Nelle ultime settimane in Rete – e fuori dalla Rete – si è discusso molto della vicenda giudiziaria a stelle e strisce che ha portato all’arresto, da parte dell’FBI – circostanza, quest’ultima di per sé sufficiente, specie nel vecchio continente affezionato alle serie TV americane, a vestire l’intera storia di un appeal mediatico senza eguali – di Kim Dotcom ed alla chiusura di siti come Megaupload e Megavideo.

In questo vivace dibattito, opinione pubblica, giornalisti e professionisti del diritto hanno spesso ipotizzato – talvolta, occorre darne atto con toni catastrofici ed apocalittici – che quanto accaduto era il frutto della reazione dell’industria di Hollywood allo “sciopero della Rete”, proclamato ed attuato dai più grandi fornitori di servizi online per protestare contro l’approvazione del SOPA – il famigerato disegno di legge anti-pirateria la cui approvazione da parte del congresso USA appariva all’epoca imminente – e che si trattava di un segnale forte e chiaro che l’industria audiovisiva stava inviando agli internet Service provider – intermediari della comunicazione – di tutto il mondo per avvertirli che, nulla, dal giorno dopo, sarebbe stato uguale al passato e che la loro attività avrebbe potuto fare la fine di quella del Mega-clan appena smantellato.

Allora anche i servizi come YouTube sono a rischio? Si è persino domandato qualcuno, probabilmente spinto da alcune suggestive profezie secondo le quali il 2012 oltre che l’anno della fine del mondo secondo la profezia Maya, sarebbe anche quello del Copyright, come se gli ultimi dieci anni non abbiano meritato analogo titolo e “riconoscimento”.

La lettura delle oltre settanta pagine del provvedimento [n.d.r. l’indictement è, nella sostanza, un atto di accusa] della Corte distrettuale della Virginia all’origine dell’arresto del Boss della Mega-Conspirancy – per dirla con le parole, di per sé significative dei Giudici – nella quale pochi commentatori si sono, probabilmente, sin qui avventurati, consente, in realtà [n.d.r. a condizione, ovviamente, di sgombrare la mente da ogni preconcetto e di voler resistere alla tentazione di perseguire facili sensazionalismi] di acquisire una visione più chiara di quanto realmente accaduto e di ponderare meglio certe previsioni e profezie sull’impatto che la decisione potrebbe avere sull’universo degli intermediari della comunicazione.
Qui la versione integrale del commento e qui il provvedimento della Corte.


CONDIVIDI
Articolo precedenteProve tecniche di nevicate
Articolo successivoProvince, futuro imperfetto…
Guido Scorza
Un avvocato civilista che ama in pari misura il confronto in Tribunale e la negoziazione, in punta di penna, tra le pieghe di un contratto. Un blogger e giornalista, a detta di molti, polemico animatore del dibattito sulla politica dell’innovazione nel nostro Paese. Un docente universitario di diritto delle nuove tecnologie, perdutamente innamorato della ricerca e della didattica. Un appassionato difensore dei diritti civili in Rete per la ferma convinzione che Internet può e deve divenire la nuova agorà democratica del Paese che verrà e che, probabilmente, in molti sogniamo. Nel tempo libero, presiedo l’Istituto per le politiche dell’innovazione e giro il mondo a caccia di frammenti di storie, emozioni e colori da catturare attraverso la macchina fotografica. Per saperne di più potete visitare il mio blog [www.guidoscorza.it], il sito del mio Studio [SR&Partners, www.sr-partners.it] lanciare una googlata, cercarmi su 123 People o, piuttosto, mandarmi una mail ed invitarmi a prendere un caffè.

5 COMMENTI

  1. Fino a quando si è utilizzato solo e soltanto il P2P, sistema di scambio e condivisione di files musicali, video, software, ebook, ecc… (come emule, gnutella winmix bittorrent ed altri), il problema del diritto d’autore veniva affrontato con i c.d. filtri. Youtube, infatti, ha attivato un software in grado di “identificare” il brano coperto da copyright eliminando il contenuto tutelato non appena viene caricato. Una cosa simile fece, ad esempio, Tele2 anni fa, mettendo dei filtri in grado di impedire il download mediante emule (uno dei maggiori e piu’ diffusi sistemi di P2P ). MA…. l’AGCOM con delibera del 2008 ed altre del 2009 sanziona Tele2 per aver attivato tali filtri senza informare i propri clienti (sanzione di 90.000 euro). Non sembra un controsenso? Scaricare, condividere files in rete mediante questi programmi è reato, se però un ISP come Tele2 utilizza strumenti tali da impedire la commissione di reati (pensiamo alla rete internet intestata ad uno dei genitori ignari che i propri figli utilizzino tali software per l’illecito uso) senza preavviso allora è passibile di multa!!!
    Altra osservazione: finché la condivisione avveniva tramite P2P , e quindi senza possibilità di “compenso” per chi forniva contenuti tutelati sulla base della semplice memorizzazione sul proprio pc (hard disk), mai l’FBI e/o la GdF hanno pensato di incriminare/sanzionare i “singoli” ( eppure si trattava dello stesso reato, ovvero la diffusione di opere tutelate, salvo per lo scopo di lucro per il quale la l. 633/41 prevede la reclusione fino a tre anni – presumo una simile pena nel DMCA).
    La situazione cambia da quando inizia a diffondersi il Direct Download, ovvero la possibilità di depositare i PROPRI contenuti (film, musica, software) non sul proprio pc (come prima) ma su un hard disk (server ) esterno. Questa possibilità dava piu’ vantaggi: al downloader di scaricare senza doversi mettere “in coda” (come con emule, winmix ecc…) e all’uploader la possibilità di ricevere un compenso per ogni effettivo download (detto altrimenti “PAY per DOWNLOAD”). Una cosa non molto diversa da quella prevista da Youtube, attualmente. Ovvero gli YOUTUBERS che caricano un qualsiasi video, anche protetto dal diritto d’autore, ma che per varie ragioni non è stato segnalato da chi ne possiede i diritti di sfruttamento economico, come contenuto da rimuovere automaticamente, GUADAGNANO in base al numero di visualizzazioni. Una sorta di “pay per view”. Non solo, agli utenti che caricano video molto “visualizzati”, Youtube offre la possibilità di vendere spazi pubblicitari (negli stessi video e nel proprio canale).
    Insomma, una “pratica” non molto diversa da quella attuata dai siti di file saring…eppure Kim Doctom ed il gruppo Mega sono stati i soli ad avere la peggio…

SCRIVI UN COMMENTO