Sul Fatto quotidiano on line, l’economista Andrea Giuricin (Austerity, su le tasse ma anche la spesa pubblica. In barba alla spending review) si esibisce nell’ennesima stanca, ritrita litania contro la mancata abolizione delle province.

Ammette che si è tentato di far qualcosa per ridurre la spesa pubblica, come la riduzione dell 27% della spesa sulle auto blu. Ma, afferma che bisogna “essere chiari: i grandi sprechi sono altrove. Un esempio fra tutti. Il taglio delle Province, la cui eliminazione totale porterebbe a due miliardi di euro di risparmio all’anno“.

Da un lato, è confortante osservare che il Giuricin si sia accorto che il “risparmio” sulla spesa per le auto blu è semplice populismo d’accatto. Anche perchè, ancora il Dipartimento della funzione pubblica per primo insiste nel convincere i cittadini che la spesa riguardi solo le vere auto blu, quelle con conducente che accompagna i politici, mentre la stragrande parte è fatta di auto di servizio per capi cantiere, geometri, infermieri, assistenti sociali, messi notificatori (per un approfondimento).
Dall’altro lato, invece, non si può che constatare l’assenza di idee vere per un risparmio serio sulla spesa pubblica. Le province, dunque, secondo Giuricin sarebbero un “grande spreco”.
Poniamo che sia vero. Le province concorrono sul totale della spesa pubblica, pari a 805 miliardi, per 11 miliardi, cioè l’1,37%. Sarebbe questo il “grande” spreco?
Non possiamo immaginare che non si conosca la composizione della spesa pubblica per settori:

Settore

Spesa

Amministrazione Centrale

141 miliardi di euro

Previdenza

311,7 miliardi di euro

Interessi sul debito

86 miliardi di euro

Regioni

182 miliardi di euro

di cui 114 spesa sanitaria

Comuni

73,3 miliardi di euro

Province

11 miliardi di euro

             Fonti: Banca dati Siope 2012;  Nota di aggiornamento Decisione di Finanza Pubblica sett. 2012

Dunque, lo Stato spende 141 miliardi, le regioni ne spendono 182, i comuni 73. Ma il “GRANDE” spreco sono gli 11 miliardi delle province. Ribadiamo, l’1,37% della spesa totale.
Afferma, il Giuricin, rifacendosi ad uno studio dell’Istituto Bruno Leoni al quale ha contribuito, che dall’abolizione delle province discenderebbe un risparmio di 2 miliardi.
E’ un dato teoricamente possibile, stiracchiando oltre misura tagli ed economie di scala (chi scrive, nel 2011 stimò i 2 miliardi come un traguardo possibile, ma inverosimile).
Il Ministro Giarda, nel suo rapporto, stimò un risparmio massimo di 500 euro, per altro basato solo su astrazioni e valutazioni statistiche, senza minimamente guardare ai bilanci e alle spese.
La Cgia di Mestre ritiene che si possano risparmiare 510 milioni.
Un approccio più sistematico ed attento alle reali voci di bilancio fa oscillare l’eventuale risparmio tra i 600 e i 750 milioni.
Diamo per buoni i 2 miliardi di risparmio immaginati (senza dimostrazione alcuna) da Giuricin: si otterrebbe, abolendo le province, una minore spesa pari allo 0,25% della spesa pubblica totale. Se, come più probabile, la riduzione delle spese non andasse oltre i 750 milioni, il risparmio sarebbe dello 0,0932%. Non c’è che dire, un grande risultato di risparmio! Se pensiamo che ogni F35 costa 130 milioni, basta acquistare 6 aerei all’anno per 15 anni (per completare la flotta di 90 previsti) e l’eventuale risparmio derivante dall’abolizione delle province va totalmente in fumo per 3 lustri.
Ma, in realtà, il risparmio sarà comunque inferiore, poichè tutti i fautori dell’abolizione delle province si ostinano a non prendere in considerazione gli immani costi che deriverebbero dalla loro abolizione: la necessità di una legge costituzionale, la riallocazione del personale, la modifica dell’intero sistema tributario e finanziario locale (gettiti e trasferimenti che si spostano o ai comuni o alle regioni), patrimonio immobiliare immenso (scuole superiori e strade) da volturare, subentro o revisione o risoluzione (con penali) in una quantità innumerabile di contratti di appalto e servizi, accollo della parte del patto di stabilità gravante sulle province verso gli enti che subentrerebbero, rischi di contenziosi, lentezze, rigidità connaturate a simili imprese. Insomma, anche gli economisti dovrebbero rendersi conto che se per chiudere e liquidare una tabaccheria occorrono mesi, la soppressione delle province difficilmente sarebbe più celere e meno costosa…
Si conoscono già le principali due obiezioni a chi osserva che è più la spesa dell’impresa nel chiudere le province. La prima osservazione è: “sono enti inutili”.
E’ facile osservare che non è tanto inutile l’ente in se e per se, quanto quello che l’ente è chiamato a fare. Affermare che le province sono inutili è facile: lo dicono tutti i media, sarà così! Basta semplicemente non sapere di cosa si occupano, per convincersi della loro inutilità. Eppure, c’è un però. In questi giorni si parla di riforma della disciplina del lavoro, rilancio dell’occupazione, Garanzia Giovani? Le province sono competenti a gestire i servizi per il lavoro e della formazione. Il Ministro Carrozza ha molto insistito per finanziare l’edilizia scolastica, ottenendo l’obolo di 300 milioni? All’edilizia scolastica delle scuole superiori provvedono le province. Dai possibili tagli di cui si discute in questi giorni, Governo e regioni hanno fin qui escluso il trasporto pubblico locale? I collegamenti delle “corriere” nei territori sono assicurati dalle province. Le quali, inoltre, si occupano dell’approvazione dei piani urbanistici dei comuni, dell’ecologia e ambiente (discariche, cave, forestazione), spesso anche della promozione turistica locale e della classificazione delle strutture ricettive.
Ammettendo l’eventuale inutilità dell’ente (che invece è necessario, perchè svolge funzioni troppo grandi per i confini comunali, troppo piccole per la competenza regionale), è evidente che le funzioni da esse svolte non verrebbero abolite con la loro abolizione, ma dovrebbero traslare verso altri enti.
Ecco perchè i risparmi sarebbero irrisori. Se, poi, l’idea è quella di scimmiottare la Sicilia, creando “forme associative” al posto delle province, il risultato è di compiere un’opera di modifica dell’ordinamento insensata: si elimina l’ente intermedio tra comuni e regioni, per crearne un altro, privo di legittimazione popolare, molto più debole perchè espressione associativa, con la sicurezza che ne aumenterebbero numero e, conseguentemente, costi di amministrazione.
La seconda osservazione, scontata, è: “ma da qualche parte occorrerà pure iniziare, anche se si risparmia poco, comunque è risparmio”.
Abbiamo visto prima che anche nella migliore delle ipotesi (l’irreale taglio di 2 miliardi di spesa) il risparmio dall’abolizione delle province sarebbe pari allo 0,25% della spesa pubblica totale (senza contare gli immani costi conseguenti).
E’, forse, necessario chiedersi se, quando si ritiene necessario tagliare le spese di un soggetto, persona fisica o giuridica o Stato, risulti logico pensare di “partire” dal tagliare grandezze finanziarie irrisorie, nemmeno sufficienti a finanziare l’acquisto di cacciabombardieri. La massa delle spese di Stato, regioni e comuni è di 396 miliardi, cioè il 49,2% del totale. Qualsiasi regola economica, finanziaria e del mero buon senso consiglierebbe di cercare in quella massa risorse vere e significative di risparmio.
C’è un elemento che i tifosi dell’abolizione delle province non dicono mai. Fino al 2009 la spesa delle province era di 13 miliardi. Non è che spendessero più allegramente: molte delle loro funzioni sono finanziate da trasferimenti di Stato e regioni, che per effetto del d.lgs 112/1998 si sono liberati di funzioni e competenze, attribuendole alle province che, dunque, le gestiscono al loro posto. Con il peggioramento della crisi e le modifiche sempre più paradossali al patto di stabilità, Stato e regioni hanno pensato bene di lasciare in capo alle province le stesse funzioni, ma tagliando i trasferimenti. Con l’ultima spending review (il d.l. 95/2012) è stata completata l’opera. Le province, dunque, nel volgere di pochissimo tempo hanno già subìto un taglio di 2 miliardi, pari al 18% del loro volume di spesa.
Piccola idea: perchè non si taglia del 18% la massa della spesa di Stato, regioni e comuni? Il risparmio sarebbe di 71 miliardi. Si riuscirebbe a coprire, così, quasi l’intero costo degli interessi sul debito (di circa 85 miliardi).
Queste semplicissime osservazioni dimostrano che l’attenzione rivolta all’abolizione delle province è solo motivata da due ragioni. La prima: è un metodo per distrarre le folle, il popolo. Gli si fa credere che un problema inesistente, la spesa delle province, sia decisivo per abbattere i “costi della politica” (la Relazione di parificazione del Bilancio dello Stato approvata dalla Corte dei Conti dimostra che i costi delle province sono i più bassi in termini assoluti), così da ottenere consenso per l’eventuale, inutile e controproducente abolizione, facendo leva sul sentimento di rancore dei cittadini verso la politica, che viene in tal modo catalizzato e concentrato solo verso le odiate province, mentre Stato, regioni e comuni continuano a spendere e spandere. La seconda: giornalisti, economisti e, comunque, “tifosi” dell’abolizione delle province ottengono editoriali sulle prime pagine, ospitate, interviste, insomma visibilità ed “immagine” molto appaganti: dunque, perchè non “investire” su questo ed ergersi a tribuni della plebe sull’Aventino contro le province.
Purtroppo questo meccanismo perverso appare inesorabilmente destinato a creare una situazione di caos avvenire devastante. Eppure gli stessi 2 miliardi e più di risparmi si potrebbero ottenere SUBITO, senza modificare la Costituzione, senza scomodare tutti i complessi problemi derivanti da un riordino dell’organizzazione statale così vasto come quello conseguente all’abolizione delle province: solo tra incarichi di consulenze e collaborazioni esterne ed assunzioni di dirigenti esterni, la spesa ammonta a circa 3,5 miliardi. Basta una leggina semplice semplice: le consulenze sono radicalmente vietate, la dirigenza a contratto viene abolita. Di colpo si ritrova una disponibilità finanziaria anche superiore a quella derivante dall’abolizione delle province. Non solo: le amministrazioni (province comprese) spendono un mare di denari in contributi per sagre, feste, manifestazioni, patrocini, per non meno di 1 miliardo l’anno.
Inutile chiedersi perchè si svii l’attenzione sulle province: con le consulenze, le collaborazioni, i contributi, i politici esercitano il proprio potere, alimentando costi della politica veri e totalmente improduttivi, che, però, sono funzionali al loro consenso.
E’ chiaro e dimostrabile che chi a gran voce insiste per abolire le province, consapevolmente o inconsapevolmente, va a caccia di facile consenso e celebrità, ma copre anche i veri sprechi e l’esercizio distorto del potere.
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Luigi Oliveri
Di lontano figura a me mostrossi Alloro sul capo e in toga nera Un dotto ei parea; io mi commossi Quando lo duca mio, che con me era a me disse “favellagli, Alighieri” Guatando la figura molto austera Così, gli chiesi di ben curriculare Rispose la figura: Luigi Oliveri E' lo nome che a me si suole dare Laureommi, sì, e non da ieri Giurisprudenza è la facoltade Che frequentai; e lusinghieri Esiti ottenni nell'universitade E 100 e 10 fu valutazione nella Palermo, la mia cittade Giornalismo fu prima aspirazione Che cuore e spirto mio pervase Ma poi, rivolsi mia attenzione A enti locali in seguente fase De la mia attività lavorativa E la residenza mia rimase In scaligera terra. Ne deriva Annuale esperienza dirigente Dopo svolta carriera direttiva Lo scriver rimase in me latente Articoli ed anche libri pubblicai Di giornalismo, evidentemente Passion e velleità non più lasciai Di altro impulso ebbi ispirazione E fu così che poscia realizzai Che lo contatto con altre persone E il ragionar di leggi e di diritto Spingea a cimentar la formazione

9 COMMENTI

  1. In effetti dicendo che l’attività attualmente svolta dalle Province è prevalentemente priva di vera discrezionalità amministrativa ho fatto una semplificazione.
    Teoricamente, come dice bene ZSE, diverse funzioni provinciali comportano scelte politiche discrezionali importanti. Si pensi ad esempio alla pianificazione territoriale generale e di settore, alla programmazione scolastica, alle opere pubbliche. Per non parlare della funzione generale di sviluppo socio-economico della comunità provinciale che, a rigore, legittima l’intervento provinciale praticamente in qualsiasi campo.
    Concretamente però quasi sempre non è così.
    Per due principali motivi.
    Sul piano della competenze molto spesso queste funzioni “nobili” delle Province sono compresse se non annullate dalle Regioni che intervengono con piani e programmi di livello talmente dettagliato da ridurre al minimo gli spazi decisionali provinciali.
    Un esempio per tutti: in Veneto i cosiddetti piani territoriali d’area sono redatti alla scala dei piani provinciali di coordinamento (quelli di cui, appunto, “nessuno non parla mai”), ma sono gerarchicamente superiori a essi.
    Ci sono ovviamente delle eccezioni, ma in generale il problema esiste dappertutto e deriva dall’impostazione ordinamentale di fondo. Nel nostro sistema le Regioni non devono solo legiferare, ma possono anche pianificare, programmare e, addirittura amministrare direttamente in molti settori. Come ho già detto anche le Province hanno per legge competenze pianificatorie e programmatorie. Se questa sovrapposizione non è gestita correttamente – e in genere non lo è – si creano problemi a non finire e in ultima istanza le Province, che tra i due sono il soggetto più debole, sono messe in angolo.
    Il secondo motivo è finanziario.
    Per esercitare in modo significativo queste funzioni “nobili” occorre in molti casi non solo averne la competenza per legge, ma anche disporre di una capacità di spesa adeguata.
    Ad esempio per poter esercitare in modo significativo la funzione di sviluppo socio-economico del territorio la Provincia dovrebbe potere finanziare direttamente politiche locali di investimento e di sostegno, cioè avere in bilancio molti soldi.
    Ma i bilanci provinciali sono molto limitati, assolutamente inadeguati per questi scopi. Quindi questo tipo di politiche le fanno solo lo Stato e le Regioni, che hanno bilanci i cui ordini di grandezza lo consentono.
    In conclusione concordo che fare politica onestamente e con impegno è mestiere difficile. Proprio per questo chi ha questo talento credo sia meglio che lo spenda nelle sedi istituzionali appropriate.

  2. Condivido. Sulla situazione in Sicilia, dal sito Vivisicilia.it:
    un estratto da un articolo di
    Cataldo Salerno
    Ex Presidente della Provincia di Enna

    Con il commissariamento delle nove Province, sembrano essersi spenti improvvisamente i toni compulsi che hanno caratterizzato il dibattito su questo tema degli ultimi mesi. E invece tutto comincia da adesso. Che accadrà? In primo luogo bisogna precisare che cosa è finora accaduto: non sono state soppresse le Province, ma soltanto le elezioni provinciali. Le Province continuano ad operare con le competenze di sempre, fino a quando un altro ente non le sostituirà. La novità è che a capo delle province non c’è un presidente, una giunta e un consiglio, ma una persona sola: il commissario regionale.

    L’Assemblea regionale siciliana, decidendo con una legge di commissariare le Province, non ha ancora deciso cosa fare: si è ripromessa, molto genericamente, di varare una successiva legge per costituire Liberi Consorzi di Comuni e Città metropolitane. Tuttavia, di questa nuova legge, che dovrebbe essere approvata entro l’anno, non c’è ancora neppure una bozza. Si può quindi affermare che a gennaio del prossimo anno saremo ben lontani dall’avere i nuovi Liberi Consorzi. Perché? Perché la riforma degli enti territoriali è una materia terribilmente complicata. Vediamo di fare un po’ d’ordine e di segnare le differenze tra le parole e i fatti.

    Innanzitutto, per costituire i Liberi Consorzi di Comuni occorrerà precisare, con la prossima legge, diversi aspetti tecnico-giuridici e procedurali. Tali precisazioni dovranno essere le più chiare possibile, pena il rischio che i tribunali amministrativi vengano chiamati in causa da Comuni scontenti, da comitati popolari, da qualsiasi cittadino. Bisognerà che la legge regionale indichi nel dettaglio:
    1) quali limiti minimi e massimi dovranno avere i Consorzi in termini di superficie e di popolazione;
    2) quali eventuali deroghe saranno ammesse ai limiti minimi e massimi ed in ragione di quali motivazioni;
    3) con quali procedure dovranno o potranno essere avviate le aggregazioni, in particolare da parte di chi (vecchi capoluoghi, qualsiasi altro Comune indipendentemente dal numero di abitanti, un comitato, etc.), con quale livello di formalizzazione (delibere di giunta o di consiglio municipale, comitati promotori) ed entro quali termini temporali (mesi, anni);
    4) quali forme geopolitiche saranno consentite (ad esempio, un solo capoluogo per Libero Consorzio o più capoluoghi);
    5) entro quanto tempo i Comuni che desiderano aggregarsi dovranno definire il procedimento;
    6) se sarà necessario sottoporre le delibere dei consigli comunali anche a referendum confermativo e se saranno consentiti referendum su iniziativa popolare;
    7) se l’intero procedimento si concluderà con una legge regionale.

    E poi le questioni più difficili, perché non dipendono soltanto dalla Regione ma anche dallo Stato. Si tratta di una sorta di “prova del 9″ della fattibilità della legge di soppressione delle province. Se non saranno trovate idonee soluzioni, l’abolizione delle province siciliane potrebbe risolversi in una moltiplicazione delle province e quindi in un incremento abnorme della spesa pubblica, cioè nell’opposto di quanto dichiarato. Le domande alle quali dovrà essere data una risposta sono tante, tra cui principalmente:
    1) in quali Liberi Consorzi saranno presenti i Prefetti e i Questori?
    2) dove saranno dislocati gli ex Comandi provinciali di Carabinieri, Guardia di Finanza, Vigili del Fuoco, Corpo Forestale?
    3) dove avranno sede gli attuali uffici provinciali dello Stato (tra cui Inps, Agenzia delle Entrate, Motorizzazione civile, etc.)?
    4) come saranno ridisegnate le attuali Aziende sanitarie provinciali?
    5) come saranno ridisegnati gli attuali ATO idrici e dei rifiuti?
    6) potranno esserci Liberi Consorzi senza un ospedale?
    7) potranno esserci Liberi Consorzi senza un tribunale?
    8) lo Stato recepirà le variazioni amministrative nei distretti giudiziari oppure Comuni di uno stesso Libero Consorzio potranno far parte di tribunali e persino di corti d’appello diversi?
    9) cosa accadrà degli attuali registri automobilistici?
    10) cosa accadrà dei documenti personali dei cittadini (passaporto, carta di identità, carta sanitaria)?
    11) chi finanzierà, ed in base a quali criteri, il funzionamento delle scuole secondarie superiori, delle strade extraurbane e delle politiche ambientali?

  3. Il nostro sistema Organizzativo: Stato, regioni, province e comuni, per interventi di politica clientelare si è sfilacciato in tantissime altre derivazioni: comunità montane, unione di comuni, consorzi,enti pubblici economici e non, società di servizi e connesse e collaterali e così via. Se affrontiamo gli argomenti singolarmente, troviamo certamente motivi e ragioni per sostenere la poca incidenza della spesa di un singolo ente rispetto alla grande spesa pubblica. A mio avviso occorre il riordino isituzionale con la specificazione delle competenze e soprattutto con i paramentri delle attività, importanti e fondamentali nell’epoca del sistema informatico. Se ragioniamo in questa direzione avviciniamo gli enti e soprattutto pensiamo ai cittadini e alle difficoltà per produrre servizi veloci e certi. La macchina amministrativa italiana è piena di figure professionali ,di cui la mattina,moltissime girano a vuoto, non sanno cosa fare. Vengono inventate unioni di comuni che svolgono funzioni di esclusiva comtenza dei Comuni e per giunta non per risparmiare la spesa pubblica,ma con lo scopo di creare altri posti e altra clientela. La provincia oggi rivendica e svolge funzioni in conflitto con la regione o con i comuni del suo ambito. i Conflitti fanno nascere azioni legali e creano perdita di tempo. Così le comunità montane e i Consorzi o gli Enti pubblici non economici. Se si affronta il problema con serietà, si troverà la soluzione alla spesa pubblica. L’autore dell’articolo ha evidenziato somme di previsione di bilancio, ma non ha allungato lo sguardo alle centinaia di società pubbliche provinciali con un esercito di amministratori pagati per fare che cosa?.. e non si è posta la domanda di quanti amministratori girano intorno alle società pubbliche, agli enti inutili e così via. Quella indicata è la spesa sostenuta dallo Stato ma la provincia ha entrate proprie che si accavallano con quelle regionali e comunali. La legge prevede la possibilità di costituire unione di comuni per risparmiare la spesa, quindi riduzione di organismi e di amministratori .Invece nascono Nuovi Organismi con altri amministratori e con altro personale. E’ un cancro che va estirpato dalle radici, ma questo può essere fatto con un parlamento che non ha le radici in questi Enti.

  4. Risposta a Paolo Dominoni.
    Non concordo sul fatto che le province non abbiano più discrezionalità politica. Basti pensare che in periodi di scase risorse la semplice decisione di dove intervernire su scuole, strade, tagli ai trasporti pubblici, ecc… diventa una scelta politica forte.
    Inoltre tutte le attività connesse alla pianificazione urbanistica ed ambientale?
    dove è meglio costruire un inceneritore, un centro commerciale, una infrastruttura, ecc… sono esempi in cui la politica (supportata dalla parte tecnica) deve decidere e decide attraverso il piano territoriale di coordinamente di cui nessuno parla mai.
    L’urbanistica poi è materia che per sua definizione non può che essere tecnico-politica.
    Attenzione quindi a non cadere nel populismo “giacobino” che vuole la testa del politico.
    Fare politica se fatto onestamente e con impegno è un mestiere assai difficile.

    P.s. non sono un politico (a scanso di equivoci)

  5. Hai ragione.
    Anche il mio ticket sanitario è ininfluente.
    Esentatemi dal pagamento … Purchè lo paghino gli altri, naturalemnte.

  6. Concordo pienamente con quanto bene evidenziato nell’articolo.
    Sottolinerei ulteriormente al volo solo due cose.

    Prima, sulle funzioni svolte dalle Province.
    Le funzioni svolte dalle Province sono obbligatorie per legge, spesso nemmeno per legge nazionale, ma per legge comunitaria. Ad esempio la tenuta dell’albo degli autotrasportatori. L’esercizio di queste funzioni comporta necessariamente una spesa, qualunque sia il soggetto che se ne occupa.
    A meno che queste funzioni non siano adesso esercitate molto male dalle Province, in modo disorganizzato e dispendioso – cosa che almeno in media non sembrerebbe – l’unico modo vero per risparmiare sarebbe rivedere le leggi che le governano.
    Eliminando quindi la singola funzione o riducendone i contenuti.
    Ma se la funzione era stata prevista da una legge il motivo era che attraverso di essa si voleva tutelare un interesse pubblico.
    L’operazione di eliminazione o di riduzione significherebbe quindi rinunciare a tutelare un interesse pubblico, o tutelarlo meno.
    Nulla lo vieta, la collettività (cioè il legislatore) può decidere di fruire di minori tutele per evitare la bancarotta. E’ evidente però che quanto più si ampia il perimetro della collettività (ad esempio il legislatore europeo), tanto più è difficile entrare in quest’ordine di idee. Difficile convincere i tedeschi che – per ora – non sono alla bancarotta a rinunciare alle tutele pubbliche cui sono abituati e che fanno profondamente parte della loro cultura.
    Conclusione:
    Al momento il legislatore, specie quello europeo non ha alcuna intenzione di ridurre il numero e i contenuti delle funzioni pubbliche da svolgere. Anzi, ogni nuovo regolamento e direttiva ne aggiunge di nuove o ne amplia i contenuti. Abolendo le Province si otterrà solo uno spostamento della spesa. Nessuna significativa riduzione e probabilmente, come dice Oliveri, un non breve periodo di confusione amministrativa tutto a spese della gente.

    Seconda, sul tipo di attività svolta dalle Province nell’esercizio di queste funzioni.
    Nella stragrande maggiornanza dei casi l’attività è solo di tipo tecnico, senza vera discrezionalità amministrativa.
    Esemplificando, ancora l’albo autotrasportatori.
    Se una ditta vuole fare il trasporto per conto di terzi deve per legge iscriversi all’albo dimostrando di avere determinati requisiti. La Provincia deve solo controllare che questi requisiti ci siano e poi deve obbligatoriamente iscrivere la ditta. Si tratta di un’attività tutta tecnica che non ha nessun contenuto politico e che viene fatta esclusivamente dai funzionari pubblici provinciali.
    Quasi tutti gli atti amministrativi delle Province che contengono il risultato della loro attività sono determinazioni, cioè atti dei dirigenti, che sono funzionari, cioè dipendenti pubblici assunti per concorso.
    Conclusione:
    Sono semmai da ridurre, se non eliminare, gli organi di governo delle Province (presidente, giunta, consiglio) che da tempo, anche per effetto dei pesantissimi tagli alla spesa pubblica (ad esempio l’azzeramento di fatto dei nuovi lavori pubblici per effetto del patto di stabilità) non hanno più materia su cui decidere.

  7. C’è una sola nota stonata, “….mentre Stato, regioni e comuni continuano a spendere e spandere….”.
    Non so nello Stato e nelle regioni, ma so di sicuro che il patto di stabilità sta facendo danni devastanti in tutti i comuni. Nel mio ad esempio (12000 abitanti) ci sono 8 milioni di euro già stanziati per lavori pubblici, tra cui anche interventi di protezione civile, scuole, asfaltature strade e interventi non proprio inutili, che non possono essere utilizzati proprio a causa del patto di stabilità. E ci sono ditte, già affidatarie di questi lavori, che sono già andate gambe all’aria lasciando in strada i dipendenti e le loro famiglie proprio a causa dell’idiozia dello stesso patto di stabilità e del fatto che il famoso decreto sul pagamento dei debiti della p.a. è arrivato quando i buoi erano già scappati.

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