Con recentissima sentenza n. 36503/2011 la Cassazione ha condannato per il reato di maltrattamenti una mamma  iperprotettiva affermando che “iperprotezione e ipercura costituiscono a tutti gli effetti un reato di maltrattamenti specie se il risultato delle eccessive attenzioni è quello di provocare un danno all’integrità fisica e psichica del minore”.

Una pronuncia che nel paese del sole,  della pizza e soprattutto della mamma (la mitica mamma italiana!) può fare specie.

La sentenza  giunge però molto a proposito per segnare un punto fermo rispetto alla riflessione che si è aperta tra gli addetti ai lavori, giuristi psicologi ed assistenti sociali, a vario titolo coinvolti nelle controversie familiari, su cosa sia la capacità genitoriale.

In un paese di bamboccioni protetti dalla famiglia (e mantenuti)  fino a tarda età (vedasi in proposito il rapporto del Censis 2010 che evidenzia come non sia il lavoro a mancare ai nostri giovani ma il lavoro “sotto casa” comodo come orari e mansioni e con ottimo stipendio) è infatti necessario  dare dei contenuti concreti al quel dovere “istruire, mantenere ed educare la prole  tenendo conto delle capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni dei figli” enunciato dall’articolo 147 del codice civile.

Per molti anni infatti la capacità genitoriale si è misurata, nel sentire comune ma  soprattutto nei tribunali -attraverso le perizie psicologiche sulla capacità genitoriale-  solo in base alla capacità affettiva dei genitori (come dire  che la capacità genitoriale  veniva misurata in quantità ed intensità di baci ed abbracci) dimenticando totalmente tutte le altre caratteristiche di un buon  genitore.

Da  alcuni anni, anche a fronte dei danni,  sui singoli e per la intera società, di una approccio genitoriale tutto basato sulla soddisfazione dei desideri (e dei capricci)  dei bambini, nonché del narcisismo dei genitori, si è iniziata una riflessione più approfondita, in collaborazione  con gli psicologi forensi  ed i servizi socio assistenziali, su quali siano gli elementi che caratterizzano un buon genitore.

Si sono così enucleati alcuni punti irrinunciabili che sono:

a) Garantire  al minore cura e protezione

Ciò significa saper creare un legame affettivo con il figlio tale da dargli spazio, calore e fiducia e da consentirgli, grazie alla certezza di avere nei genitori una “base sicura”, di stabilire buoni rapporti – non improntati alla sfiducia e al bisogno di colmare a tutti i costi un vuoto affettivo – con l’ambiente circostante nelle varie fasi di crescita e nelle diverse esperienze di vita.

b) Fare acquisire al bambino  il senso del limite

Questo implica l’assunzione, da parte dei genitori, di una funzione normativa che esuli da valenze amicali  nel rapporto con i figli  e richiede la capacità di porre e far rispettare delle regole, il che consente al bambino di elaborare il fatto che il suo desiderio non costituisce una norma assoluta, cui tutti gli altri devono sottomettersi, ma incontra necessariamente un limite nel momento in cui entra in relazione con altri desideri, nella fattispecie quelli dei genitori, in un gioco di rimandi e in una relazione dialettica che lo costringe a prendere in conto l’alterità e a confrontarsi con la complessità del reale.

c) Capacità di  negoziare conflitti e divergenze

Si è osservato infatti che sostenere la capacità di elaborare i conflitti, in un ambiente familiare affettivamente ricco che li assume e li media come elementi inevitabili in ambito educativo,  in una dinamica dialogica in grado di affrontare le divergenze senza farsene travolgere, significa mettere le divergenze al servizio di una crescita sana e vitale, della strutturazione della personalità e della maturazione psicologica, permettendo di elaborare adeguatamente l’aggressività, di interrogarsi sulle proprie (e altrui) pulsioni, di sperimentare tentativi di mediazione che consentano di mettere alla prova e di valutare adeguatamente le proprie (e altrui) reazioni.

d) Favorire il senso di appartenenza che sostiene l’autonomia

Ed infatti trasmettere l’appartenenza e consentire l’accesso alle proprie origini vuol dire riconoscere e legittimare i figli come figli di quei genitori; ma è anche di più: è farli sentire parte di una storia che si radica nelle generazioni, (ecco perché la legge sul’affido condiviso insiste per la frequentazione con i rami genitoriali materno e paterno) garantendo quel senso di continuità e di stabilità che consente loro di assumere, in determinati momenti e di fronte a determinate situazioni, una posizione propria ed autonoma non inficiata dal timore di essere respinto o abbandonato da coloro che costituiscono le sue radici, proprio perché il legame con tali radici è sentito come forte e sicuro.

Ed infine, si è sottolineato come  sia fondamentale  che il genitore sia in grado di:

e) Favorire lo svincolo del figlio dalla famiglia favorendo la sua autonomia

Questa funzione è per l’appunto  particolarmente importante in un contesto sociale che vede incrementarsi il fenomeno della cosiddetta “adolescenza prolungata”, caratterizzata dalla difficoltà di assumere le responsabilità proprie della vita adulta (sia in ambito lavorativo sia in ambito affettivo-relazionale) e di strutturare e realizzare un progetto di vita nella consapevolezza di “doversela/potersela cavare” da soli, pur potendo contare sull’affetto e sull’appoggio morale dei genitori che tuttavia non si configura né come un “parare le spalle” di fronte alle difficoltà né come l’opposizione, da parte dei genitori stessi, alla necessità di un distacco dai figli sentito come eccessivamente doloroso (come probabilmente per la mamma condannata).

Alla luce di questa necessariamente breve  e schematica disamina la sentenza della Cassazione appare quindi particolarmente significativa perché riconosce che la iperprotettività materna  getta  le basi per una mancata autonomizzazione del figlio che quindi, anziché essere educato con lo scopo di  diventare un individuo responsabile, maturo ed utile per la società, viene costretto a restare un eterno bambino per la soddisfazione  della sua mamma.

Un solo rammarico: che questa decisione sia stata presa dal giudice penale e che i giudici delle separazioni e dei divorzi spesso ignorino che la capacità genitoriale non si misura solo in quantità di affetto.

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Giulia Facchini
Era il 1973 avevo 13 anni e in una intervista davanti alla scuola, a conclusione degli esami di licenza media, su cosa avrei fatto da grande dichiaravo: “Farò il liceo classico, poi giurisprudenza e poi lavorerò al tribunale della famiglia”. Evidentemente le discussioni di quegli anni sulla riforma del diritto di famiglia, poi approvata nel 1975, e l’introduzione del divorzio, con la battaglia referendaria, avevano risvegliato in me una “vocazione” profonda. Pur non avendo alcun avvocato in famiglia, sono stata fortunata ed ho potuto realizzare il mio sogno e da oltre venticinque anni, prima nella bottega di un familiarista torinese molto affermato, a cui va tutta la mia gratitudine per le molte cose che mi ha insegnato, e poi nel mio studio sempre a Torino con puntate su Milano, ho potuto praticare la materia che mi appassiona (www.facchini.org). Con le mie collaboratrici e con l’ausilio del mio cane (una simpaticissima flat coat retriver nera, che in studio è deputata alla Pet terapy per i clienti più abbattuti) ci occupiamo in via esclusiva di questioni di diritto familiare e minorile. Dopo avere fatto parte a livello nazionale di associazioni di avvocati familiaristi ed avere coordinato la Commissione diritto di famiglia dell’Organismo Unitario dell’Avvocatura, ho anche fondato da quasi tre anni una piccola ma innovativa -e battagliera- associazione interprofessionale che si chiama Sintonie- prospettive interdisciplinari per la persona, la famiglia ed i minori- con psicologi/psichiatri, assistenti sociali ed avvocati familiaristi, con i quali approfondiamo lo studio interdisciplinare ed interprofessionale dei temi caldi del diritto familiare e minorile. Per tenere uno sguardo aperto sul mondo e trovare sempre nuovi spunti per il mio lavoro faccio parte anche della commissione diritto di famiglia di una importante associazione internazionale che si chiama UIA (“Union Internationale des avocats”). Quando non lavoro, il che purtroppo succede di rado, adoro il silenzio, la musica classica, buone letture e lunghe passeggiate in mezzo ai boschi.

6 COMMENTI

  1. Inoltre c’è anche un’altra sentenza della Casazione anno 2013 che vi invito a cercare e leggerla in quanto è posteriore alla sentenza che tratta in questa pubblicazione:

    ” Cass. Civ., sez. I, sentenza 20 marzo 2013 n. 7041 (Pres. Luccioli, rel Campanile)”

  2. ma avete idea chi è il teorico della PAS? e questo signore che dichiara di essere d’accordo con la PEDOFILIA…!!! ma di cosa parlate INFORMATEVI PRIMA:

    PAS o AP che è stata inventata da un soggetto maschio con una mentalità deviata sulla relazione di minori con adulti per essere più chiara sapeva lei questo:
    Rendetevi conto chi è l’inventore della PAS! Richard Gardner. Gardner afferma: Se il bambino si sente in colpa per aver partecipato ad attività sessuali con adulti, Gardner raccomanda che al bambino venga detto che in altre società tale comportamento è considerato normale e che la nostra società ha un atteggiamento esageratamente punitivo e moralista nei confronti degli incontri sessuali adulto-bambino.
    Le teorie di Richard Gardner
    Pubblicato il 9 dicembre 2013 di il ricciocorno schiattoso
    Tratto da

    Dr. Richard Gardner: A Review of His Theories and Opinions on Atypical Sexuality, Pedophilia, and Treatment Issues, di Stephanie J. Dallam

    shrek

    Teoria di Gardner sulla sessualità atipica

    “Più è giovane la macchina per la sopravvivenza quando sopraggiungono impulsi sessuali, più lunga sarà la durata della capacità procreativa”

    Gardner ha sviluppato una sua teoria sui benefici in termini evolutivi delle pratiche sessuali devianti o parafilie. Secondo Gardner quei comportamenti sessuali comunemente considerati devianti, come la pedofilia, il sadismo, la necrofilia (sesso con i cadaveri), la zoofilia (sesso con gli animali), la coprofilia (sesso che coinvolge la defecazione), klismafilia (sesso che implica l’uso di clisteri), e urofilia (sesso che coinvolge la minzione), contribuiscono alla sopravvivenza della specie umana, pertanto non dovrebbero essere esclusi dalle cosiddette “forme naturali del comportamento sessuale umano”. Tali parafilie hanno il compito di innalzare il livello di eccitazione sessuale nella società e quindi aumenterebbero la probabilità che le persone consumino rapporti sessuali, il che contribuisce alla sopravvivenza della specie.

    Parte integrante della sua teoria è il concetto che la pedofilia abbia scopi procreativi. Anche se il bambino non può procreare, un bambino coinvolto in incontri sessuali in tenera età sarà probabilmente un bambino altamente “sessualizzato”, ovvero bramoso di esperienze sessuali in età prepuberale. Questo bambino “sessualmente carico” trasmetterà i suoi geni alla prole in giovane età. “Più giovane è la macchina per la sopravvivenza quando appaiono gli impulsi sessuali, più lunga sarà la sua capacità procreativa e maggiori saranno le probabilità che le persone facciano sesso, e questo contribuisce alla sopravvivenza della specie.”

    Teorie di Gardner sulla pedofilia

    “Comunemente il bambino abusato sessualmente è considerato la vittima, sebbene sia il bambino, a volte, a sedurre l’adulto”

    Nonostante Gardner ponga l’accento sulle false accuse di abuso sessuale, ammette tuttavia che l’abuso sessuale sui bambini è molto diffuso e che la stragrande maggioranza degli abusi sono reali (“probabilmente oltre il 95%“). Gardner considera i rapporti sessuali fra adulto e bambino come un fenomeno universale presente in misura significativa in tutte le culture del mondo. Allo stesso modo “la pedofilia intrafamiliare (l’incesto) è diffuso e … probabilmente è una tradizione antica“.

    Gardner suggerisce che la società occidentale è troppo moralista e punitiva nei confronti dei pedofili. Egli sostiene che le “le punizioni draconiane inflitte ai pedofili vanno ben oltre quello che io considero la gravità del crimine“. L’attuale divieto di avere rapporti sessuali con i bambini sarebbe una “reazione eccessiva”, riconducibile alla cultura ebraica.

    Secondo Gardner l’unico popolo antico a punire i pedofili erano gli ebrei. Il divieto a rapporti con i bambini presente nella cultura paleocristiana deriverebbe quindi dal giudaismo e la nostra contemporanea avversione alla pedofilia non sarebbe che una esagerazione dei principi giudaico-cristiani e un fattore operativamente significativo nella società occidentale, atipica in relazione a tali attività.

    Gardner afferma: “ci sono buone ragioni per ritenere che la maggior parte, se non tutti, i bambini abbiamo la capacità di raggiungere l’orgasmo nel momento in cui sono nati.” Inoltre alcuni bambini sperimentano “elevati impulsi sessuali nella prima infanzia” e “il bambino normale (il corsivo è dell’originale di Gardner) presenta una vasta gamma di fantasie e comportamenti sessuali, molti dei quali sarebbero etichettati come malati o perversi se riscontrati in un adulto”.

    Gardner osserva che “il bambino abusato sessualmente è generalmente considerato la vittima, ma è possibile che sia stato il bambino a sedurre l’adulto” e suggerisce che quando il rapporto viene scoperto, il bambino “è in grado di manipolare le cose di modo da accusare l’adulto della sua iniziazione”.

    L’idea che la pedofilia sia una malattia o un crimine è un riflesso delle idee della società occidentale sull’argomento. Come prodotto della cultura occidentale, Gardner afferma: “anche io sono portato a pensare che l’attività sessuale tra un adulto e un bambino sia un atto riprovevole, ma non credo che sia intrinsecamente così: in altre società e in altri tempi potrebbe non essere stato dannoso per lo sviluppo psicologico dell’individuo… determinante perché l’esperienza sia traumatica è la reazione della società.”

    Raccomandazioni per il trattamento dei bambini sessualmente abusati

    Gardner afferma che egli non accetta di avviare alcuna terapia con un bambino abusato se non ha la certezza al 100% che vi sia stato abuso e aggiunge: “è estremamamente importante che i terapisti siano in grado di valutare se il bambino che è stato abusato necessiti davvero di intervento psicoterapico“.

    C’è da tenere in considerazione questo continuum: dal bambino che è stato costretto e quindi non ha provato piacere (e può essere considerato come stuprato) a quei bambini che invece hanno goduto dell’esperienza (in termini di orgasmo) degli incontri sessuali.

    Il trattamento del bambino è giustificato solo se il bambino presenta sintomi in settori importanti della sua vita, come a casa, a scuola e nei rapporti con i coetanei.

    Se il bambino necessita un trattamento, Gardner raccomanda un solo terapeuta per tutta la famiglia, nella quale è ricompreso anche l’eventuale perpetratore dell’abuso.

    Gardner mette in guardia dalla scelta di un terapeuta convinto che un incontro sessuale tra un adulto e un bambino conduca necessariamente il bambino a soffrire di gravi disturbi psichiatrici, perché questa convinzione potrebbe compromettere il trattamento del bambino.

    Di rilievo è la convinzione di questo genere di terapeuti che un incontro sessuale tra un adulto e un bambino – non importa quanto breve, tenero, amorevole e non doloroso – debba automaticamente essere psicologicamente traumatico per il bambino.

    Secondo Gardner “a determinare se l’esperienza è traumatica è l’atteggiamento della società nei confronti di questi incontri“.

    Anche se i bambini devono essere protetti da ulteriori abusi, Gardner raccomanda che particolare cura deve essere posta dal terapeuta nel non alienare il bambino dal genitore abusante. La rimozione di un genitore pedofilo da casa “dovrebbe essere presa in seria considerazione solo dopo che tutti i tentativi di trattamento della pedofilia e di riavvicinamento alla famiglia si sono dimostrati inutili”.

    Anche i pedofili che abusano di bambini non appartenenti al proprio nucleo familiare dovrebbero innanzi tutto avere la possibilità di essere curati. “Se la terapia fallisce allora e solo allora può essere presa in considerazione la carcerazione”.

    In contrasto con queste affermazioni, Gardner rileva che i soggetti che hanno mostrato un ricorrente modello comportamentale pedofilo è improbabile che possano essere curati e non c’è terapia che possa intervenire significativamente se gli incontri sessuali fra adulto e bambino continuano.

    La terapia con il bambino

    Gardner considera il disordine da stress post-traumatico (PTSD) come una “naturale forma di desensibilizzazione sistematica”. Gardner raccomanda che la madre venga scoraggiata dal prendere parte al contenzioso perché “ella interferirebbe con il processo di desensibilizzazione naturale, sottoponendo il bambino ad una vasta gamma di interrogatori che sarebbero inevitabilmente dannosi“. Inolte, l’indagine psichiatrica e legale del trauma finirebbe col procurare al bambino più danni di quelli provocati dall’abuso stesso.

    Il processo di desensibilizzazione (PTSD) comporta la ripetizione del dramma verbalmente, emotivamente e mediante giochi di fantasia. Il bambino è preoccupato dei pensieri e dei sentimenti che prova in merito al trauma. Ogni volta che il bambino rivive l’esperienza, questa diventa un po’ più sopportabile. Nel corso del tempo “le preoccupazioni diminuiscono spesso fino al punto di poter essere completamente dimenticate”. Questo processo può aiutare il bambino a “seppellire l’intero incidente“.

    Secondo Gardner obiettivo della terapia dovrebbe essere quello di “facilitare il processo di desensibilizzazione, piuttosto che prolungare il trauma artificialmente attraverso una psicoterapia scandalistica”.

    Se il bambino si sente in colpa per aver partecipato ad attività sessuali con adulti, Gardner raccomanda che al bambino venga detto che in altre società tale comportamento è considerato normale e che la nostra società ha un atteggiamento esageratamente punitivo e moralista nei confronti degli incontri sessuali adulto-bambino.

    I bambini più grandi potrebbero essere aiutati a capire che gli incontri sessuali tra un adulto e un bambino non sono universalmente considerati atti riprovevoli. Si può raccontare loro di altre società in cui un simile comportamento era considerato normale. Il bambino potrebbe essere aiutato ad apprezzare la saggezza dell’Amleto di Shakespeare, che dice “Non c’è niente di buono o di cattivo, è il pensiero che lo rende tale”.

    Gardner osserva che il bambino può provare forti impulsi sessuali quando l’abuso si interrompe. Questi bambini dovrebbero essere incoraggiati a masturbarsi.

    La terapia con la madre

    “Forse può essere aiutata a comprendere che nella storia del mondo il comportamento dell’abusante è stato probabilmente più comune del comportamento contenuto di quelli che non abusano dei propri figli”

    Il trattamento della madre (e moglie di un padre abusante) dovrebbe essere mirato a disinnescare la rabbia e ad aiutarla a diventare sessualmente più disponibile con lui.

    Se la madre ha reagito agli abusi in modo isterico, o tende ad utilizzare l’abuso per dare il via ad una campagna denigratoria contro il padre, allora il terapista dovrebbe cercare di “farle smaltire la sbornia“. I suoi isterismi non faranno altro che contribuire ad alimentare l’idea del bambino che un grave crimine è stato commesso, diminuendo le possibilità che il bambino recuperi un rapporto con la figura paterna.

    Si deve fare di tutto per collocare il “crimine” in una giusta prospettiva. Deve comprendere che nella maggior parte delle società, nel corso della storia, un simile comportamento è sempre stato presente e il suo è solo l’ennesimo caso.

    E’ opinione di Gardner che le madri delle vittime di abuso sessuale siano spesso passive, masochiste, socialmente isolate, e spesso sono state esse stesse vittime di abusi sessuali nel corso dell’infanzia. Il risultato di questo fatto è che la rabbia residua verso il loro originario molestatore sessuale potrebbe interferire nel rapporto con il marito. Gardner suggerisce che il terapeuta dovrebbe aiutarla a ridurre tale rabbia residua. Afferma: “Forse può essere aiutata a comprendere che nella storia del mondo il comportamento dell’abusante è stato probabilmente più comune del comportamento contenuto di quelli che non abusano dei propri figli”.

    E’ probabile che la madre abbia problemi sessuali e che consciamente o inconsciamente condanni l’abuso a causa delle sue stesse inibizioni sessuali. Potrebbe non aver mai raggiunto un orgasmo – nonostante si tratti di un soggetto molestato sessualmente o nonostante abbia avuto molti amanti o sia sposata.

    Gardner suggerisce che il terapista dovrebbe aiutarla a raggiungere la gratificazione sessuale. Osserva che “le dichiarazioni verbali in merito i piaceri della risposta orgasmica non si rivelano molto utili. Bisogna incoraggiare esperienze, in adeguate situazioni di relax, in modo da permetterle di raggiungere l’obiettivo della risposta orgasmica“.

    Gardner suggerisce che i vibratori possono essere estremamente utili in questo senso e che “si deve farle superare qualsiasi inibizione sul loro uso”.

    Gardner afferma: “la diminuzione del senso di colpa in merito alla masturbazione le renderà più facile incoraggiare la figlia in tal senso e una sua accresciuta sessualità potrebbe diminuire la necessità del marito di recarsi dalla figlia in cerca di gratificazione sessuale“.

    La terapia per il padre pedofilo

    “Deve essere aiutato a capire che, ancora oggi, la pedofilia è una pratica diffusa e accettata lettermalmente da miliardi di persone”

    Gardner reputa inutile la terapia con quei padri che negano di aver commesso molestie. Se il padre desidera il trattamento, allora il terapeuta dovrebbe concentrarsi sul rafforzamento della sua autostima, che si ottiene aiutandolo a comprendere che “c’è un po’ di pedofilia in ognuno di noi” e che “la pedofilia è stata considerata la norma dalla grande maggioranza degli individui nella storia del mondo”. Deve essere aiutato a capire che, ancora oggi, la pedofilia è una pratica diffusa e accettata tra letteralmente miliardi di persone. Deve comprendere che, in particolare nella nostra società occidentale, l’atteggiamento nei confronti delle sue inclinazioni è molto punitivo e moralista, e che è stato piuttosto sfortunato a nascere in momento storico e in un luogo con simili idee intorno alla pedofilia.

    Oltre ad essere dispiaciuto per la sua sfortuna, il padre dovrebbe essere aiutato a provare pietà per quel bambino “vittima di una società che considera il comportamento del padre un crimine odioso e un peccato mortale“.

    Se il padre non prova senso di colpa, allora l’obiettivo della terapia deve essere migliorare questo stato di cose.

    Gardner osserva che il padre può razionalizzare che la pedofilia è una tradizione antica, una pratica diffusa in tutto il mondo e che non c’è nulla di cui sentirsi in colpa.

    Tali padri devono essere aiutati a capire che, anche se quanto detto in merito alla pedofilia è vero, questo non ne giustifica la pratica nella nostra società (il corsivo è dell’originale di Gardner), perché la società reagisce eccessivamente ad essa. E’ la disapprovazione del contesto sociale che fa soffrire il bambino.

    Nonostante si tratti di sfortuna, quella di essere nato nel tempo e nel posto sbagliato, il padre abusante “deve imparare a controllarsi per proteggersi dalle punizioni draconiane inflitte a coloro che nella nostra società agiscono i loro impulsi pedofili“.

    In ogni caso la terapia con il padre abusante non dovrebbe concentrarsi sul problema principale – le molestie sessuali. Invece, la terapia dovrebbe “ruotare attorno ad altre cose“, perché scopo della terapia è “aiutare le persone a dimenticare i propri problemi“.

    Un caso esemplare: la bambina e l’autista dell’autobus

    “… eccetto che per una certa dose di frustrazione sessuale non soddisfatta, la bambina di 4 anni non è stata significativamente traumatizzata dagli incontri”

    Nel suo libro “True and false accusation of child sex abuse” Gardner parla di una bambina di 4 anni (Jane) che ha avuto in cura perché vittima di molestie sessuali extra-familiari.

    La madre della bambina si rivolse a Gardner perché sua figlia manifestava comportamenti sessualizzati.

    La bambina aveva raccontato alla madre di essere stata molestata dall’autista dell’autobus che la portava alla scuola materna. L’autista aveva modificato il percorso di modo che la bambina rimanesse l’ultima sull’autobus e prima di portarla a casa parcheggiava in un luogo appartato per molestare la bambina. La madre aveva riferito il racconto alle autorità scolastiche e l’autista dell’autobus, una donna, aveva ammesso le molestie. La scuola la aveva licenziata. La madre chiese il parere di Gardner in proposito: avrebbe dovuto rivolgersi anche alla Polizia?

    Gardner scoraggiò la madre a portare la Polizia a conoscenza dell’accaduto (secondo Garder gli eventi risagono alla fine del 1970).

    Gardner afferma: “Ho scoraggiato la madre perché perché una denuncia avrebbe costretto la bambina ad essere sottoposta ad una serie di indagini e probabilmente ad un processo penale. Anche se tale segnalazione avrebbe potuto avere un qualche effetto positivo per la società, senza dubbio il processo avrebbe danneggiato psicologicamente Jane. Inoltre, ho detto alla madre che il processo avrebbe reso il trattamento molto più difficile, perché avrebbe interferito con il processo di desensibilizzazione naturale, avrebbe rafforzato il senso di colpa e procurato altri effetti psicologici indesiderati”.

    La madre acconsentì e l’autista dell’autobus non è mai stato denunciato.

    Gardner determinò che la bambina era stata molestata due o tre volte alla settimana per un periodo di circa due o tre mesi. L’autista avrebbe masturbato Jane senza farle raggiungere l’orgasmo.

    Gardner concluse che “ad eccezione di una certa quantità di frustrazione causata dalla mancata gratificazione sessuale, la bambina non era rimasta troppo traumatizzata dagli incontri”.

    Gardner e il NAMBLA a confronto

    Il Noth American Man/Boy Love Association (NAMBLA) è una associazione politica per i diritti civili che promuove il sesso fra maschi adulti e bambini di sesso maschile. Mary De Young, Professoressa associata di sociologia alla Grand Valley State University, ha illustrato gli argomenti utilizzati dal NAMBLA per giustificare, normalizzare e/o razionalizzare il sesso tra adulti e bambini. I membri del NAMBLA utilizzano principalmente 4 strategie: la negazione del pregiudizio; la condanna di chi biasima; l’appello a principi più alti; la negazione della vittima.

    Sebbene il NAMBLA non venga mai citato da Gardner, simili strategie si rispecchiano nei suoi scritti:

    NAMBLA: descrive il rapporto sessuale fra adulto e bambino in termini positivi: contrariamente al sentimento popolare, i rapporti sessuali con i bambini non procurano ai minori nessun danno o sofferenza; i danni e la sofferenza sono causati dalle reazioni della società ignorante e piena di pregiudizi.

    Gardner: l’attività sessuale tra adulti e bambini è un fenomeno universale che può rientrare nel repertorio delle attività sessuali umane; simili rapporti non sono necessariamente traumatici; a generare il trauma è l’atteggiamento della società nei confronti di questo genere di attività.

    NAMBLA: reindirizza la condanna e la censura che riceve dalla gran parte della società stessa; così, coloro che condannano il sesso tra adulti e bambini sono caratterizzati come ipocrita e meritevoli di condanna ; i professionisti nel campo degli abusi sessuali, della giustizia penale e della salute mentale sono derisi e accusati di impegnarsi nelle stesse o anche più vittimizzanti forme di sfruttamento di quelle per le quali i membri NAMBLA sono accusati; i “protettori” dei bambini sono i veri pervertiti, i veri pedofili, che sfruttano l’innocenza e l’inesperienza dei bambini per diffondere il senso di colpa e la paura del sesso con gli adulti.

    Gardner: terapisti e avvocati sono motivati ​​da una combinazione di denaro, sesso e potere per alimentare l’isteria nazionale nei confronti dell’abuso sessuale sui minori; i professionisti che fanno sui bambini valutazioni di abuso sessuale sono ritratti come mal addestrati, poco qualificati, persone incompetenti che fanno domande in modo da utilizzare tecniche coercitive, tecniche che sono paragonate a torture fisiche; “molti terapeuti senza licenza sono “ciarlatani, e / o psicopatici, e / o incompetenti“; le indagine per verificare se è avvenuto un abuso sessuale possono causare danni maggiori rispetto a quelli causati dall’abuso stesso.

    NAMBLA: normalizza pedofilia insistendo sul fatto che la sua difesa fa appello ad un principio superiore, che è la liberazione dei bambini dalle repressioni della società; si dipinge come un’organizzazione che promuove la libertà dei figli di vivere l’amore a loro piacimento.

    Gardner: sostiene la pedofilia è la norma nella maggior parte delle culture e la nostra cultura occidentale è troppo inibita; ritiene che, nella storia del mondo, gli uomini che abusano sessualmente i loro figli sono “stati probabilmente più comuni di quanto non siano stati coloro che non abusano sessualmente dei loro figli“; teorizza che la pedofilia è un fenomeno naturale che può migliorare la sopravvivenza della specie.

    NAMBLA: il bambino ha meritato o provocato il comportamento deviante; i bambini seducono gli adulti, che non sono i soli responsabili del loro comportamento.

    Gardner: “I bambini normali presentano una vasta gamma di fantasie e comportamenti sessuali, molti dei quali potrebbero essere etichettati come ‘malati‘ o ‘perversi’ se esibiti da persone adulte“; Gardner ritiene che la maggior parte dei bambini hanno la capacità di raggiungere l’orgasmo dalla nascita, che possono sviluppare forti impulsi sessuali durante i primi anni di vita e avviare incontri sessuali con adulti. “Al momento, il bambino abusato sessualmente è generalmente considerato la vittima“, anche se il bambino può provocare incontri sessuali per “sedurre” l’adulto. Se il rapporto sessuale è scoperto, “il bambino è in grado di manipolare il racconto in modo che venga incolpato l’adulto per l’iniziazione.”

    Conclusioni

    Il Dr. Richard Gardner è un esperto di medicina legale di primo piano il cui lavoro è servito a prendere decisioni in aula sul benessere dei bambini, in tutta la nazione. Le sue teorie riguardanti la pedofilia così come sulle altre parafilie e e le sue raccomandazioni in materia di trattamento terapeutico del bambino, della madre e del padre dello stesso sono uniche e non sembrano rientrare nella corrente principale della pratica clinica generalmente accettata.

    Bibliografia

    De Young, Mary. (1988). The indignant page: Techniques of neutralization in the publications of pedophile organizations. Child Abuse & Neglect, 12(4), 583-91.

    De Young, M. (1989). The world according to NAMBLA: Accounting for deviance. Journal of Sociology & Social Welfare, 16(1), 111-126.

    Gardner, R.A. (1986). Child Custody Litigation: A Guide for Parents and Mental Health Professionals . Cresskill , NJ : Creative Therapeutics.

    Gardner, R.A. (1988). Clinical evaluation of alleged child sex abuse in custody disputes. In P.A. Keller & S.R. Heyman (Eds). Innovations in Clinical Practice, Vol. 7. Sarasota, FL: Professional Resource Exchange, Inc., pp. 61-76.

    Gardner, R.A. (1991). Sex Abuse Hysteria: Salem Witch Trials Revisited . Cresskill, NJ: Creative Therapeutics.

    Gardner, R.A. (1992). True and false accusations of child sex abuse. Cresskill, NJ: Creative Therapeutics.

    Gardner, R.A. (1993) Revising the Child Abuse Prevention and Treatment Act: Our best hope for dealing with sex-abuse hysteria in the United States . Issues in Child Abuse Accusations, 5(1), 25-27.

    Quinn, K.M. (1991). Family evaluation in child custody mediation, arbitration, and litigation (Book Review). Bulletin of the American Academy of Psychiatry and Law, 19(1), 101-02.

  3. Che cosa succede ,i figli che si vedono giudicare sono quelli dei genitori separati,dove cé spazio per ,i giudici dei minori si parla di questo ?Io ho vissuto bene ,cari si fa tutto per rovinare i minori ,poveri che DIO gli aiuta alla povera gente ch non sa difendersi ,ma se sei lucido con il tempo diventerai piu forte e ragionevole ,sempre se hai una madre ,o un padre ad uscire quest’incubo brutto ,e li che ci vuole pazienza ,dopo che giudici ,avvocati ,assis,sociali ecc,devi tenere duro ,andare avanti ,impari ad apprezzare la vita ,e lottare ,par capire che non va bene questo metodo che rovina e costa caro ,e fa solo male ,la madre Italiana super coc,ma ,io ho la fede ,il rispetto il dovere ,i vizzi non esistono ,ma il lavoro ,la responsabilità,l’amore la protezione e normale chi ti protegge con le regole buone anche verso gli altri ,e questo che insegna un genitore ,cari esperti oggi giorno e difficile fare il genitore ,si lavora e li prende tempo come fai ad educare i figli?Cambiate le leggi date soldi ai genitori e assicurate ,le scuole ,chi si divorzia e onesto ,coraggioso ,

  4. Sono daccordo con i giudici, ma restano due problemi irridolti: 1) Chi è abilitato a segnalare una situazione di iperprotezione ma anche di scarsa protezione? 2) Come si applica la decisione dei giudici in caso di separazione dei genitori con figlio preadolescente?
    Il problema non è semplice da affrontare ed è probabilmente irrisolvibile.
    Sarebbe interessante continuare a discuterne.
    Saluti a tutti. Nicola

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