proposito fa pensare a progetti cantierati in fretta, sotto lo stimolo delle consultazioni elettorali.


Spero di sbagliare, ma sospetto intenti meramente divulgativi.

I fatti, solo quelli, potranno dirci da che parte sta la ragione.

In ogni caso, sarebbe bello vedere la lingua cafona sedere un posto d’onore e le maestre affannarsi a togliere le polveri delle stratificazioni storiche, per far emergere, con un nuovo impulso, l’anima di un popolo.

Una grande rivincita sarebbe, poi, vedere il loro volto impallidire di fronte ai testi di grammatica, di fonologia, di morfosintassi, tutti zeppi di riferimenti etimologici e diacronici.

Insomma, tutti convinti, come De Tarde, che “la lingua è, per così dire, lo spazio sociale delle idee“.

Mi piacerebbe davvero, ma a condizione che non si ripetano gli errori del passato: non ritengo giusto bacchettare l’alunno se, alle prese con la nuova lingua, si lasci scappare qualche parola in italiano!

Io non la penso come quelli, illustri intellettuali siciliani, che avversano l’insegnamento del dialetto nelle scuole.

Anzi, credo che l’apprendimento contestuale dell’italiano e del siciliano non crei dissonanze, ma consenta di meglio comprendere l’ampiezza e il valore profondo del fenomeno linguistico.

In tanti si chiedono se oggi, con gli enormi problemi che la Patria sta vivendo, sia il caso di divagare su questioni di meno conto.

Ma oggi, più che mai, per pensare al futuro, si ha bisogno di ripassare la storia.

Per rimediare al gran vuoto, tra passato e presente, che la falsa modernità ha creato, bisogna ricominciare dal passato, da dove ci eravamo lasciati.

Il vero problema, però, è un altro: il legislatore siciliano ha pensato prima di parlare?

Si è preoccupato del metodo e della formazione degli insegnanti?

Ha verificato se i testi a disposizione siano idonei a diffondere criteri uniformi d’insegnamento?

Per usare il linguaggio giuridico, ci sono gli atti presupposti?

A me pare  che manchino tutti quei passaggi, di stretta presupposizione, a cui il disegno di legge, per essere credibile, dovrebbe essere legato.


[foto d’archivio di Walter Lo Cascio di Caltanissetta, qui l’album su Fickr]


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10 COMMENTI

  1. @ Giovanni Lucifora.
    Bravo Giovanni, si tratta di una prospettiva interessante. Si dovrebbe ricercare il modo per fare quadrato attorno ad essa.

  2. Aldilà delle vere intenzioni del legislatore regionale, si è aperta una grande opportunità per le istituzioni scolastiche siciliane … io lascerei liberi gli istituti di organizzare i propri piani di studi (mi riferisco al trenta per cento di competenza regionale) magari coinvolgendo l’ambito territoriale in cui operano per aprirsi di più alla società, a tutti i soggetti portatori del cambiamento e anche a tutti coloro che costituiscono ancora la memoria vivente, per fare in modo che passato e presente si possano contaminare per produrre una nuova identità culturale. Un moto collettivo, dunque, un’occasione per aggregare esperienze, saperi, che attraverso storie individuali e di gruppo possano attraversare trasversalmente la storia e la letteratura, la linguistica e la filologia in modo da dare un nuovo senso al modo di essere e di agire delle nuove generazioni. Io penso, tra l’altro, che la nostra Scuola pubblica è ricca di insegnanti preparati e motivati, sono soltanto mortificati dal continuo processo di proletarizzazione della loro condizione, ma renderli protagonisti, assieme ai ragazzi e ai genitori, di un nuovo percorso didattico (da pensare, costruire, realizzare), non può che fare bene alla Scuola e anche alla società. … C’è la necessità, nell’era della globalizzazione, di ripensare la propria identità per potere essere nel mondo, per potere costruire personalità critiche e pensanti. Questa è un’opportunità che non va sprecata.

  3. Se la lingua fosse un prodotto dello spirito logico, e non del poetico, ne avremmo una sola (Hebbel). Perciò, il siciliano, è poetico.

  4. @ franzina bilardo: Sono d’accordo con te. In un certo senso è come il discorso sul ponte sullo stretto … buono o cattivo (secondo me cattivo, ma non voglio entrare nel merito) ci sono delle cose mooooolto più importanti da sistemare prima. La cosa brutta è che in Sicilia, le cose importanti da risolvere stanno alla base!
    E comunque io mi ricordo che la mia maestra (come tutte le altre in tutte le scuole del mio paese) ci insegnava le canzoncine popolari siciliane (tipo “ciuri ciuri”) spiegandone la storia e bacchettandoci quando sentiva infiltrazioni “volgari” nel parlare quotidiano.

  5. Siamo proprio sicuri che i nostri bambini e ragazzi parlino e scrivano in modo corretto? Pensiamo intanto a quello, e sopratutto a formare ulteriormente i nostri insegnanti. Poi potremo passare anche ai condimenti, che comunque presuppongono sempre un buon piatto di base …

  6. In Egitto dalle elementari in su, si studia una lingua al giorno! (l’egiziano in media conosce quattro lingue).
    Nelle scuole siciliane si potrebbe insegnare il siciliano il lunedì, l’inglese il martedì, ecc… In questo modo, tutti gli insegnanti siciliani di lingue straniere, non avrebbero bisogno di andare al nord e stare lontani dai loro cari.

  7. Credo che l’insegnamento dei dialetti nelle scuole sia una buona iniziativa proprio per non perdere la nostra identità, la nostra provenienza e quindi insieme al dialetto la storia. Soltanto la conoscenza di chi siamo, il percorso compiuto nei secoli, nei millenni, può aiutarci a migliorare, a evitare gli stessi errori del passato, a confrontarci e quindi a valutare le migliori soluzioni per un futuro che possa ridare dignità a noi tutti, quella dignità di esseri civili che ultimamente abbiamo tralasciato in nome di una libertà che non abbiamo perché siamo vittime di un sistema che non considera l’uomo come tale, ma come probabile cliente …

  8. Personalmente sono assolutamente a favore di questa iniziativa. Le nostre tradizioni vanno sempre più scomparendo e le nostre origini dimenticate. Faccio, comunque, una domanda/provocazione ai nostri legislatori (alla costante caccia di un voto in più): prima di investire risorse in un progetto come questo (che, ripeto, secondo me è fantastico), non sarebbe più importante che i giovani siciliani inizino ad avere assoluta padronanza della lingua inglese, per non restare tagliati fuori dal mondo?

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