Non sono bastati i ripetuti fallimenti registrati sin qui, né l’opposizione bipartisan, a dissuadere gli estensori – materiali ed ideologici – dei disegni di legge Fava e Cementero – il “SOPA all’italiana” attraverso il quale si minaccia di imbrigliare la libertà di comunicazione sul web in nome della pur legittima difesa del diritto d’autore – dal loro proposito.
L’iniziativa legislativa che – dopo gli insuccessi sin qui registrati in Parlamento – sembrava destinata ad essere inghiottita nei polverosi archivi di Montecitorio, ha ricevuto, infatti, nei giorni scorsi un’importante spintarella all’italiana da parte del Consiglio Nazionale anticontraffazione che ha collocato l’esigenza di “sostenere l’approvazione della proposta di legge di modifica degli articoli 16 e 17 del Decreto Legislativo 9.4.2003 n.70, presentata il 26 luglio 2011 [n.d.r. si tratta del dpl Cementero il cui testo, tuttavia, ricalca fedelmente quello del dpl Fava] in cima alla lista delle priorità del piano strategico per la lotta alla contraffazione, presentato nei giorni scorsi al Ministero dello Sviluppo Economico.
“Affermare una responsabilità più incisiva in capo agli Internet Service Provider, nel rispetto del quadro normativo esistente a livello UE” è questa la prima priorità individuata dalla “Commissione tematica internet” del Consiglio Nazionale anti-contraffazione.
L’attuazione di tale priorità è così declinata nel documento approvato nelle scorse settimane:
“ – Azione nell’immediato: sostenere l’approvazione della proposta di legge di modifica degli articoli 16 e 17 del Decreto Legislativo 9.4.2003 n.70, presentata il 26 luglio 2011.
– Azione nel breve/medio periodo: sostenere una esplicita adozione dei medesimi principi di responsabilità evidenziati nella nuova normativa italiana, nel quadro della regolamentazione europea.
– Azione nel medio/lungo periodo: attivazione a livello internazionale per ottenere un incremento della responsabilità in capo agli operatori commerciali attivi in Internet al fine di aumentare la possibilità di contrasto alla contraffazione.”.
Non solo dunque al Ministero dello Sviluppo economico sono determinati a spingere per l’approvazione del disegno di legge ammazza-internet al quale, sin qui, il Parlamento ha, reiteratamente, detto di no ma hanno, addirittura, l’ambizione a fare di tale liberticida iniziativa legislativa un’eccellenza italiana da esportare all’estero ed alla quale chiedere all’Unione Europea ed agli altri Paesi di adeguarsi.
Il disegno di legge del quale gli esperti del Comitato – non è dato sapere quanto consapevolmente – sponsorizzano l’immediata approvazione da parte del parlamento, prevede, tra l’altro, che chiunque possa chiedere ad un fornitore di servizi di hosting di rimuovere qualsivoglia contenuto pubblicato online da un utente sulla base del semplice sospetto – non accertato da alcuna Autorità giudiziaria né amministrativa – che violi i propri diritti d’autore e che, qualora il provider non ottemperi alla richiesta, possa essere ritenuto responsabile.
E’ – e lo capirebbe anche un bambino – un’inaccettabile forma di privatizzazione della giustizia: la permanenza o meno di un contenuto nello spazio pubblico telematico non dipenderà più dalla decisione di un Giudice ma da una semplice segnalazione – autonoma ed arbitraria – di un singolo e dalla “convenienza” dell’intermediario che, piuttosto che rischiare di incorrere in un’eventuale responsabilità, preferirà procedere sempre e comunque alla rimozione.
Tanto avrebbe dovuto essere sufficiente agli esperti del Comitato per astenersi dal suggerire l’approvazione di un simile provvedimento.
Ma non basta.
Perché un intermediario della comunicazione possa sottrarsi alla propria responsabilità per i contenuti pubblicati online dai propri utenti, sostenendo di aver tenuto un comportamento diligente – secondo quanto previsto nel disegno di legge – quest’ultimo dovrebbe, addirittura, adottare, in via preventiva, un interminabile sequenza di filtri automatici.
Il disegno di legge, prevede, infatti, che l’intermediario debba provvedere a “l’adozione di filtri tecnicamente adeguati che non abilitino l’accesso ad informazioni dirette a promuovere o comunque ad agevolare la messa in commercio di prodotti o di servizi, in quanto tali informazioni contengano parole chiave che, negli usi normali del commercio, indicano abitualmente che i prodotti o i servizi a cui si applicano non sono originali, usate isolatamente o in abbinamento a un marchio o a un segno distintivo di cui il destinatario del servizio non abbia di- mostrato di essere il titolare o il licenziatario; l’adozione di filtri tecnicamente adeguati che non abilitino l’accesso ad informazioni dirette a promuovere o comunque ad agevolare la messa in commercio di prodotti o di servizi la cui descrizione corrisponde alla descrizione di prodotti o di servizi contraffattori, che i titolari dei diritti di proprietà industriale ad essi relativi abbiano preventivamente comunicate al prestatore del servizio”.
Come se tanti filtri da bloccare, sostanzialmente, l’intero funzionamento della Rete non bastassero, il disegno di legge aggiunge, inoltre che “Al fine di prevenire la violazione delle norme sulla commercializzazione di prodotti o di servizi soggetti a limitazioni legali nella vendita o nella fornitura, tale dovere di diligenza comprende tra l’altro: l’adozione di filtri tecnicamente adeguati che non abilitino l’accesso ad informazioni dirette a promuovere o comunque ad agevolare la messa in commercio di prodotti o di servizi, la cui commercializzazione è riservata a canali di vendita o di fornitura particolari o richiede la prescrizione medica”.
Sarebbe, dunque, compito dei provider – che dovrebbero trasformarsi, per l’occasione in sceriffi della Rete – impedire quel commercio elettronico di farmaci che, sin qui, leggi, frontiere ed Autorità giudiziarie e di polizia non sono, comprensibilmente, riusciti né a bloccare né a limitare.
Con l’alibi della condivisibile esigenza della lotta alla contraffazione e con la benedizione di un Comitato dal nome altisonante e del Ministro per lo sviluppo economico, Corrado Passera, dunque, lo spettro di un SOPA all’italiana, torna a diffondersi nel nostro Paese.
E’ un’iniziativa che va bloccata prima che sia troppo tardi, chiedendo al Ministro Passera di prenderne, immediatamente, le distanze.


CONDIVIDI
Articolo precedenteConsiglio di Stato: l’ente potrà scegliere l’avvocato senza gara
Articolo successivoRespinta class action contro il “caro commissioni bancarie”
Guido Scorza
Un avvocato civilista che ama in pari misura il confronto in Tribunale e la negoziazione, in punta di penna, tra le pieghe di un contratto. Un blogger e giornalista, a detta di molti, polemico animatore del dibattito sulla politica dell’innovazione nel nostro Paese. Un docente universitario di diritto delle nuove tecnologie, perdutamente innamorato della ricerca e della didattica. Un appassionato difensore dei diritti civili in Rete per la ferma convinzione che Internet può e deve divenire la nuova agorà democratica del Paese che verrà e che, probabilmente, in molti sogniamo. Nel tempo libero, presiedo l’Istituto per le politiche dell’innovazione e giro il mondo a caccia di frammenti di storie, emozioni e colori da catturare attraverso la macchina fotografica. Per saperne di più potete visitare il mio blog [www.guidoscorza.it], il sito del mio Studio [SR&Partners, www.sr-partners.it] lanciare una googlata, cercarmi su 123 People o, piuttosto, mandarmi una mail ed invitarmi a prendere un caffè.

3 COMMENTI

SCRIVI UN COMMENTO